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Giulia Gonzaga - premessa di Fernando Seconnino

 
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beny
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MessaggioInviato: Mar Ott 17, 2017 3:10 pm    Oggetto: Giulia Gonzaga - premessa di Fernando Seconnino Rispondi citando

Giulia Gonzaga - premessa di Fernando Seconnino

Probabilmente il ritratto originale di Giulia Gonzaga fatto da Sebastiano Del Piombo (Museo del Palazzo Ducale di Mantova)


Premessa

Il Passato è la materia di cui si occupa la Storia. Per gli avvenimenti più recenti la distinzione tra “Passato” e “Storia” è abbastanza chiara. Questa si offusca quando più ci allontaniamo dal presente  trattando  personaggi ed avvenimenti appartenenti ad un passato più remoto. I documenti sono alla base, fondamenta su cui  costruire e analizzare i motivi e le dinamiche di tali avvenimenti per poi trarre le appropriate conclusioni.
Comunque c’è da dire che questi documenti di per sé, specialmente se presi isolati, non fanno la Storia e potrebbero sviare il lettore incauto dalla verità storica che solo si viene a conoscere se tutti gli elementi del “mosaico” sono messi a confronto. Comunque, anche dopo i dovuti studi, rimarrà sempre un tantino di incertezza e l’umile storico sarà sempre pronto a rivedere le proprie posizioni nel caso nuovo materiale venga alla luce.
Giulia Gonzaga è un personaggio centrale nella storia di Fondi.
Vorremmo conoscerla meglio invitando coloro che l’hanno studiata a contribuire per illuminare un aspetto o l’altro della sua ricca personalità, possibilmente facendo un po di luce sui molti interrogativi che le vicende della sua vita ci pongono, ma che ancora non hanno  risposta. Non ci illudiamo , in questo forum, di raggiungere  un consenso di opinioni, un accordo definitivo su chi veramente fosse questa nobildonna o come veramente si svolsero quelle vicende che oggi rasentano la leggenda. Raccogliendo diversi articoli, diverse opinioni , cercheremo di avvicinarci un tantino di più alla vera Giulia Gonzaga.
Punti chiave su cui si vorrebbe far luce sarebbero:
1) L'identificazione del quadro di Sebastiano del Piombo con prove inconfutabili (ce ne sono tanti in giro, tutti attribuiti a lui)
2) Il famoso tentato ratto, fu realtà o fantasia?
3) Carlo V sconfisse Barbarossa a Tunisi nel 1535 e lo mise in fuga. Giulia si reca alla corte spagnola per ringraziarlo della vendetta per il torto subito ( M. Forte). Carlo V si mosse contro Barbarossa per il dispiacere,  "non fu insensibile" a ciò che era accaduto ai fondani (e non solo), oppure la sua fu una manovra nel mosaico politico –strategico del triangolo che si era venuto a formare tra il corsaro/ammiraglio Barbarossa, Solimano I e gli interessi dell’Europa cristiana?
4) Questi danni a Fondi, Sperlonga e Terracina con eccidi , rapimenti, incendi e saccheggi, tipici della pirateria e della guerra corsara di tutti i tempi, ci sono stati oppure bisogna dare credito alla relazione del viceré al governo centrale  ( Luigi Muccitelli) secondo cui  Barbarossa venne a Fondi,  ma non fece danno alcuno?
5) Poi c'è l'ipotesi presentata più volte che i Colonna si sarebbero messi d’accordo con  Barbarossa  affinché , con un rapimento della contessa, venisse favorita  la figliastra  Isabella, in modo da farle prendere possesso della Contea. Sappiamo che c'era un legame di stima reciproca tra Barbarossa e
l' Aretino e un legame di questi con Tiziano, che era un frequentatore delle corti dell'epoca. Esistevano i motivi, esistevano i mezzi, la posta era abbastanza alta, quindi seguendo un filo logico la cosa apparirebbe probabile, ma provarne la verità è un compito piú arduo per mancanza , che io sappia, di documentazioni in tal senso.
6) Ci fu un fitto carteggio tra la contessa e Juan (de) Valdès , riformatore spagnolo,  molte lettere sono ancora conservate negli Archivi Vaticani (visionabili da studiosi in materia sin dal 2000) Vorremmo saperne di più sulla fede religiosa di Giulia Gonzaga e i suoi rapporti con Valdés, e le possibili conseguenze della sua eterodossia, fosse lei vissuta più a lungo.


Ritratto presente nella galleria di Lord Radnor nel castello di Longford. Già descritto come la Fornarina di Raffaello,
fu rivendicato poi a Sebastiano del Piombo. Si dubita che sia un del Piombo


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MessaggioInviato: Mar Ott 17, 2017 3:28 pm    Oggetto: Giulia Gonzaga - Il mancato ratto Rispondi citando

GIULIA GONZAGA - Il mancato ratto
 (dal libro  “Fondi nei tempi” di Mario Forte  pp.316-322)

