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Mondo Aurunco

Mondo Aurunco
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MondoAurunco

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Il Mondo Aurunco reale è composto da un’estesa area collinare e montuosa che domina la costiera Tirrenica ed il bacino del fiume Garigliano che è il punto storico di divisione tra il Nord e il Sud dell’Italia. Questo sito virtuale ne intende raccontare storia, cultura, geografia umana nella presunzione di ricomporre quell’unità etnica frammentata in molteplici unità amministrative che ne hanno stravolto confini e tradizioni. Il sito di natura virtuale, e a disposizione di quanti intendano vedere pubblicati i propri studi e ricerche. E’ appena il caso di sottolineare che alcuni articoli sono presi dalla rete Internet e di cui appunto ci vogliamo avvalere per proiettare il mondo aurunco dalla sua storia alla realtà concreta in cui oggi vive. Questa nostra palestra di cultura generale e particolare aurunca intende essere un appendice del sito www.lacittadifondi.it in continuo arricchimento con gli interventi anche di quanti vorranno trarre dal cassetto i propri studi, ricerche, suggerimenti, proposte: noi li pubblicheremo. Invitiamo, perciò, quanti lo vorranno a collaborare con noi a questo progetto di salvataggio della memoria storica aurunca allo scopo di conoscere il passato quale presupposto del presente e fondamento del futuro. Auguriamoci Buon Lavoro

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Antico popolo aurunco giuridico Storia del territorio: Uno dei popoli italici completamente annientato dall'espansionismo romano fu quello degli Ausoni-Aurunci di cui Roma fece perdere ogni traccia di storia. Dagli studi sull'antica Italia risalenti al sette-ottocento sappiamo che questo popolo facesse parte della più vasta etnia Osco-opica.

Sistema maceriale Aurunco
Degli Aurunci, per esempio, in tempi più antichi, scrive Ammiano Marcellino nella sua opera "Rerum gestarum libri XXXI, di cui si sono conservati gli ultimi 18 libri e che riguardano i fatti degli anni 353-378 dopo Cristo. Nell'edizione Rusconi delle "Storie" di Ammiano Marcellino" del 1989, a cura di Matilde Caltabiano, troviamo (XXX, 4,12; p. 785-786): "(Gli avvocati romani)...Per apparire più profondi conoscitori del diritto citano Trebazio, Cascellio, Alfeno e leggi degli Aurunci e dei Sicani già da lungo tempo ignorate e seppellite ormai da molte generazioni insieme con la madre di Evandro. E se inventi di aver ucciso di proposito tua madre, promettono, se capiscono che sei ben provvisto di denaro, che numerosi e misteriosi testi ti assicurano l'assoluzione".

Nelle note al testo riportato, Trebazio, Cascellio e Alfeno sono indicati come tre illustri giuristi mentre l'intero passo così viene annotato: "Ammiano colpisce con la sua ironia gli avvocati del tempo, che per ostentazione di dottrina citavano giureconsulti vissuti quattro o cinque secoli prima, o addirittura le leggi degli antichissimi popoli italici e personaggi mitici, così come Gallio ironizzava con coloro che per mania di eccessivo arcaismo si servivano delle espressioni degli antichi Aurunci e Sicani, quasi che parlassero ancora con la madre di Evandro (Cfr. Aulo Gellio, Le notti Attiche, I, 10, 1). In altro luogo dello stesso volume, in nota, (p. 451) viene detto: "...Ausonia è il nome usato dagli scrittori greci di età ellenistica per indicare l'Italia non greca, e più tardi per metonimia esso passò a indicare l'Italia". Questo passo di Ammiano Marcellino ci ha portato a riflettere sulla condizione del nostro territorio e dei suoi abitanti prima dell'arrivo di Roma. Qui le condizioni non dovevano essere molto dissimili da quelle di Roma stessa. E se gli altri popoli italici riuscirono ad opporre resistenza alle voglie espansionistiche romane, dovevano pur avere una struttura sociale e politica adeguata e che permettesse l'organizzazione di una difesa e di una controffensiva.

