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Alcune poesie di: Fiorenza Dal corso

 
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Autore Messaggio
beny
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Registrato: Dec 25, 2006
Messaggi: 1541

MessaggioInviato: Mer Ago 10, 2011 5:14 pm    Oggetto: Alcune poesie di: Fiorenza Dal corso Rispondi citando

Preghiera di un fiore

Uomo, come te da Dio son stato creato,
come te, per vivere nell’acqua o nella terra!
Perché dunque spesso mi hai obbligato
a finire i miei dì come in guerra un soldato?

Certo, son bello a vedere, da solo o in bouquet,
immerso in un vaso slanciato o capiente!
In un modo o nell’altro, lo capisci da te,
decidi per me una morte incipiente.

Ti prego, lasciami respirar fuori della tua porta,
benché, da tempo, con frutta, verdura e vari oggetti
sia considerato per i pittori “natura morta”.
Sol nel nostro ambiente noi siamo perfetti!

Monet l’aveva capito ed il suo monito va seguito:
la sua tavolozza diventa, a Giverny, il suo giardino!
Un canto di ninfee ed il profumo di fiori d’ogni tipo
l’accompagna nella vita per tutto il suo cammino.

Vincent, dal rosso dei provenzali papaveri afferrato
arrivò fin a mangiarli, nella sua follia…
Ma il campo di grano, pur dai corvi sorvolato
scuote l’anima più che di girasoli e d’iris la fotografia.

Mimose e rododendri nei laghi, roseti alle mura abbarbicati,
aiuole variopinte in città, nei boschi ciclamini e genziane!
Or dunque, passante, I FIORI non devon essere strappati
per finire nei salotti buoni delle dimore umane.

Non essere egoista, guardali, odorali solamente;
se proprio li ami, piantali, curali con le tue dita
e senza quasi saperlo, ti troverai cresciuto spiritualmente
perché avrai alla fine capito le regole della VITA.

Campodarsego. li 7 12 2009 - Fiorenza Dal Corso



Ultima modifica di beny il Mar Ago 16, 2011 9:02 pm, modificato 2 volte in totale
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beny
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Registrato: Dec 25, 2006
Messaggi: 1541

MessaggioInviato: Mer Ago 10, 2011 5:27 pm    Oggetto: LA PRATOLINA Rispondi citando

LA PRATOLINA
Dedicato alla mia cara sorella
ALBERTA con immensa,
inconsolabile nostalgia