Per quale ragione Ippolito dei Medici non aveva sposato Isabella?
Egli, in realtà, non si mostrò incline verso di lei poiché aspirava alla signorìa di Firenze e alla mano di Giulia Gonzaga a cui aveva pure dedicato una traduzione in versi toscani del libro dell’Eneide.
Ippolito non fu il solo a cantare di Giulia; l’Ariosto ne ha immortalata la beltà:
«Giulia Gonzaga, che dovunque il piede
volge, e dovunque i sereni occhi gira,
non pure di ogn’altra beltà le cede,
ma, come scesa dal ciel, dea l’ammira» (1).
Parimenti ne hanno eternato la memoria Bemardo Tasso (2), il Molza (3), Gandolfo Porrino, suo segretario (4).
Principi, uomini di stato, uomini di armi e letterati avevano fatto del castello di Fondi una meta, dopo che Giulia a diciotto anni era rimasta vedova (5).
Ella aveva portato a Fondi il culto delle lettere e dell’arte, proprio della corte di Mantova; era riuscita a riunire in sé due valori rare volte concomitanti: una suprema bellezza ed una intensa vita spirituale.
Alla sua formazione intellettuale, avuta nella casa di Mantova, aveva aggiunto una vita perfetta ed esemplare che può stare alla pari con quella della sua contemporanea e amica Vittoria Colonna (6).
La fama di tanta virtù e grazia causò a Giulia un increscioso episodio di cui risentì tutto il contado di Fondi, cioè il tentato ratto organizzato da Keir-ed-Din detto il Barbarossa, per far dono della persona di Giulia al sultano Solimano II.
Dopo la conquista di Tunisi, Ariadeno Barbarossa si inserisce nella nostra storia per il tentato rapimento di Giulia Gonzaga. Il racconto di esso viene arricchito di molti particolari, desunti dalla relazione inedita del 18 dicembre 1534 (7) inoltrata al viceré don Pietro Toledo da parte dei cittadini superstiti di Fondi e di Sperlonga, intesa ad ottenere l’esonero del pagamento delle imposte per i gravi danni subiti ad opera dei corsari( 8 ). Il documento fuga molte ombre leggendarie e rettifica delle inesattezze fino a tutt’oggi riportate dagli storici.
Il Barbarossa, postosi in mare nel 1534 con la formidabile flotta di ottanta galee al fin di devastare le coste dell’Italia, si propose la cattura della dama italiana, maggiormente celebrata in bellezza, Giulia Gonzaga, per offrirla in dono al sultano Solimano.
Il 1 agosto 1534 egli si trovò innanzi a Messina; dopo l’approdo in Calabria saccheggiò San Lucido e molte altre località. Ben presto fu a Napoli, sbarcò a Procida, riducendola ad estrema rovina.
«Al far del dì» (9) dell’8 agosto, nelle acque di Sperlonga, avanzarono verso la riva per prima nove galee che, profittando della leggera foschia mattutina, sbarcarono sul lido «gente turchesche armate con archebusi et archi ed freza». Non tardò a sopraggiungere «ad vele spiegate verso dicta terra lo resto de l’armata ».
I barbareschi, non trovando resistenza alcuna, salirono verso il paese, scardinarono la porta «che guarda verso Roma », bruciarono l’altra «vicino al castello» ed entrarono nella terra uccidendo quanti incontravano. Mentre una parte dei corsari bruciava nel porto barche, fregate e sciabecchi, e distruggeva magazzini all’intorno del paese, il resto dell’armata prese di assalto il fortilizio, in cui si erano arroccati quasi tutti gli Sperlongani, dopo averlo tenuto sotto i tiri d’artiglieria per sei ore. Nel frattempo, degli assediati, una cinquantina perirono, quasi tutti gli altri furono feriti. Gli assedianti, pertanto, occuparono un torrione meno fortificato, dalla cui sommità lo stesso Barbarossa intimò la resa, che non tardò ad aversi.
Gli arresi furono condotti sulla spiaggia alla presenza di Keir-ed-Din che, superbamente assiso su una fregata, mandò libere, a motivo degli acciacchi e della loro tarda età, ventiquattro persone; tutti gli altri, tra cui quattordici belle fanciulle, dichiarati prigionieri, furono fatti imbarcare e portati in schiavitù. Oltre alle ventiquattro persone ripudiate dal corsaro, ne rimasero libere altre tredici ; trentasette in tutto che si trovavano fuori Sperlonga. Il resto degli abitanti furono uccisi o deportati. Non mancarono l’asportazione de «le campane della ecclesia» e l’ingente bottino di cui faceva parte un valore di ben ottomila ducati tra beni mobili, denaro contante, oggetti d’oro e d’argento sottratti soltanto a uno di essi. Centosettantadue abitazioni furono del tutto distrutte, sessantaquattro solo parzialmente.
La notizia della distruzione di Sperlonga non tardò a pervenire a Fondi dove, mentre i sindaci della città in allarme decisero di inviare due cittadini in ricognizione per scoprire il movimento e le posizioni del nemico, giunsero due giovani da Gaeta che, accompagnati da una spia turca, riferirono a Giulia Gonzaga il pericolo che incorreva «et le dissero che veniva dicta gente turchesca in Fundi e che si fosse salvata. Et così dicta illustrissima Julia ad pede se ne uscìa scalza in capelli fora del castello ». Con la nobile signora fuggirono molti altri e forse anche Isabella, vedova di Luigi Gonzaga e il podestà Steccaccio.
Frattanto ritornarono i due esploratori inviati dai giudici di Fondi e riferirono sulla marcia dei seimila turchi verso la città. Alla nuova, i cittadini, in fretta, trasportarono nel castello, per tutta la notte fino a giorno avanzato, quanto di prezioso la città possedeva, in particolar modo gli arredi sacri, e si trincerarono in esso.
Erano le undici del 9 agosto. I feroci masnadieri, non potendo irrompere nella città attraverso la porta superiore, devastarono la chiesa di San Francesco e le cappelle di San Giovanni e di San Rocco fuori le mura; aggirarono l’abitato, vi penetrarono «per la porta di bascio per donde si va ad Roma» e per la porta «de l’episcopo », e assediarono il castello.
Il combattimento si prolungò fino alle ore ventidue circa, quando, in seguito al cedimento de «la porta de bascio» del castello data alle fiamme, e alla rottura dei cancelli che immettevano nell’interno del maniero, il viceconte proclamò la resa. I trionfatori gli promisero di «far francho epso et dui altri chi voleva», a condizione che li facessero entrare «dentro del torrione seu masco de dicto castello». Dove era il tesoro «di gran prezo et valuta»di donna Giulia. Circa 80 persone tra uomini e donne, arroccati nella parte più alta del castello, continuarono a difendersi con il getto dei vini. L’incendio appiccato al torrione causò la morte di 15 di esse e determinò il crollo di due solai; come pure altri danni furono causati dall’incendio di un’altro lato del castello.
Fra gli oggetti asportati dal fortilizio viene menzionata una testa d’argento con dentro le reliquie di S. Onorato(10).
I danni inferti alla città sono pure riportati nel prezioso manoscritto: 1213 case distrutte o danneggiate più o meno gravemente; 73 cittadini uccisi oltre ai 15 morti per la difesa del torrione del castello; 150 condotti schiavi. I danni dei beni subiti dai cittadini ammontarono a circa 36000 ducati. I danni delle chiese, tutte saccheggiate, furono valutati a parte.
Dove si nascose Giulia Gonzaga?
Le opinioni sono molte e disparate. Qualche voce fa menzione di una sosta nel villaggio di Campodimele, castello del feudo; altri, ipotesi avvalorata da tradizioni locali, ritengono che abbia potuto trovare scampo nel castello di Vallecorsa, pure del suo feudo.
Keir-ed-Din, umiliato per il mancato rapimento della preda e, sospettando che Giulia potesse essersi nascosta nel monastero delle Benedettine, sito a qualche chilometro dalla città su una collina verso Itri, violò quel tranquillo asilo dandolo alle fiamme, dopo aver fatto scempio delle religiose.
Subito dopo il fiero corsaro cercò di sorprendere Itri (11), a breve distanza da Fondi; ma gli Itrani, prevenuti a tempo si difesero virilmente ed obbligarono il nemico a retrocedere. Altre grosse schiere del Barbarossa furono inviate a Terracina che, saccheggiata, fu ridotta in cenere.
«Le gravi notizie giunte a Roma empirono di spavento la corte pontificia. il papa Clemente VII, colpito da indomabile malattia, era agli estremi: i cardinali si quotarono anche personalmente e assoldarono cinque o seimila uomini, affidandone il comando al cardinale Ippolito dei Medici. Questi si recò con grandissima sollecitudine a Terracina ed a Fondi. I Turchi, non sentendosi sicuri, all’avvicinarsi del valente capitano, retrocessero a Sperlonga e partirono sulle loro navi. Liberato il territorio da que’ masnadieri, Ippolito dei Medici riconsegnò le chiavi della città a Giulia Gonzaga» (12). Gli orrori perpetrati a Fondi e nei dintorni non lasciarono insensibile Carlo V, il quale, per vendicare l’onta subita, mosse contro Tunisi, infliggendo una clamorosa sconfitta all’esercito del grande Barbarossa (vedi nella sezione dipinti) Il gesto suscitò l’ammirazione di Giulia Gonzaga che il 25 novembre 1535, sentì il bisogno di recarsi alla corte li Carlo V per ringraziarlo (13).
Sa pure di leggenda il racconto della fuga di Giulia con Isabella, il suo vagare per tre giorni per i boschi nutrendosi di sorbe e di mirti (14) o la caduta di Giulia nelle mani di alcuni banditi che ne fecero vituperio (15). E’ invece da annoverarsi tra i fatti storici il dono di un prezioso diamante fatto dalla contessa per mezzo di Isabella al Santuario della Madonna della Civita come voto alla Vergine per lo scampato pericolo (16).