Finora questi popoli ci sono stati presentati come popoli di pastori e di "primitivi" ma Ammiano Marcellino ci fa sapere che gli stessi romani (anche se per fatti di "cassetta" degli avvocati), dopo oltre seicento anni dalla loro distruzione, ancora citano leggi degli Aurunci, e, fatto ancora più rilevante , sembra di capire che, dopo tanto tempo, la gente le crede ancora vigenti; questo fa supporre come nel 353-378 dopo Cristo ancora fosse vivo il ricordo della "civiltà" aurunca nel mondo romano.

La conclusione logica è che, prima di Roma, gli aurunci non fossero soltanto pastori "primitivi" ma una società da prendere ad esempio per la sua alta organizzazione sociale. Quale fu la loro vera storia? Quale fu il loro rapporto con greci, etruschi ed altri popoli che, ancor prima di questi, raggiunsero le coste del Tirreno? Cosa è accaduto, dunque, nella penisola italiana tra l'età della Pietra e quella del Bronzo? Quanto tempo è trascorso tra queste due Età della civiltà umana? Di quali avvenimenti fu l'uomo protagonista? Anche se le conclusioni di J. M. Allen, districandosi arditamente tra le antiche misure di superficie ed altro, si spingono, grazie alla sua preparazione geografica - fino all'estremo limite di porre Atlantide in Bolivia ed - interpretando Platone - estendendo il regno atlantideo fino in Italia, non si può negare un certo credito alle sue ricerche che se, basandosi sullo studio del territorio e di quello di seri studiosi ottocenteschi, sembra giungere a deduzioni logiche e coerenti con le più recenti acquisizioni provenienti dal mondo accademico ufficiale.

Da questi interrogativi può nascere forse anche una risposta che ci permetta di individuare i veri costruttori delle mura ciclopiche del Lazio meridionale finora erroneamente assegnate al VII-VI sec. a. C.
di albino Cece da www.telefree.it

Tutta l'aria nelle tre attuale province Latina, Frosinone e Caserta
era la zona del popolo di Mondo Aurunco

Albino Cece

Muore Albino Cece, grande personaggio del mondo della cultura della Terra Aurunca E' con grande cordoglio e tristezza che diamo la notizia del decesso di un grande uomo del mondo della cultura della Terra Aurunca, la scorsa notte infatti per un improvviso malore è venuto a mancare all'affetto dei propri cari lo scrittore e studioso Albino Cece.

Giornalista pubblicista, sin da giovanissimo aveva collaborato a “Il Vittorioso”, ai quotidiani “Il Tempo”, “Ciociaria Oggi” e “Latina Oggi”, particolare collaborazione ha prestato inoltre al mensile “Gazzetta di Gaeta”. Da molti anni era componente del comitato di redazione della rivista “Civiltà Aurunca” sulla quale ha pubblicato numerose ricerche. Ha inoltre collaborato ai settimanali “L’Inchiesta”, “Il Corriere del Sud Lazio”, “Il Graffio” e alla “Gazzetta degli Aurunci”, dove è apparso nel mese di aprile l’ultima ricerca di un feudo a cavallo tra Gaeta e Itri .

La sua principale attività di studioso era rivolta alla ricerca storica nell’area territoriale aurunco-ausone, con una numerosa raccolta di documenti originali ed a stampa. Due scoperte di siti archeologici ultimamente avevano destato clamore tra gli studiosi: la scoperta dei resti, a Campello di Itri, di tre distinte civiltà: un’arcaica civiltà mediterranea di cui tuttora sono sconosciute le origini all’archeologia; un tempietto ed un altare arcaici scavati nella roccia; i resti di una fortificazione eretta dal popolo aurunco in epoca pre-romana. Da ultimo era stato al centro dell’attenzione per il ritrovamento dei resti della chiesa di S. Angelo del Pesclo, che si può raggiungere partendo dalla strada che da Fondi - S. Magno porta alla chiesa della Madonna della Rocca su Monte Arcano.

