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Fiorenza Dal Corso Note

 
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beny
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MessaggioInviato: Mar Feb 28, 2012 6:19 pm    Oggetto: Fiorenza Dal Corso Note Rispondi citando

Santa Barbara
pubblicata da Fiorenza Dal Corso il giorno venerdì 3 dicembre 2010 alle ore 11.07
Paese che vai usanza che trovi.

Interessante come i francesi del Sud (Provenza) vivono questo periodo che va dal 4 dicembre a Natale. Il giorno di Santa Barbara mettono in un piccolo recipiente d'acqua una manciata di chicchi di grano. Questi, all'interno della casa riscaldata , lentamente germogliano e per Natale sono diventati un bel ciuffo verde , alto circa 15-20 cm., che viene posto nella Crèche (Presepio o Presepe), proprio davanti alla capanna, quale visibile richiesta a Gesù che i raccolti siano fruttuosi per l'anno a venire.

Altra curiosità: nel presepio provenzale ci sono due statuine che non sono presenti in Italia. La prima è "L'étourdi" (il pazzo o scemo) con le braccia alzate. Atteggiamento scomposto di questa categoria di persone sfortunate ; viene messo vicinissimo alla grotta o capanna ad indicare che queste persone sono le prime ad essere accolte dal Bambinello.

La seconda figura è "La gitane" (La zingara). Infatti in Provenza si sono rifugiati tantissimi "Rom" da lungo tempo.La località di Saintes Maries de la mer è il cuore di questa comunità, centro di pellegrinaggi e turismo
Fonte: Fiorenza Dal Corso


Chiesa di Saintes Maries de la Mer
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MessaggioInviato: Mer Feb 29, 2012 9:42 am    Oggetto: Fiorenza Dal Corso Note Rispondi citando

Traduzione personale di "Origini e storia del ceppo di Natale"
pubblicata da Fiorenza Dal Corso il giorno venerdì 24 dicembre 2010 alle ore 19.48 ·


Origine e storia del “Ceppo” di Natale

Il ceppo di Natale riuniva un tempo tutti gli abitanti della casa, tutti gli ospiti, genitori e domestici, attorno al focolare famigliare .La benedizione del ceppo con le cerimonie tradizionali di cui si accompagnava era la benedizione del fuoco, nel momento in cui i rigori della stagione lo rendono più utile cha mai: questa usanza esisteva soprattutto nei Paesi del Nord. Era la festa del fuoco, il Licht degli antichi Germani, il Yule Log, il fuoco d’Yule delle foreste druidiche, al quale i primi cristiani hanno sostituito quella festa di Santa Luce il cui nome, inserito il 13 dicembre nel calendario e proveniente dal latino lux, lucis, richiama ancora la luce.

E’ proprio naturale che si dia onore, il 25 dicembre, nel cuore dell’inverno, al pezzo di legno secco e resinoso che promette caldi bagliori alle membra irrigidite sotto la tramontana. Ma, spesso, questa usanza era una tassa in natura, pagata al signore dal suo vassallo. Nel periodo natalizio , si portava della legna; a Pasqua delle uova o degli agnelli, all’Assunta, del grano, o per la festa di Tutti i Santi, del vino o dell’olio.

Accadeva anche, talvolta, che i poveri, non potendo procurarsi dei ceppi adatti per la veglia di Natale, se li facessero regalare.

“Molti religiosi e contadini, dice Leopold Bellisle, ricevevano per i loro fuochi delle feste di Natale un albero o un grosso ceppo chiamato tréfouet”. Il tréfeu, il tréfouet che si ritrova sotto lo stesso nome in Normandia, in Lorena, in Borgogna, nel Berry, ecc., è, ci insegna il commento del Dizionario di Jean de Garlande , il grosso ceppo che doveva , secondo la tradizione, durare per i tre giorni di festa. Da qui, del resto, il suo nome: tréfeu, in latino tres foci, tre fuochi.

Dappertutto, anche nelle più umili capanne, si vegliava attorno a dei grandi focolari in cui ardeva il ceppo di faggio o di quercia, con le sue gobbe ed i suoi incavi, con le sue edere ed i suoi muschi. La porta restava spalancata per i poveri che venivano a chiedere un letto per la notte. Si versava loro in abbondanza il vino, la birra o il sidro, secondo le zone, ed un posto alla tavola della famiglia era offerto loro. Si aspettava così la Messa di mezzanotte.