[1]ARIOSTO, Orlando Furioso, c. 46, sto 8.
[2] B. TASSO, Stanze di diversi illustri poeti ecc. raccolte da M. Ludovico Dolce, Venezia 1558, p. 232.
[3] MOLZA, Poesie, Milano 108, p. 263.
[4] G. PORRINO, Rime, Venezia 1551.
[5] Fra gli uomini che accorsero alla corte di Fondi ricordiamo per prima il Porrino, segretario di Giulia dal 1530. Seguono Mauro d’Arcano, segretario del card. Cesarini letterato famoso che chiama Giulia “ divinità del mondo”. (PALADINO, O. c., p. 24); Claudio Tolomei che dedicò alla Gonzaga molti versi; Francesco Maria Molza, poeta cortigiano di Leone X, uno dei più bizzarri e colti spiriti del tempo (AFFO`, Memorie di tre celebri principesse della famiglia Gonzaga, Parma, .1787, ,p. 17; Paladino, O. c., p. 25); Bernardo Tasso che la celebrò descrivendone la nobilissima figura; inoltre Vittor1a Colonna. Flaminio, Soranzo, Berni, Vergerio e Carnesecchi.
[6] SIRIO ATTILIO NULLI, Giulia Gonzaga, Milano 1938, p. I sS.
[7] Archivio di Stato di Napoli, Partium della Sommaria, vol. 173, a. 1534, cc. 100 v. a. 104 t. Uno stUIPendo e dettagliato racconto sull’incursione del Barbarossa a Fondi e sul mancato ratto di Giulia Gonzaga, framisto però a elementi leggendari, è narrato da ISOLDE KURZ nel suo romanzo «Néichte von Fondi» (Notti di Fondi), Miinchen, 1955, W. 134 157.
[8] G. PORCARO, Gaeta con Formia, Sperlonga, Fondi e Terracina dalle incursioni barbaresche a dopo la battaglia di Lepanto, Centro Storico Culturale Gaeta, 1971, pp. 18-58.
[9] Le parole in corsivo fra virgolette sono desunte dal documento citato.
[10] La relazione, credo, voglia fare riferimento al busto d’argento di Sant’Onorato che contiene nella testa il teschio del Santo, ancora oggi venerato nella chiesa di San Pietro. In tale caso o il busto non fu asportato, come credette il relatore, o fu ritrovato dopo.
[11] Gli abitanti del contado di Fondi non rimasero inerti; l’editore degli statuti di Fondi afferma che gli Itrani, in particolar modo, concorsero strenuamente (E. AMANTE, Statuti. p. 116).
[12] AMANTE e BIANCHI, Memorie ecc. cito p. 159.  
(13) Da qualche storico viene descritto un tentativo di ratto di Giulia Gonzaga anche a Gazzuolo (BERGAMASCHI, Storia di Gazzuolo, Casalmaggiore 1883). E’ evidente che trattasi di un fatto leggendario immaginato dalla fantasia popolare anche in quella città, quantunque qualcuno avanzi l’ipotesi di un altro tentativo precedentemente effettuato a Gazzuolo, o ripetuto, nel sospetto che Giulia abbia potuto rifugiarsi colà.
[14] AFFÒ, Memorie cito ,p. 15 e 37.
[15] L’abate BAUTONE, cf. Vies des dames illustro Disp. VI, 294; VAXILLAS, Histoire des Français, l. VII. p. 255.
[16] Il diamante di Giulia Gonzaga, la cui esistenza fu accertata nel 1708 quando fu aperto il cristallo che copriva la sacra immagine, (B. Amante, Giulia Gonzaga cit p. 77) fu rapito dai francesi nelle loro incursioni del 1799 (E. Amante, Statuti, pag. 116)
Khair ed-Din (Barbarossa), ammiraglio della flotta ottomana all’epoca dell’assalto a Fondi (da una biografia in turco di Ali Riza Seyfi 1912). Così lo descrive Paolo Giovio: “di persona quadrata e nervosa, ha ciglie pelose e grosse; è savio e risoluto”