Albino Cece era collaboratore del sito web “visitaitri.it ed era responsabile del settore storia del sito culturale fondano LaPortella.Net. Nel dicembre del 2007, presso la Provincia di Frosinone, gli era stato conferito il Premio Internazionale di giornalismo INARS – Ciociaria. Più volte la nostra emittente ha dato notizia della sua attività di ricercatore con servizi e interviste. I funerali avranno luogo nella giornata di sabato 3 maggio a Itri nella chiesa di S. Maria Maggiore alle ore 15:00. L'intera redazione di Canale7 porge le più sentite condoglianze alla famiglia del defunto.

Articolo a cura di La Redazione di Canale 7
pubblicato il 02/05/2008 Ore 20:18

canalesette.it

In ricordo di Albino Cece. TF7 speciale, conduce Luca Di Ciaccio, ospiti in studio Anna Galise e Sandra Cervone

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Gli Statuta sive Capitula Universitatis Maranulae di Albino Cece

Trascritto e tradotto da Fernando Sparagna, stimato professore di lettere antiche al liceo classico di Formia, è stato pubblicato lo Statuto dell'Università di Maranola risalente all'anno 1532.
E' stato un lavoro di pazienza certosina che ha comportato un impegno decennale ed un risultato eccezionale di cui dobbiamo dare atto al prof. Sparagna.

Nel testo introduttivo il prof. Carlo Gamba (titolare di antichità ed istituzioni medioevali presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Cassino nonché già sindaco di Castelnuovo Parano), pur accettando la datazione al 1532 della copia del documento giunto fino a noi, ritiene, attraverso una precisa ricostruzione di fatti e vicende locali, che i capitula siano il risultato del "susseguirsi di statuizioni assembleari in un arco di tempo compreso fra una data di poco anteriore al 1428 ed il 1532, anno in cui fu redatta la copia manoscritta su iniziativa del capitano allora in carica".

Quindi, al 1532 risale la stesura della copia degli Statuti curata dal Capitano Perseo Fusco Fregellano di Pontecorvo, ma secondo il Gamba, la formazione dei capitoli statutari richiese un arco di tempo che incomincia poco più di un secolo prima.

Afferma lo Sparagna: "Il complesso delle norme contenute nello statuto di Maranola si può leggere oggi non nel testo originale, ma attraverso una copia di esso trascritta parola per parola da un antico originale, ad opera del capitano Perseo Fusco Fregellano di Pontecorvo. Il fascicoletto manoscritto pergamenaceo, che racchiude i 75 capitoli, è formato da sei carte iniziali contenenti la rubrica di tutti i capitoli e da altre 57 comprendenti i singoli capitoli. Seguono altre pagine albe. Il fascicolo è ben conservato. Attualmente si trova nella biblioteca della sig.ra Elvira Ricca di Maranola. Una copia dattiloscritta, redatta a cura di Melchiorre Ruggiero nel 1936, è conservata presso la biblioteca del Senato della Repubblica Italiana".

Occorre qui mettere in tutta evidenza la puntigliosa precisione che ha presieduto alla stesura del lavoro del prof. Sparagna. Lo statuto è stato pubblicato nel 1999, ma lo studio ebbe inizio dieci anni prima, nel 1989. Il lavoro però è rimasto fermo per anni a causa della difficoltà interpretativa del capitolo 37 intestato "De integris" ma che nel testo si ripeteva con "intergis" fino a quando il prof. Carlo Gamba attraverso i buoni uffici del prof. Gerardo De Meo, ha reso possibile lo scioglimento del rebus delle "integre" (difese per il fieno).

Uno stretto rapporto intratteneva Maranola con Spigno e con S. Paolo di Pontecorvo [1] come è evidente dal capitolo 43 dove si stabilisce la condizione della reciprocità per l'esenzione da qualsiasi balzello in quanto "non sono tenuti a pagare la fida né il passaggio o plateatico per le loro bestie ufficiali del signor conte suddetto nel territorio di Maranola e viceversa".

Afferma il Gamba: "non avrebbero dovuto, infatti, corrispondere né fida, cioè, il gravame relativo all'uso dei pascoli montani, né passaggium, vale a dire, il "diritto di passo", né il plateaticum, cioè, l'imposta sulla vendita delle merci; a patto, però, che un identico trattamento di favore fosse riservato ai Maranolesi recantisi nei tenimenta di quei due centri abitati".