Si immaginino i sontuosi caminetti d’un tempo: davanti ad essi poteva ripararsi un’intera famiglia, genitori, bambini, servitori, senza contare i cani fedeli ed i gatti freddolosi. Una buona vecchia nonna raccontava delle storie che interrompeva solo per battere il ceppo con la pala da fuoco e far sprigionare da esso il più possibile di scintille, dicendo:” Buon anno, buoni raccolti, tante scintille ,altrettanti piccoli covoni”.

Il ceppo di Natale era un’usanza molto diffusa in tutte le provincie della nostra vecchia Francia. Ecco, secondo Cornandet, il cerimoniale che si seguiva nella maggior parte delle famiglie: non appena l’ultima ora del giorno si era fusa nell’ombra della notte , tutti i cristiani si prodigavano a spegnere i loro focolari, poi andavano in massa ad accendere dei tizzoni alla lampada che ardeva in chiesa , in onore di Gesù. Un sacerdote benediva i tizzoni che si disseminavano nei campi.. Questi tizzoni portavano il solo fuoco che esisteva nel villaggio. Era il fuoco benedetto e rigenerato che doveva proiettare delle nuove scintille sull’atrio rianimato.

Tuttavia, il padre di famiglia, accompagnato dai suoi bimbi e dai suoi servitori, andava nel posto della casa, dove, l’anno precedente, avevano riposto i resti del ceppo. Portavano solennemente questi tizzoni; l’avo li deponeva nel focolare e tutti si mettevano in ginocchio. Recitavano il Pater, mentre due forti garzoni o due ragazzi portavano il ceppo nuovo. Questo ceppo era sempre il più grosso che si potesse trovare; era la più grossa parte del tronco dell’albero, o anche la base stessa, si chiamava ciò la Coque de Noel (il guscio di Natale) (il dolce allungato in forma di ceppo che si dava ai bambini il giorno di Natale portava ancora all’inizio del XX° secolo in certe provincie il nome di conchiglia o piccolo ceppo, in dialetto , le cogneu)

Si dava fuoco a questa Coque ed i bambinetti andavano a pregare in un angolo della stanza, con il volto girato contro il muro, affinché, si diceva loro, il ceppo facesse loro dei regali; e mentre essi pregavano il Bambin Gesù di dar loro la saggezza, si mettevano , all’estremità del ceppo dei frutti canditi, delle noci e delle caramelle. Alle undici, tutti i giochi, tutti i piaceri cessavano. Ai primi tintinii della campana, si sentiva il dovere di andare alla messa, ci si recava in lunghe file con le torce in mano. Prima e dopo la messa , tutti gli astanti cantavano delle canzoni di Natale e si ritornava alla casa a riscaldarsi al ceppo e a fare il veglione con un gioioso pasto.

Nella settimana religiosa della diocesi di Langres del 23 dicembre 1905, un vecchio autore, Marchetti, espone il senso religioso di queste pratiche:” Il ceppo di Natale, dice, rappresenta Gesù Cristo che si è paragonato lui stesso al legno verde. Da allora, continua il nostro autore, l’ingiustizia , essendo chiamata , nel quarto Libro dei Proverbi, il vino e la bevanda degli empi, sembra che il vino versato dal capo-famiglia su questo ceppo significhi la moltitudine dei nostri peccati che il Padre Eterno ha versato su suo Figlio nel mistero dell’Incarnazione, per essere consumati con lui nella carità di cui è “ bruciato” nel corso della sua vita mortale.


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MessaggioInviato: Mer Feb 29, 2012 9:51 am    Oggetto: Fiorenza Dal Corso Note Rispondi citando

Traduzione personale di "Non prendetelo come un brutto tartufo" tratta da "La France pittoresque del 24/12/2010
pubblicata da Fiorenza Dal Corso il giorno sabato 25 dicembre 2010 alle ore 17.00 ·

All’inizio del XX° secolo Charles Rozan ci ricorda in “I vegetali ed i proverbi” che la parola truffe o trufle è stata usata nella lingua antica, per inganno. Era, forse, un’allusione alla piccola produzione che raggiungeva allora il tartufo; si indicava con questa parola, una cosa da nulla, una cosa ingannevole.