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MessaggioInviato: Mar Ott 17, 2017 4:02 pm    Oggetto: 1534 a. D.: Giulia, Barbarossa e gli Ottomani Rispondi citando

1534 a. D.: Giulia, Barbarossa e gli Ottomani
di Giacomo Carretto

Dopo i Saraceni, gli Arabo-Berberi, a scontrarsi con la Cristianità furono i Turchi che, guidati dalla dinastia ottomana, dovevano conquistare Costantinopoli, facendone la capitale del secondo impero islamico dopo quello di Baghdad. Un mondo estremamente complesso, quello ottomano, perché, unificato dalla versione turca della comune cultura islamica, era composto da genti di tutto il Mediterraneo, al servizio del sultano d'Istanbul. Malgrado fossero la maggiore potenza islamica, gli Ottomani non avevano risposto all'appello dei musulmani di Spagna, che la Riconquista dei sovrani cattolici stava eliminando. Ma un risultato vi fu, perché la guerra sul mare si spostò nel Mediterraneo occidentale e a lungo l'Impero asburgico e quello ottomano lottarono per la conquista delle coste africane. 
E' in questa situazione che si svilupparono pirateria e guerra corsara. Pirati sono i briganti del mare, fuorilegge che agiscono solo per il proprio tornaconto, mentre i corsari, pur agendo anch'essi al fine di arricchirsi, vengono autorizzati da uno Stato, il quale svolge attività guerresca anche con questo mezzo. E all'inizio del XVI secolo vi furono i primi, inattesi attacchi lungo le coste laziali, e subito troviamo la più grande figura della marineria ottomana: Khayr ed-Din detto Barbarossa (1466 circa-1546).
Khizir, il futuro Barbarossa, nacque a Metellino da Yaqub, un cavaliere dell'esercito ottomano originario di Vardar Yenigesi, e dalla greca Catalina. Il suo primo nome, Khizir, è la pronuncia turca dell'arabo al-Khidr, nome attribuito al misterioso compagno di Mosè del quale ci parla il Corano (XVIII, 60-82). 
Il giovane Khizir raggiunse il fratello maggiore Arug e, dal Maghreb, il nord Africa, esercitò l'attività corsara anche dopo la morte del fratello nel 1518. Si trovò inoltre, con alterne vicende, a combattere contro governanti islamici maghrebini, contro gli Spagnoli, e a reprimere rivolte di prigionieri-schiavi cristiani. 
Ormai Khizir era conosciuto con il nome onorifico che aveva assunto, Khayr ed-Din (la Prosperità della Religione), deformato in Ariadeno dai cristiani, i quali gli avevano anche dato il sopannome di Barbarossa, derivante, come dicevano gli storici contemporanei, proprio dal colore della sua barba, oppure dalla deformazione di Baba Arug (baba vuol dire "padre"), soprannome con il quale era noto il fratello.
Esteso il suo potere da Algeri fino a Tlemcen, nel 1533 agì da intermediario per le trattative tra il re di Francia Francesco I e il sultano ottomano Solimano il Magnifico, ossia Sulayman I Qanuni (il Legislatore), e venne inoltre nominato beylerbeyi del mare, ossia ammiraglio della flotta ottomana. 
E' nel 1534 che doveva giungere a Fondi, in realtà incaricato di impadronirsi di Tunisi, risolvendo i contrasti in seno alla famiglia regnante. Così secondo gli storici ottomani con 61 navi appena varate, 18 di sua proprietà e 5 di altri corsari, secondo Paolo Giovio (1483-1552) con 80 triremi e alquante biremi, salpò dalla capitale imperiale Costantinopoli/Istanbul, per un grande raid che doveva portarlo dall'Italia all'Africa.