In un giardino di campagna, un iris di una specie rara, color rosa pallido, si vide un giorno spuntare accanto una margheritina e subito ne fu gelosa. La padrona di casa continuava a dedicarle la massima attenzione, le riservava le cure più importanti; infatti , oltre all’acqua le aveva costruito un piccolo riparo, in modo che il lungo stelo non si piegasse al vento ed i raggi del sole non la ferissero. Era fiera di quell’esemplare ottenuto da incroci particolari e ne ammirava, estasiata, la forma ed il colore. Talvolta si complimentava con lei e l’iris ricambiava questo affetto emanando un delicato sentore nell’aria circostante.
Di tanto in tanto la signora accompagnava in quell’angolo di giardino qualche suo ospite per esibire la “sua” creatura. Si avvicinavano con prudenza, quasi come si trattasse di un rito sacro; immancabilmente, ognuno esprimeva stupore per quel fiore così aristocratico.
Un giorno, prima di andarsene, sempre in punta di piedi, la signora, finì per scorgere tra il verde dell’erba un’umile e solitaria pratolina e disse:” Oh, guarda, c’è anche una timida margherita!” Così accadeva ultimamente,ogni volta che andava a visitare il suo amato fiore e l’invidia cresceva nel cuore di questo. La margheritina cresceva bene, era sempre allegra, spensierata, socievole col mondo intero, fosse quello degli uomini o dei vegetali. L’iris impettita, non tollerava questa simpatia universale e, al contrario, non parlava quasi mai; era sempre seria ed introversa. Si avvolgeva ogni giorno di più nel suo orgoglio e sfidava tutto e tutti. La brezza le volteggiava attorno accarezzandola e lei fingeva d’ignorarla, talvolta ne era perfino stizzita.
Le risatine divertite della margherita, ad ogni alito di vento si sentivano per tutto il prato e contagiavano l’umore degli altri fiori, degli arbusti e delle piante d’alto fusto. Il che irritava maggiormente l’iris dal pessimo carattere. Il piccolo fiore non sembrava portarle rancore, anzi spesso le chiedeva;” Ehi, Iris, tu che di lassù vedi il mondo, raccontalo anche a me, ti prego”.L’iris le parlava dei paesi lontani dove le sue sorelle facevano bella mostra di sè, in giardini di castelli o di ville patrizie; tutto ciò solo per farle pesare la sua bellezza. La margheritina ascoltava rapita , senza la minima punta d’invidia ed era contenta per lei, la considerava anzi molto saggia e provava dell’ammirazione vera.
Alla sera, dopo aver chiacchierato tutto il giorno, “Pratolina”
era stanca e, al calar del sole, chiudeva i suoi petali avvolgendosi in un sonno beato. L’iris la guardava con compassione e continuava ancora a lungo la sua
di Iris .Sembrava specchiata in un laghetto in miniatura. Che meraviglia! La gioia della madre era immensa, anche se un po’ imbarazzata e ringraziò Pratolina dell’aiuto morale dal profondo del cuore.
Da allora divennero amiche e si raccontavano tutto; sembravano gemelle, parlavano di tutto, non solo del quotidiano, ma anche delle più piccole emozioni e sensazioni.
Sembrava che Iris volesse recuperare il tempo perduto; sapeva che aveva fatto soffrire Pratolina in modo perfido ed ingiusto e diceva spesso al faggio:”Una vita intera non mi basterà per darle l’amore che le ho negato!”
Furono giorni pieni di vita profonda, vera, quelli che trascorsero da allora e ad Iris non bastava mai. Era Pratolina ora che, spesso stanca, le diceva:” E’ tardi, è ora di dormire; ci vediamo domani”. Così, ogni mattino, Iris attendeva con ansia il risveglio dell’amica.
Una sera due fidanzati attraversarono il prato e lui, portato da quell’amore che gli scoppiava in cuore, ma dubbioso di quello di lei, volle interrogare Pratolina come fanno spesso gli stupidi uomini, sfogliando , una ad una, le pieghe del suo vestito e fu così che la strappò per sempre. Il grande ippocastano che vigilava sempre su tutto, se ne accorse e, col cuore spezzato, disse ad Iris:”Pratolina ci ha lasciati…” Iris, che cullava il suo bimbo, trasalì e non volle crederci. Non riuscì neanche a piangere, fu presa da un tremito, un tremito dell’anima che si trasmise a tutto il suo essere. Si sentì niente e meno di niente. Era sola ora, col rimorso ed il rimpianto di aver fatto soffrire una creatura innocente, di non essere nemmeno riuscita a ripagare con tanto amore tanta sofferenza gratuita .Era doppiamente sola. Niente più l’interessò, tutto divenne insensato. Col passare dei giorni si sentì svuotata, stordita. Cominciò a star male, molto male. Non sapeva più chi era, né perché viveva. La paura divenne la sua compagna, il terrore di tutto la perseguitò, terrore degli uomini, della pioggia, del vento, delle farfalle ed