Da allora, egli prosegue, il tartufo occupa un posto molto più grande nei libri di cucina che nei dizionari; è nei cibi più raffinati che esso entra in composizione, non è nei proverbi. Tuttavia, siccome esso è alla base di una parola che, da Molière, si annovera tra i nostri vocaboli, è interessante capirsi su questa singolare origine.

E’, infatti, la truffe o piuttosto la parola con la quale la si designa in italiano, tartufo, che ha suggerito a Molière il nome dell’ipocrita, del falso devoto della sua celebre commedia. Ecco innanzitutto ciò che è stato narrato: il nostro grande comico era in visita presso il nunzio (papale) un giorno in cui furono offerti a questo prelato dei tartufi, vegetale sotterraneo ancora molto raro a quell’epoca. Un devoto, pieno di mellifluità, che si trovava lì, e che dava esattamente a Molière un’immagine dell’ipocrita che egli pensava di descrivere, sarebbe d’un tratto uscito dal suo raccoglimento e avrebbe esclamato da vero intenditore della buona cucina: “Tartufi, signor nunzio, tartufi! Questa esclamazione ed il tono col quale fu pronunciata avrebbe talmente colpito Molière che egli avrebbe deciso di dare al suo ipocrita, chiamato dapprima Panulphe, il nome di Tartufe.

Ma questa scenetta è sembrata un po’ inventata liberamente. A parte il fatto che non si capisce bene ciò che Molière sarebbe venuto a fare presso il nunzio papale, in un’epoca in cui la Chiesa doveva un giorno rifiutargli la sepoltura, si è pensato che sarebbe molto più semplice limitarsi a credere che Molière, molto nutrito di letteratura italiana, avrebbe preso a prestito il nome di Tartufe dall’epiteto mal tartufo, cattivo tartufo, il che era quasi un’ingiuria in un tempo in cui il tartufo era ancora considerato in Italia, come una cosa marcia. Qualunque siano le sue origini, è sempre al tartufo che si collega il nostro Tartufe , e questo nome sembrò così ben adatto al personaggio che passò dal teatro nella lingua abituale per designare l’ipocrita, il briccone che inganna, che abusa della credulità della gente, sotto la maschera, col pretesto della religione.

“Molière ha così ben dipinto questo carattere nella persona di Tartufe, ed ha reso tale carattere talmente adatto a Tartufe , che la nostra lingua si è trovata arricchita da questa parola, e che Tartufe, nome proprio, è diventato in modo figurato nome comune, cosicché si dice oggi di un ipocrita e di un falso devoto: è un tartufo” (Dumarais, Oeuvres, tome III) . La parola ha così ben proseguito il suo cammino che ha fatto nascere un sostantivo femminile, tartuferie, inganno, e un verbo attivo tartufier. “Ma chi pensate che sia venuto da me? Dei Provenzali; essi mi hanno ingannata (tartufata)” (Lettres de Madame de Sévigné). Ci sono anche i Tartufi dei costumi, gli uomini viziosi che fingono grandi principi morali, comici insolenti, dice Ponsard, che mettono le loro virtù mettendo i loro guanti bianchi.

Per ritornare al tartufo, ricordiamo che ciò che costituisce la sua originalità, ciò che lo distingue tra tutti i vegetali culinari, indipendentemente da quel sapore squisito che l’ha fatto chiamare da Brillat-Savarin, il diamante della cucina, è la sua crescita isolata nel seno della terra: lo si trova, o lo si raccoglie, senza averlo né seminato, né coltivato, senza che esso abbia rivelato il suo modo di vegetare e riprodursi..Esso rientra a questo proposito, nel caso dei minerali. Senza alcun dubbio, un gran numero delle produzioni della natura o dell’industria hanno il loro valore intrinseco, e contano per se stesse. Ma è vero che esse prendono a prestito generalmente una gran parte della loro reputazione dalla loro rarità. Raro e prezioso saranno sempre un po’ sinonimi.Se il tartufo, malgrado tutte le sue virtù gastronomiche , diventasse così diffuso come la patata, esso sarebbe molto meno apprezzato. Si racconta che una donna civettuola alla quale si diceva che una macchina di nuova invenzione avrebbe prodotto a buon mercato, i più bei merletti, rispose:” Se i merletti fossero a prezzo basso, chi mai vorrebbe portare simili stracci?”