L'Imperatore Carlo V annuncia al Papa la cattura di Tunisi

Paolo Giovio afferma che la flotta di Barbarossa saccheggiò San Lucido, prendendo molti prigionieri, poi saccheggiò anche Cetraro, abbandonata dagli abitanti in fuga, bruciando le galee in costruzione per rafforzare la flotta papale. Napoli fu solo minacciata, terrorizzando tanto gli abitanti che, se attaccati, non avrebbero saputo difendersi. Venne conquistata anche la fortezza di Procida, dove i pochi difensori, che si erano subito arresi, fidando nella parola di Barbarossa, vennero lasciati liberi. Rinunciò anche a prendere Gaeta, che sarebbe stata una facile preda, perché vi erano pochissimi difensori, ma occupò Sperlonga facendo 1200 prigionieri, in gran parte donne, vecchi e bambini. A Pellegrino, fra i cittadini più ricchi, che si era rifugiato nella rocca, intimò la resa, promettendo di risparmiarlo, e infatti lo lasciò libero, permettendogli inoltre di portare con se moglie, figli e nipoti. Questi atti di clemenza sono previsti dalla legge islamica, perché ogni musulmano può concedere l'amàn, la protezione, a un nemico che si arrende chiedendo di essere salvato.
Da Sperlonga, a piedi, 2000 ottomani, guidati da gente del posto catturata in precedenti spedizioni e convertita all'Islam, andarono, nella stessa notte, a Fondi conquistandola, e "l'imbelle pretore", che Giovio nella sua prosa latina chiama Stecatius, speventato e dietro la promessa di essere lasciato libero insieme a due persone di sua scelta, consegnò la rocca dove si era rifugiato con molte donne. Fondi venne saccheggiata e perfino i sepolcri di famiglia dei Colonna vennero distrutti.
La contessa Giulia Gonzaga, seminuda, fu posta su un cavallo, riuscendo a mettersi in salvo verso i monti. Poi gli Ottomani andarono a saccheggiare Terracina, anch'essa abbandonata dagli abitanti fuggiti, giungendo infine alla foce del Tevere, dove si rifornirono d'acqua.
I Romani erano tanto terrorizzati che sarebbero scappati tutti, abbandonando la città, se Ostia fosse stata assalita, come era avvenuto nel IX secolo. Intanto Barbarossa si era finalmente diretto verso la sua meta principale, ossia Tunisi, che venne conquistata e posta sotto la protezione ottomana.
Vi è però un testo, scoperto e pubblicato da Luigi Muccitelli, nel quale il viceré di Napoli il 30 settembre 1534, nella sua relazione degli avvenimenti per Carlo V, tenta di minimizzare l'accaduto, anche se la verità risalta ugualmente. Il viceré afferma che era stato previsto l'attacco della flotta ottomana e, malgrado il territorio da controllare fosse molto esteso, i punti fortificati erano ben difesi dalle fanterie, mentre le donne i bambini erano stati portati nell'entroterra, in luoghi sicuri. Santo Nocito era stato conquistato perché la popolazione spaventata non si difese, ugualmente Cetraro dove tutti erano fuggiti. A Sperlonga e a Fondi sarebbero bastati cento uomini per fermar gli invaspro, come era stato fatto in altri luoghi dove gli Ottomani avevano rinunciato a sbarcare. Ma Fondi venne conquistata perché il sindaco, spaventato, la consegnò agli Ottomani. 
Perciò possiamo dire che differenze sostanziali fra Giovio e il vicerè non vi sono, a parte la menzione di Santo Nocito o San Lucido. Ma il vicerè minimizza l'accaduto, sorvola sulla conquista di Sperlonga, anche se dalle sue parole si capisce che, per la mancata difesa, in quella zona, gli attaccanti non sono stati fermati, e getta tutte le colpe sulla paura di chi doveva difendersi e non lo ha fatto. Certo è vero che, se gli attaccanti avessero trovato una formazione di fanteria in buon ordine di battaglia, difficilmente sarebbero riusciti a completare le operazioni di sbarco. 
Anche Giovio aveva fatto notare gli stessi effetti terrorizzanti, per gli abitanti, di quella spedizione, e a questo terrore contribuiva la "guerra psicologica" svolta dalle "quinte colonne", gli abitanti dei luoghi attaccati, convertiti all'Islam, inviati per convincere la gente che solo nella fuga potevano trovare scampo.
Un altro documento, scoperto e riassunto da Benedetto Nicolini, ripreso poi da don Mario Forte, contiene la relazione dei cittadini di Fondi e Sperlonga, del 18 dicembre 1534, in base alla quale il vicerè doveva esonerarli dal pagare le tasse.
Interessi contrastanti, dunque, nei due documenti: in quello del vicerè l'interesse a dimostrare che tutte le difese necessarie erano state approntate, e le eventuali colpe erano di altri. Dall'altra l'interesse dei cittadini depredati, che vogliono dimostrare di aver avuto tanti danni da non dover pagare le tasse. I due interessi portavano a minimizzare e ad ampliare, tenendo anche conto che il vicerè compì la sua relazione in settembre, promettendo una successiva, ampia relazione, e quella prima nota era stata, certamente, realizzata sulla base di altre relazioni, fatte dai diretti responsabili della difesa. Invece il documento dei cittadini delle due città interessate venne preparato solo a dicembre.
Nella relazione dei cittadini di Fondi e Sperlonga, del quale il riassunto di don Mario Forte si può leggere su questo sito, si può notare che non vi fu nessun tentativo di opporsi nel momento, critico per gli Ottomani, dello sbarco, effettuato all'alba dell'8 agosto 1534. Tutti si rifugiarono nel castello di Sperlonga, giurando di voler morire piuttosto che cadere in mano a quei "cani", ma dovettero arrendersi e la città fu sacheggiata.
Due esploratori, da Fondi, vennero inviatì per raccogliere notizie, mentre due giovanii, accompagnati da una spia turca, giungevano da Gaeta per avvertire la contessa Giulia Gonzaga di porsi in salvo. Giulia subito partì con loro così com'era, scalza e con i capelli sciolti, 
I due esploratori, tornati, riferirono che 6000 turchi avanzavano verso la città, allora tutti, con le loro ricchezze e gli arredi sacri, si rifugiarono, come a Sperlonga, nel castello. Il 9 agosto verso le 11 di mattina giunsero a Fondi gli ottomani, che entrarono in città e assediarono il castello, penetrando nelle sale in basso e depredandole dei beni lì ammassati. 
Vi furono trattative tra gli ottomani e il "viceconte" (probabilmente lo Stecatius di Giovio), che si arrese in cambio della libertà per lui e due persone di sua scelta. I pochi che continuarono la resistenza nel mastio del castello, furono quasi tutti uccisi o catturati. Il manoscritto ci fornisce un elenco dettagliato dei danni subiti e dei tesori tolti alle chiese.
Vennero rubati anche i beni della contessa Giulia Gonzaga e nacque su di lei, fin dall'inizio, la storia di Barbarossa che avrebbe voluto rapirla per donarla al harem di Solimano il Magnifico. Paolo Giovio, uno storico che appare sempre molto informato sugli Ottomani, dice che Barbarosssa, quando in seguito veniva interrogato su questa vicenda, non negò mai il tentato rapimento: evidentemente neppure lo ammise. Ci sembra di vedere il vecchio Barbarossa ridere sotto la sua folta barba (rossa o di altri colori), divertendosi a prendere in giro chi lo interrogava, sapendo che anche noi, i posteri, saremmo rimasti incuriositi e delusi.
Nicolini, nel presentare la relazione dei cittadini di Sperlonga e Fondi, nega decisamente la possibilità del tentato ratto, perché nello stesso documento non si accenna a questo. Ma non sembra sufficiente, perché i rapporti di Barbarossa con l'Italia erano costanti, l'Aretino gli aveva scritto due delle sue famose lettere, e il corsaro-ammiraglio gli aveva risposto: "Certo tu hai più presto cera di capitano che di scrittore". Così non si può escludere che vi fosse l'intenzione di fare questo bel regalo al sultano d'Istanbul, anche se non vi sono prove decisive. D'altra parte già nel 1516 il pontefice Leone X, durante una battuta di caccia lungo la costa laziale, aveva corso il pericolo di essere rapito dal corsaro Kurtoghlu, probabilmente per un complotto nato nella sua stessa Corte di Roma.
Molte furono le mogli e concubine dei sultani d'origine europea occidentale, e si favoleggiava anche di appartenenti alla famiglia dei Savoia o dei re di Francia, proprio in quegli anni in cui l'alleanza franco-ottomana era più forte. La famosa Nur Banu (Signora Luce), moglie del sultano Selim II (1566-1574) e madre di Murad III (1574-1595), era la veneziana Cecilia Venier-Baffo, figlia del signore di Paros, rapita proprio da Barbarossa e donata al harem imperiale d'Istanbul. La Signora Luce influenzò anche i rapporti fra Ottomani e Veneziani, e nel 1588 un messo del sultano giunse a Venezia per conoscere l'esatta parentela della moglie.
Ma torniamo al Barbarossa che, dopo la spedizione di Fondi, nel 1535, trattò con i Francesi allo scopo di compiere un'azione congiunta per la conquista di Sicilia e Sardegna. E' per reagire a questo pericolo che l'imperatore Carlo V compì la spedizione di Tunisi, strappandola al controlo di Barbarossa. Il cardinale Ippolito de' Medici, quando morì assistito da Giulia Gonzaga, andava ad unirsi ai combattenti in partenza per questa conquista.
La reazione di Barbarossa vi fu nel combattimento navale della Prevesa, da lui vinto dopo accordi con Andrea Doria che guidava le navi veneziane. Andrea Doria abbandonò gli alleati, l'imperatore e il pontefice, e da questo momento, fino alla rivincita cristiana di Lepanto nel 1571, la flotta ottomana dominò il Mediterraneo. Ancora nel 1543-1544 vi fu la spedizione congiunta delle flotte ottomana e francese, e gli Ottomani fermandosi a fare rifornimento d'acqua alla foce del Tevere, terrorizzarono i Romani. Poi saccheggiarono Villafranca, abbandonata dagli abitanti, e assediarono Nizza, aiutati anche dai Cavalieri di Malta, senza riuscire a conquistarne la rocca, infine la flotta Ottomana svernò a Tolone, che per questo era stata svuotata dai suoi abitanti. Dopo le città islamiche in Italia e Francia dell'alto medioevo, era di nuovo una città islamica nel cuore dell'Europa. Ma il re di Francia si accordava con l'imperatore e Barbarossa, sentendosi tradito, al ritorno saccheggiò rive e isole italiane, ma ancora una volta limitandosi a terrorizzare Roma. A Reggio, saccheggiata nel 1543, Barbarossa che aveva 77 anni si era sposato per la seconda volta con Flavia (o Maria) Gaetani, una ragazza di 18 anni, figlia del governatore. 