Il diritto alla reciprocità viene ribadito nel capitolo 45 dove si afferma che "si faccia per i forestieri come essi fanno per i nostri cittadini maranolesi e non diversamente".

Un altro problema sorge dalla lettura degli "Statuta" di Maranola e riguarda l'estensore della copia manoscritta del 1532 (se l'abbia scritta di suo pugno o l'abbia fatta scrivere da un suo incaricato non sappiamo) che è un Perseo Fusco di Pontecorvo che si fregiava dell'appellativo di Fregellano.

A tal proposito occorre ricordare che Fregelle fu centro dei Volsci Sidicini, distrutta dai Sanniti, controllata dai Romani; ebbe un ruolo importante al tempo di Annibale; i suoi resti sono stati individuati presso Isoletta d'Arce ma nel 1500 si credeva posta a circa due chilometri da Pontecorvo tanto che questa città aggiunse al suo stemma la scritta Senatus Populusque Fregellanus.

Dal che sembra facile dedurre come l'importanza del ruolo rivestito dal pontecorvese in terra maranolese, avesse consigliato al Perseo Fusco di aggiungere al suo nome, forse plebeo, quell'appellativo ripieno di roboante antichità per nobilitarne i natali. Almeno un fatto simile può essere registrato ad Ausonia circa la metà del 1700, nel caso di tal comandante de Stefanis, di umili natali, che si vantava in pubblico di sue nobili origini addirittura collegandosi a progenie romana.

Però, questo appellativo che troviamo per la prima volta potrebbe essere invece un vezzo onomastico adottato normalmente dai maggiorenti pontecorvesi nel 1500; uno studio specifico sull'argomento, collegato alle cause che dettero vita all'inserimento del ricordo di Fregelle che tuttora si trova nello stemma della città, potrebbe dirimere ogni dubbio.

Il cap. 24 intestato "circa i cavoli e gli agli da piantare" si trova in linea con tutti gli altri statuti di cui siamo a conoscenza. Nel caso di Maranola l'Università "ha stabilito ed ordinato che ogni cittadino di Maranola deve piantare o far piantare nelle proprie terre o in quelle di altri trecento cavoli per tutto il mese di maggio prossimo venturo e duecento spicchi di aglio fino a tutto il mese di gennaio prossimo venturo, a pena di un tareno per ciascuno…". Al baiulo spettava il compito di "fare indagini per i cavoli, per tutto l'ottavo giorno… del mese di giugno…; per quanto riguarda gli agli, per tutto l'ottavo giorno… del mese di febbraio…Superati questi due limiti di tempo o uno di essi, lo stesso baiulo non può ne deve fare indagini né dare punizioni contro coloro che non hanno piantato né cavoli né agli".

Ci eravamo sempre posti la domanda del perché questo "accanimento" delle autorità nell'obbligare i cittadini alla coltivazione di cavoli ed agli; in parte abbiamo potuto trovare una risposta [2].

Nella vicina Ceprano nel 1330, con riferimento alle carte relative alle spese alimentari sostenute per il sostentamento suo e del servo che lo accompagna, dal chierico Guglielmo de Montesecuro che svolge la funzione di collettore, gli ortaggi del soprassuolo (h)erbe) ricoprono un ruolo centrale nell'alimentazione di tutti i giorni, presenti in numero di volte pari a quello della carne. Sulle tavole dei meno abbienti la frequenza di consumo doveva naturalmente essere maggiore. Erano utilizzati verosimilmente per zuppe o come contorni; anche di essi in qualche caso si indica la specie: zucche (cocusse), cavoli (caules) e cipolle (cepe).

Le zucche indicate nei documenti medievali non corrispondono alle zucche diffuse ai giorni nostri (Cucurbita Pepo, C. maxima) ancora sconosciute al tempo, ma alle lagenarie (C. lagenaria) già presenti sulle tavole romane.