anche della sua ombra, quando il sole si alzava e quando si coricava, indifferentemente. Alla paura si univa la rabbia e odiò gli uomini per la loro grettezza ed il loro egoismo, odiò in fondo, se stessa. Ed odiò Dio e poi si pentì e gli chiese il perché di tale perdita. Qualche volta lo pregò, meccanicamente, come istupidita. Finalmente, un po’ alla volta, si accorse che forse Dio non c’entrava, che gli uomini erano così ciechi di fronte al Creato che le loro azioni non erano frutto di cattiveria, ma di incapacità. Avevano mezzi tecnologici, ma non avevano più perfezionato i loro sentimenti. Le loro sensazioni erano rimaste superficiali ed avevano smesso , così storditi, di perseguire la ricerca della coscienza, della consapevolezza, lo studio dell’universo e dell’amore che lo regge: Finì per scusarli, si disse che “non sapevano quello che facevano”. Erano proprio ignari delle conseguenze delle loro scelte, ignari , malati, imperfetti. Cominciò a sentire il bisogno di parlare con Pratolina, anche se lei non poteva risponderle.
giornata. Assisteva, infastidita, ai giochi delle rondini nell’aria serotina, ascoltava con sussiego i concerti e gli “assolo” dei merli e, mano a mano che la notte scendeva, anche se un po’ intirizzita, guardava accendersi, qua e là, i lumini delle prime lucciole. Si addormentava nel cuore della notte come se avesse in ciò voluto essere superiore, ma dormiva poco e male ed al risveglio era tutta bagnata di rugiada.
Pratolina dormiva fino a tardi e solo al tepore dei primi raggi
di sole, apriva le imposte, si scaldava felice e salutava il nuovo giorno. Un pomeriggio, le rondini volarono basse, il cielo divenne cupo, i lampi guizzarono minacciosi ed i primi goccioloni di un terribile temporale percossero furiosamente la tenera corona dell’iris e si ficcarono sul terreno tramortendo Pratolina. Dopo essersi rapidamente ripresa, essa si chiuse in casa, ansimante ed aspettò, aspettò a lungo . Che fragore, che schianti, quanta acqua! A poco a poco le percosse divennero colpetti, poi buffetti, infine più nulla….Sentì di nuovo un po’ di calore, attraverso le fessure, rivide la luce del sole ed osò aprire un petalo, poi un altro…Che disastro! L’iris era ferita; due dei tre petali superiori della sua corona erano spezzati, gli altri tre inferiori del mantello, alquanto bucati. Nemmeno allora Iris parlò; sospirava profondamente, talvolta a scatti, come se singhiozzasse.
L’umile fiorellino aveva solo le ossa un po’ rotte, ma in confronto si sentì fortunata e, per solidarietà, respirò profondamente, nel tentativo disperato di trasmettere amore alla compagna. Il giorno dopo Pratolina si risvegliò tardi, come al solito e vide che Iris era proprio malconcia, forse non si sarebbe più ripresa. Infatti andò così e, peggio ancora, il fiore dal lungo stelo sembrò arrabbiato, ma così arrabbiato che non volle nemmeno più guardare Pratolina. Niente più parole,niente più sguardi. Erano tanto vicine, ma lontanissime l’una dall’altra.
“Ti prego, dimmi come ti senti”, insisteva Pratolina. Nulla.
“Hai bisogno di qualcosa?” Nulla. Passarono dieci lunghi giorni senza che il gelo che Iris aveva messo tra loro si fendesse minimamente.
Pratolina soffriva, tentava di sapere dagli altri esseri del prato qualcosa della vita di Iris. Talvolta la betulla, con i suoi lunghi capelli la lambiva e le portava qualche nuova, talaltra , il faggio giovane, che si trovava un po’ più lontano, le mandava dei messaggi, confidando al vento qualche sua fogliolina che glieli sussurrava all’orecchio.
Un giorno però, Pratolina che si crogiolava malinconica al sole, ormai intimorita da tale atteggiamento, si sentì chiamare dalla sua compagna. Che sorpresa! Iris stava male e le chiedeva aiuto! Aveva un gran dolore lì, dove lo stelo si dipartiva in un braccio laterale e dove, da alcuni giorni, era apparso uno strano gonfiore. “ Non ti preoccupare, cara” le rispose. “Sono qua. Non è nulla, sentirai solo un po’ di male e poi passerà; stai dando alla luce un figlio, sarà degno della tua bellezza. Coraggio!” Così, dopo molte ore di sofferenza, dal secondo stelo si aprì la gemma e si intravide un piccolo e timido doppio
Recitò la parte che era stata dell’umile fiore; ora era l’amica a non parlare, ma trovò giusto continuare a farlo. Sapeva che, come lei un tempo non rispondeva, ma sentiva tutto, anche Pratolina poteva sentire ed un giorno il dialogo sarebbe ripreso. Bastava solo aspettare con fiducia e serenità.
Ed amò pensare che quella stellina che ammiccava, monella, di lassù, nel prato del cielo, altro non fosse che Pratolina che le teneva compagnia e l’aspettava………….