Bibliografia

Bruto Amante, Giulia Gonzaga contessa di Fondi e il movimento religioso nel secolo XVI, Bologna, 1896.
Jean Deny e Jean Laroche, " L'expedition en Provence de l'armée de mer du Sultan Suleyman sous le commandement de l'amiral Hayreddin Pacha, dir Barberousse (1543-1544) d'après des documents inédits ", in Turcica, I, 1969, 161-211.
Aldo Gallotta, "Khayr ad-Din Pasha, Barbarossa", in Encyclopédie de l'Islam, II ed., vol. IV, Leyde-Paris, 1978, pp. 1187-1190.
Aldo Gallotta, Il "Gazavat-i Hayreddin Pasa" pars secunde e la spedizione in Francia di Hayreddin Barbarossa (1543-1544), in Studies in ottoman history in Honour of V.L. Ménage, Istanbul 1999, pp. 77-89.
Paolo Giovio: Pauli Iovii Historiarum sui temporis, a cura di Dante Visconti, 3 voll., Roma.
Alberto Guglielmotti, La guerre dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, 2 voll., Firenze, 1876.
Haggi Khalifa, "Tukhfat al-Kibar fi Asfahar al-Bihar", Istanbul, 1329 Egira [1911 a. D.]
Luigi Muccitelli, Giulia Gonzaga la Contessa di Fondi, Fondi, 2002.
Benedetto Nicolini, " Giulia Gonzaga e la crisi del valdesianesimo ", in Atti della Accademia Pontaniana, n.s. vol V, 1952.


La cattura di Tunisi (Reales Alcazares, Siviglia)

Nel 1535 dopo una campagna brillante della flotta di Carlo V contro i corsari del Nord Africa, Tunisi fu finalmente conquistata, stabilendo cosi il suo potere in Europa e garantendo più sicurezza di movimento alle navi cristiane nel Mediterraneo. Barbarossa fu messo in fuga.


Carlo V (1500-1558) all’epoca il sovrano più potente dell’Europa Cristiana. Coronato Imperatore del Sacro Romano Impero il 23/10/1520 ed avente tra i suoi dominii il Regno delle due Sicilie di cui Fondi faceva parte


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MessaggioInviato: Mar Ott 17, 2017 4:22 pm    Oggetto: La realtà di Giulia Gonzaga Rispondi citando

La realtà di Giulia Gonzaga
di Albino Cece

Nonostante gli sforzi anche consistenti del prolifico movimento culturale che ha sempre distinto Fondi dalle altre la città, si è ben lontani dall’avere una storia completa delle vicende che l’hanno vista protagonista e vittima nello scorrere dei secoli.
Le vicende storiche di Fondi ruotano attorno a tre fatti principali non ancora spiegati del tutto:
- l’origine delle mura megalitiche che l’accomunano ad altre città del Lazio Meridionale;
- l’attività scismatica di Onorato I Caetani con l’elezione di un antipapa che destabilizzò la Chiesa dell’epoca;
- la vita e le opere di Giulia Gonzaga e la sua partecipazione al movimento riformatore religioso del XVI secolo.
Si tratta, quindi, anche di capire le ragioni sottese alla partecipazione ed al sostegno dati da questi signori di Fondi a movimenti “contestatori” della Chiesa di Roma e le conseguenze che ne sono derivate per essi e per i propri sudditi.
Per cui occorre anche affrontare un problema di sociologia storica cercando di capire le ragioni che stanno alla base di un ribellismo fondano, anche violento, posto a fondamento degli atteggiamenti di questa popolazione verso le autorità costituite che si integra in modo mirabile allo stimolo ed alle spinte che animano la comunità nel conseguimento di una egemonia politica ed economica sul “resto del mondo”.
Non si creda una esagerazione questa affermazione perché anche oggi si manifesta l’importanza di Fondi, per esempio, con la gestione di un MOF che pone la città all’attenzione dell’Europa. 
Quindi sembra connaturato nell’aria che si respira a Fondi il DNA dell’egemonia e della ricerca di una visibilità cittadina che travalichi la propria cinta muraria, andata sempre stretta alla sua popolazione.
Detto questo rimandiamo lo studio del problema a quanti si interessano di sociologia storica per porre attenzione ad un risvolto quasi inesplorato della vita di Giulia Gonzaga e che a nostro avviso ne ha stravolto completamente il racconto storico.
E’ difficile riprendere le fila di un racconto che lo scorrere dei secoli ha corredato di misteri inesistenti privandolo della realtà, vissuta concretamente da ogni uomo e donna, di alto lignaggio o di basso profilo che sia.
Tentiamo questa avventura col tracciare una sintesi di quanto dovrebbe essere affrontato dagli storici su Giulia Gonzaga.
In primis, si dovrebbe affrontare la lettura, invero non facile in questo nostro mondo dominato dal dinamismo culturale, delle 464 pagine del volume pubblicato da Bruto Amante nel 1896 “Giulia Gonzaga contessa di Fondi e il movimento religioso femminile nel secolo XVI”.
Forse il titolo è stato sottovalutato da chi non ne affronta la lettura dalla quale esce il rapporto avuto dalla contessa di Fondi con Juan de Valdés (Cuenca 1490 circa - Napoli 1541) riformatore religioso spagnolo che, nel 1532, in seguito a difficoltà con l'Inquisizione, si trasferisce in Italia, prima a Roma alla corte di Clemente VII e poi a Napoli come archivista e successivamente come sovrintendente ai castelli della città.
Il volume è stato ristampato in edizione anastatica dal Comune di Fondi nel 1987 con l’aggiunta di una appendice di:
Gaetano Carnevale e Mario Forte.