I cavoli rappresentano un alimento cardine della dieta medioevale a tal punto che lo Stouff ha calcolato che essi erano presenti sulle tavole provenzali un giorno su tre. Nelle campagne viterbesi due-trecentesche è l'unico ortaggio ad essere venduto tutto l'anno ad eccezione dei mesi estivi. E' utile, altresì, precisare che nel medioevo era conosciuto sia il cavolo bianco che il cappuccio, mentre il cavolfiore fu introdotto successivamente nel corso dell'età moderna.

Le cipolle erano preziose per la facilità di conservazione; erano un prodotto dell'orto particolarmente apprezzato tanto che nel Lazio era frequente la richiesta di canoni in cipolle per la locazione di orti.

Fino agli anni '80 di questo volgente secolo possiamo dare certezza che gli anziani di Coreno Ausonio erano soliti consumare nei campi la colazione a base di pane ed una "testa" d'aglio mentre una ricetta culinaria diffusa per il pasto serale era quella dell'aglio fritto in olio d'oliva in cui si inzuppavano fette di pane.
Lo Statuto quattrocentesco di Maranola, come anche quelli delle altre Terre aurunche, si pone come una sintesi del passato ed una base del divenire che ci ha portati a quest'oggi.

Questa è soltanto una delle ragioni che richiedono uno sforzo - economico degli enti locali e culturale dell'Università degli Studi di Cassino - per affrontare uno studio complessivo e globale della legislazione statutaria dell'intera area aurunca tramite la quale si sono gettate le basi del moderno comportamento sociale.
Per quanto ci risulta attendono ancora la pubblicazione gli statuti di Spigno e di Itri.

La pubblicazione, e conseguenti studi, dell'intero Corpus statutario aurunco potrebbe servire di base ad un nuovo riconoscimento di un territorio esteso per 250 kmq. che, antropizzato nel medioevo, è rimasto deserto e sconosciuto fino all'epoca nostra.

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[1] Si tratta certamente del casale sorto attorno al monastero di S. Paolo della Foresta. Afferma il Cayro che "S. Pauli de Foresta in territorio Pontiscurvi, fu edificato questo Monastero dall'Abbate Giacomo di nazione Greca (greci di Calabria) in quell'estensione di territorio donato ad esso da Guido, Conte di Pontecorvo nel 988, e poi nel 1093 fu donato a' Casinesi da Rinaldo Ridello quando fu possessore di quella Contea". P. CAYRO, Storia Civile e Religiosa della Diocesi di Aquino, ristampa anastatica, Pontecorvo 1981, pp. 93-122. Nel 1229 fu saccheggiato dai "clavisegnati". Afferma L. FABIANI, La Terra di San Benedetto, II, Montecassino, 1968, pp. 186-189 che "Questa prepositura con il casale omonimo, sorto nelle sue adia­cenze, spettava al Convento cassinese «in spiritualibus et temporalibus» «ratione unionis factae per Sanctam Romanam Ecclesiam et dominum Clementem Papam», e ciò perché, forse, ricadeva nella giurisdi­zione della diocesi di Aquino.

L'inventario dei suoi beni fu fatto nel 1312 dal preposito Giovan­ni da Pontecorvo, e dalla sua lettura apprendiamo che possedeva il ca­sale sopracitato che si chiamava «Villa S. Pauli», e in più le chiese di S. Benedetto de Arrano Rurale, S. Nicola dei Greci in Pontecorvo, S. Giusta e S. Marco de Arrano Rurale nello stesso territorio.

Alla metà del secolo XV ancora viveva colà una comunità mona­stica".
Afferma ancora il Fabiani: "Verso la fine del secolo XIV o i princìpi del XV — non si co­nosce esattamente la data — la casa Spinelli, signora di Rocca­guglielma, approfittando della crisi in cui versava il monastero, si impossessò di prepotenza… della prepositura di S. Pietro della Foresta… (L. FABIANI, La Terra di S. Benedetto, III, pp. 11-17, Montecassino, 1980).

[2] S. DE SANTIS, Ceprano, 1330. Una testimonianza sul consumo alimentare nel tardo medioevo; in: Rivista storica del Lazio, n. 5, Roma 1996, pp. 83-99,



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