Fiorenza - Estate 1997
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MessaggioInviato: Ven Nov 18, 2011 10:58 pm    Oggetto: Alcune poesie di: Fiorenza Dal corso Rispondi citando

La cura

Ho perso il sorriso
quello spensierato, mai sbracato
che spesso avevo sul viso
prima che il Dolore mi avesse stroncato.

Ho perso quell’incantesimo
che rende leggere le giornate
e suscita il gesto medesimo
nelle persone appena incontrate.

Accompagnava sempre il mio “Buongiorno”,
ogni volta spontaneo, mai forzato;
lo offrivo a chi mi era attorno
anche se con pena mi era ricambiato.

Papà volle al mio primo
aggiungere il nome di sua sorella,
così Letizia segnò il mio cammino
finché non finì la stagione bella.

Finirono i racconti divertenti,
sparirono in un lampo le sane battute
che destinavo ad amici e parenti
e m’aiutavano a star in salute.

Un dì un mio specchio ha riflesso
il mio volto troppo serio ed imbronciato;
lunghi minuti son stata innanzi allo stesso:
tra passato e presente un baratro s’era formato.

Del mio stato ho preso consapevolezza
ed ho capito di “psiche” e “soma” l’unità,
dunque ho deciso di non mostrar la tristezza
e di curarla concedendo all’aspetto la priorità.

Ho rivisto l’innocente sorriso d’un bambino
e quello di qualche vecchio, pur sofferente:
finestre aperte su un cielo cristallino,
suono gioioso prodotto da cembalo ritmante.

Il riso come il pianto son dati da forte emozione;
occorre che io infranga le mie renitenze
ché di curar la mia anima essi han la funzione:
forse ho trovato i farmaci per le mie sofferenze.
Fiorenza Dal Corso
Estate 2011






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Ultima modifica di beny il Dom Ago 13, 2017 6:29 am, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: Sab Nov 26, 2011 10:57 am    Oggetto: Alcune poesie di: Fiorenza Dal corso Rispondi citando

MELODIA IN MINORE

Stamane, al mio risveglio,
seduta sul suo trono
ho rivisto l’amica di sempre:
la nebbia fatata.

Avvolgeva ogni cosa
col suo velo grigio,
gli alberi eran sagome scure
che si svelavano all’improvviso,

così come le case e le strade.
Il rumore assordante s’era mutato
in una melodia in minore,
messaggera di languida malinconia.

La Regina della mia pianura
a tratti si scoloriva e,
come un’attrice burlona, passava
dal plumbeo all’argenteo.

Verso il mezzodì sembrò svanire
e sfidò il sole che diventò
un pallido cerchio inerme
sotto una coltre di biacca.

Il nascondino con l’astro
durò poco e d’un tratto,
ella nascose il mondo
col suo manto grigio-fumo.

Quando l’orizzonte s’azzera
lo sguardo si rivolge all’interno del sé,
pensieri, emozioni e sentimenti
prendono il sopravvento sui sensi.

A volte al calar della sera il bigio vestito
si fa coperta ideale, sempre più scura;
le luci accese nelle città e sulle vie
diventan diafane e sfocate,

nell’atmosfera regna una magia
stranita, senza tempo e senza luogo.
I viventi si rinchiudono
allora nel tepore delle loro dimore

e, come in un dormiveglia,
alla porta dei sogni,
grazie all’abbraccio della nebbia
riscoprono le gioie del focolare.

Campodarsego, li 22/11/11
Fiorenza Dal Corso





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