Fondi, Monte Vago - lapida di Giulia Gonzaga


Fondi, Monte Vago - lapida di Giulia Gonzaga

In verità mentre il Carnevale ritiene fatto secondario l’amicizia della Gonzaga con Valdés, Mario Forte sottolinea come gli insegnamenti del Valdés, seguiti in un primo tempo anche da tanti uomini di Chiesa, furono respinti poi dalla VI sessione del Concilio di Trento.
L’Amante riporta anche le persecuzioni che dovette subire la Gonzaga per questa sua amicizia. Nel monastero napoletano di san Francesco delle Monache abitò per trent'anni Giulia Gonzaga, ricordata da Benedetto Croce come una delle protagoniste del fallito tentativo di riforma religiosa tentato nel XVI secolo. Quale analisi storica è stata finora affrontata per capire le ragioni vere di questo “ritiro” di Giulia Gonzaga?
Edmondo Cione in Napoli di ieri e di oggi (Napoli, Morano editore, 1954) scrive a proposito di Ischia: “All'improvviso....giganteggia la sagoma d'un altro Castello aragonese, quello che nel lontano Cinquecento, ospitò, dopo la morte di Juan de Valdés, le elette dame che si erano raccolte intorno all'affascinante riformatore castigliano: la stupenda Maria d'Aragona, la maestosa Costanza d'Avalos, la pia e dotta Vittoria Colonna, delicata poetessa e nobile ispiratrice di Michelangelo, le quali tutte si tenevano, di lì, in continua corrispondenza con la discepola favorita, che era altresì la depositaria dei manoscritti e dell'insegnamento del cavaliere spagnuolo che, allorché era in vita (così Jacopo Bonfadio) "reggeva con una particella dell'animo il corpo suo debole e magro; con la maggior parte, poi, e col puro intelletto, quasi come fuor del corpo, stava sempre sollevato alla contemplazione della verità e delle cose divine". La "discepola preferita" era la "divina" Giulia, la più bella donna del Rinascimento, che Ludovico Ariosto cinse con la ghirlanda poetica d'una famosa sua quartina:
        "Julia Gonzaga, che, dovunque il piede
         volge e dovunque i sereni occhi gira,
         non pure ogni altra di beltà le cede,
         ma, come scesa dal ciel Dea, l'ammira”
In una presentazione del libro di Juan De Valdés, Lo evangelio di San Matteo (1985, 542 pagine) leggiamo “la storia di un manoscritto sopravvissuto in unico esemplare alle premure dell’Inquisizione ed all’oblio, traslato in quattro secoli, senza lasciar traccia, da Napoli a Basilea, a Berna, a Torino. La vicenda di un intellettuale, Juan de Valdés, che con il commento all’Evangelio di San Matteo compie, intorno al 1539-40, il percorso esegetico maturato con la traduzione ed il commento ai Salmi ed alle epistole paoline, nel momento in cui si raccolgono intorno a lui od a lui si riferiscono Bernardino Ochino ed il Morone, Reginald Pole ed il futuro cardinale Seripando, ma anche Giulia Gonzaga e Vittoria Colonna – e da essa l’eco di quella lezione arriverà sino a Michelangelo – Marc’Antonio Flaminio e Pietro Carnesecchi”. Ricordiamo che Bernardino Ochino, generale e maggior predicatore dei Cappuccini, nel 1542, abbandona l'ordine e l'Italia, conquistato dalle idee riformate.

A ciò bisogna aggiungere quanto lucidamente sintetizza Antonio Di Fazio nella sua ultima fatica “Giulia Gonzaga e il movimento riformatore, dal mito alla storia” (2003): “Il 13 marzo del 1528 Vespasiano Colonna, fiaccato dalle tan­te fatiche belliche e dalle malattie, venne a morte, non prima di aver vergato a Paliano, dove allora risiedeva con Giulia e Isabel­la, un testamento nel quale lasciava erede universale dei feudi tanto nello Stato della Chiesa quanto nel Regno la moglie Giulia Gonzaga, ma solo finché essa avesse mantenuto il suo stato di ve­dova. Il testamento fu causa di tutta una serie di contrasti e in­comprensioni fra Giulia e la figliastra Isabella, la quale contesta­va gran parte del testamento e che però proprio in base ad esso avrebbe potuto ereditare ben 30.000 ducati di terre nel caso aves­se sposato Ippolito de' Medici, nipote del papa, conservando agli eventuali figli il nome dei Colonna. E dunque le cose si compli­cano anche a causa delle strategie matrimoniali, con un Ippolito de' Medici che diviene presto il personaggio politicamente più importante ed influente della piccola ma già splendida corte di Fondi ed è certamente appetito da Isabella (anche il papa, ovviamente, caldeggiava il matrimonio), mentre invece lui è invaghito proprio della splendida e giovane vedova.
La morte di Vespasiano accese anche un'aspra e lunga conte­sa fra esponenti di diversi rami dei Colonna e fra i Colonna ed al­tri signori che a vario titolo pretendevano diritti sul vasto feudo di Fondi, in particolare l'abate di Farfa Napoleone Orsini, "uno de' Baroni più irrequieti che allora dessero noia al pontefice ed in­festassero la campagna romana", e marito di una Colonna” p. 8 ).
Una qualche importanza per l’ambientazione storica possiede il volume di Isolde Kurz (Stoccarda1853 - Tubinga 1944) “Le notti di Fondi” (stampato dalla Cadmo Editore di Roma nel 1988 col patrocinio del Comune di Fondi, tradotto dal tedesco da Tea Alli e Franco Sepe, con prefazione di quest’ultimo).
In conclusione, Giulia Gonzaga, vedova ad appena 18 anni, si trovò a combattere con una figliastra ribelle, l’obbligo dello stato vedovile per conservare il dominio su Fondi, gli ardori propri della gioventù, l’aspirazione a vivere una religiosità nuova, i rapporti con la Chiesa romana.
Tutti questi aspetti si concentrano nel vissuto di Giulia Gonzaga e su di essi occorre fare chiarezza per giungere a strappare la sua vita da quel filone romanzesco in cui l’ha immersa la letteratura defraudandone la figura storica di non poco rilievo per la società del suo tempo. 