(Tratto da I vegetali ed i proverbi, apparso nel 1905


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Ultima modifica di beny il Mer Feb 29, 2012 6:01 pm, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: Mer Feb 29, 2012 5:49 pm    Oggetto: Fiorenza Dal Corso Note - colori Rispondi citando

COLORI
pubblicata da Fiorenza Dal Corso il giorno venerdì 27 maggio 2011 alle ore 14.23
Una giornata di nebbia priva d’alcun afflato

seguita da una di sole splendente
ha richiamato i colori del Creato
che l’uomo prova ad imitare in modo deludente.

Il mondo delle piante è stato ispiratore;
il linguista d’aiuto nel definir la tavolozza.
La lingua è convenzione anche per il pittore
così come il mondo minerale d’altrettanta ampiezza.

Non manca affatto il mondo animale,
aiuto prezioso nel presentar dei color tutta la gamma.
Il nostro variegato pianeta fornisce l’originale
ed arricchisce dell’uomo l’uso d’ogni lemma.

Vaniglia,ciliegio, pesco, melo, rosa, rosa selvatica, limone, arancio, mandarino,
apron la danza delle piante che fa per il pittore da modello;
senape, avocado, sedano, menta, pistacchio, rosmarino,
dei verdi eseguon il balletto, con salvia, aloe, oliva, Kiwi e pisello.

Folletti benevoli, vestiti d’azzurro entrano in scena sussurrando:
fiordaliso, lillà, pervinca, lavanda, erica,
cacciati dai malevoli che arrivan borbottando
come il mirtillo, il ginepro e la melanzana di blu e viola più carica.

Solitario o in gruppo, il ciclamino monello fa capolino tra i pini.
L’orchidea regale avanza con sussiego, fiera delle sue varie tonalità;
la fucsia vanitosa mostra i suoi silenti campanellini,
mentre, prugne, vinaccia, mosto e mammole fan capovolte a volontà!

Ma ecco…come un “fortissimo” d’orchestra
troneggiano i re della festa! Dei rossi ecco la fenomenal parata:
papaveri, fragole, ribes, lamponi, ravanelli,pomidoro, ciliege, gerani alla finestra.
Seguon castagne, noci, nocciole, marroni , mandorle e caffè, ottimi dessert in tavola imbandita.

Continua lo spettacolo: è il turno dei doni della terra nei secoli.
Pietre dure, quarzi, cristalli vengon in aiuto all’artista:
cristallo di rocca, avorio,citrino, bistro, quarzo rosa, ambra, agata, corniola, opali,
scortati da peridoto, calcedonio, malachite, diaspro,crisoprasio, ametista.

Turchese, zaffiro, topazio, rubino, granato, corallo rosa e rosso son gemme sfolgoranti
che fan bella mostra di sé nelle più belle vetrine delle città,
assieme alle giade, agli smeraldi, ai lapislazzuli, ai giaietti, agli onici luccicanti
mentre l’occhio di tigre, di gatto, di falco uniscon il fossile alla vivente realtà.

Tocca ora agli animali richiamare un colore con miglior precisione:
bianco cigno, bianco pernice,tortora, giallo canarino,
madreperla, fenicottero, verde raganella, salmone,
castoro, nero seppia, maculato, grigio topo, ermellino.

Pur degli oggetti o dei luoghi vengon evocati per suggerire certe sfumature:
pergamena, rugiada, fumo di Londra, verde bandiera , verde bottiglia, rosa confetto,
azzurro ghiaccio, blu mare, blu artico, blu di Cina, rosa conchiglia, rosso oltremare.
Con tutte le tecniche il pittore s’adopra per ottenere un certo effetto!

Le lingue straniere si prestan all’impresa di completare il caleidoscopio:
beige, écru, bordeaux, pied-de-poule, rosa shocking, principe di Galles.
Chi mai saprà come sono il bruno, il giallo, il violetto di Marte senza un telescopio?
Ed il Blu di Brema e di Parigi ? Il bruno di Prussia, di Firenze, di Cina e Van Dyck?

Chi sa definir il giallo di Saturno? O il giallo ed il blu egiziano?
Come può un nero essere sì diverso da quel di Germania e Spagna?
Forse più noti, per averli in documentari ammirati, son il giallo ed il rosso indiano,
e il verde Paolo Veronese e di Verona, ma al verde di Brunswick chiunque getta la spugna!

Questo studio non completo vuol essere un urlo tremendo
rivolto a color che il dono della vista hanno, ma usar non sanno
e giran , la testa tra le nuvole e la mente rivolta al loro minuscolo mondo
quando i ciechi spesso parlan di colori come i vedenti mortali non fanno !

5 Maggio 2010 - Fiorenza Dal Corso



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MessaggioInviato: Sab Mar 31, 2012 8:28 am    Oggetto: Fiorenza Dal Corso Note - il mio giardino Rispondi citando

IL MIO GIARDINO
Ester, da ragazza amava tanto leggere,
così come amava i fiori.
Quando si sposò lesse un romanzo di Liala
che aveva come protagonista una tale “Fiorenza”.
Pensò bene di unire le sue due passioni
e chiamò la sua prima bimba con quel nome .
Forse senza saperlo le infuse quell'amore
e per prepararla alla scuola elementare
le regalò un volumetto cartonato ed illustrato
dal titolo “Il mio giardino”………….

Fu così che, come di pane e caffellatte
mi nutrii di conoscenze sulla botanica.
La mia fanciullezza era allietata
da passeggiate lungo le carrarecce
che delimitavano o dividevano la campagna paterna.
Adoravo i fossati bordati di acacie
con i loro fiori bianchi a grappolo, dal profumo intenso.
Insieme ai miei tre fratelli, passavamo ore
seduti a trarre suoni dalle foglioline di quegli alberi.
“Luogo” prediletto era un ponte
che interrompeva un fosso, dal quale
ci si inoltrava in un altro appezzamento.
Lì, una miriade di pratoline
sorridevano al cielo azzurro e noi due sorelle,
annodando i loro steli, formavamo diademi
che mettevamo sul capo
come principesse delle fiabe.
Il “posto” più bello per me,
stava al confine della campagna:
era un ruscelletto dall’acqua limpida
che formava una curva ed una contro curva,
ambedue ad angolo retto.
Sulle sue prode c’eran violette bianche ed azzurre
che m’incantavano ed esso diveniva
un “laboratorio” d’argilla per i miei fratelli.
Vi entravano a piedi nudi e si cimentavano
a formar vasetti e piattini, imbrattandosi tutti di fango.
Essendo la maggiore e responsabile del gruppo,
dopo una giornata di duro “lavoro”, mi prendevo in spalla
“Tonin”, il più piccolo che, per la stanchezza,
non si reggeva in piedi.
Lo riportavo molto lontano, sull’aia di casa
e aiutandomi con una bacinella d’acqua
iniziavo a lavarlo per sezioni…….
Dapprima i piedi, poi le gambe, poi su le cosce…
Riprendevo dalle braccia e finivo col viso….
Non eran certo manovre igieniche corrette,
ma procedevo così…..gli altri facevan da soli.

Quando però io stessa volevo fare una vera escursione,
ottenuto il permesso da mamma, andavo a far visita
a Nonna Maria e a suo marito Bepi
(non erano nonni veri, li chiamavo così per affetto);
erano due vecchietti che vivevano in una casupola
che doveva assomigliare a quella della nonna
di Cappuccetto Rosso; minuscola, con la scala in legno
ed il focolare sempre acceso in cucina.
Tanto lei era affettuosa, tanto lui era burbero e taciturno.
Per andare da loro avevo due possibilità:
o saltare quel famoso adorato ruscelletto
e percorrere la carreggiata che conduceva da loro,
oppure costeggiare tutta la proprietà di papà
ed arrivare alla fine, ad un ponticello barcollante in legno.
“Ponticello” è forse troppo dire; si trattava, in realtà,
di una serie di assi inchiodate a dei tronchi perpendicolari
che permettevano un passaggio a pelo d’acqua …
e in quel punto l’acqua era profonda.
Mi sentivo grande quando tornavo da quelle visite,
delle opportunità di fare una buona azione e
di mangiare qualche buon dolcetto ……

Gli anni son passati e tutto è cambiato:
le strade eran di sassi, ora son tutte asfaltate,
i fossati quasi spariti o intubati.
La mia lontananza dalla terra, dai fiori e dalle piante
è durata molto….

Il mio Amore per essi, tuttavia, è ripreso,
più vivo che mai da vent’anni a questa parte,
specialmente dopo che, alla fine di quella carrareccia
dove formavo collane di pratoline,
ho fatto edificare la mia casa,
dove io e mamma abbiamo piantato, curato, accudito
quello che è ora “Il mio giardino”,
il mio pezzetto di Paradiso.

Dal Corso Fiorenza Campodarsego , li 29/03/2012


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