Juan de Valdès, riformista religioso spagnolo alle cui idee aderì Giulia Gonzaga con grave pericolo personale a mettersi contro la Chiesa.


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MessaggioInviato: Mar Ott 17, 2017 4:28 pm    Oggetto: Amori e religiosità di Giulia Gonzaga Rispondi citando

Amori e religiosità di Giulia Gonzaga
di Albino Cece

Non è improbabile che Giulia Gonzaga, signora di Fondi, rimasta vedova in giovane età, possa aver avuto qualche giovanile e giustificata “sbandata” amorosa o semplicemente sentimentale verso qualche personaggio di rango del suo tempo.
Il testamento del marito Vespasiano Colonna, infatti, condizionava il possesso dei domini lasciatigli in eredità al mantenimento del proprio status vedovile, fatto questo che, comunque, non potevano impedire le naturali pulsioni sessuali della giovane signora che alcuni sostengono neppure sia stata deflorata dall’anziano e malandato marito durante il loro breve periodo di matrimonio.
Un rapporto di tal genere potrebbe essere sorto con il Cardinale Ippolito dei Medici come sostengono alcuni storici ed ora pare attestato in una recensione pubblicata dallo studio bibliografico “L’Arengario” di Gussago (Bs). Il giovane cardinale, amante delle belle lettere e della letteratura, nipote del papa Clemente VII, nel 1535 si trovava nel Convento di S. Francesco in Itri quando morì tra atroci sofferenze, avvelenato con una minestra in brodo di carne; alcuni dicono ad opera del cugino duca di Firenze Alessandro de’ Medici che, invidioso dei suoi successi, volle sbarazzarsi del parente cardinale; ma le cause di questo avvelenamento, una delle tecniche letali più antiche che trovò in epoca medievale l’apice dell’applicazione, potrebbero essere molto più complesse e riguardanti più da vicino le vicende private della contessa di Fondi, Giulia Gonzaga, che era presente al capezzale del cardinale negli ultimi istanti della sua vita.
“L’Arengario” ha messo in vendita, quindi, un volume antico e raro al prezzo di € 930,00:  “VIRGILIO (Publio Virgilio Marone, Andes, Mantova 70 a.C. - Brindisi 19 d.C.), Il Secondo di Vergilio in lingua volgare, tradotto da Hippolito de Medici Cardinale, Venezia, Nicolo d'Aristotile detto Zoppino, 1539”.
Queste le caratteristiche del volume: “15,2x9 cm., legatura ottocentesca in mezza pelle 16x15,8 cm., fregi, decorazioni e titolo in oro al dorso, pp. 48 (24 cc. numerate), 1 incisione xilografica al frontespizio (ritratto di Virgilio), e 4 belle vignette incise n.t. Testo in corsivo. Margine esterno delle prime tre carte leggermente rifilato. Esemplare in ottimo stato di conservazione. Probabile prima edizione (manca a Adams 1967, Brunet 1990, Graesse 1950 e a tutte le bibliografie da noi consultate)”.
Lo studio Bibliografico “L’Arengario” così ricostruisce la storia del volume: “La traduzione di Ippolito de Medici costituisce la prima edizione italiana completa del secondo libro dell'Eneide, ristampata nel 1540 insieme agli altri primi cinque libri, tradotti da diversi autori, con il titolo: I sei primi libri dell'Eneide di Virgilio tradotti (in lingua toscana e versi sciolti), Venezia, Comin da Trino ad instantia de Nicolò d'Aristotile detto Zoppino (Brunet 1990: vol. V pag. 1308 e Graesse 1950: vol. VII pag. 364).      
Tuttavia, nel 1539, uscì oltre a questa di Venezia dello Zoppino un'altra edizione, con titolo modificato: Il secondo libro della Aeneide di Virgilio in lingua volgare volto dal Card. Hippolito de' Medici, Città di Castello, Ant. Mazochi e Nic. de Gucij da Corna (Graesse 1950: vol. VII pag. 364). Quale delle due costituisce la prima edizione?
L'editore Antonio Mazzocchi, cremonese, e Bartolomeo Gucci, di Cortona, "vennero nel 1538 a Città di Castello per stampare gli Statuti" ma "essi non impiantarono né qui né altrove una stabile tipografia. Veri tipi di tipografi erranti, quando nel 1539, anche a cagione della carestia, gli affari languivano, partirono sollecitamente e due anni dopo stampavano a Cortona" (Ascarelli 1996: pag. 152). D'altra parte l'edizione originale dei sei primi libri del 1540 avviene "ad instantia" dello Zoppino (che alcuni vorrebbero identificare con lo Zoppino dei Ragionamenti di Pietro Aretino), già affermato tipografo ed editore.
Per questo motivo sembra più probabile che sua, e non di Mazzocchi e Gucci, sia da considerarsi la prima edizione.
La dedica, di tono esplicitamente galante che l'autore premette, è indirizzata a una dama «Giulia Gonzaga», il cui nome non compare in questa edizione, ma solo nella ristampa dei sei primi libri dello stesso anno 1540 intitolata “I sei primi libri del Eneide di Virgilio, tradotti a più illustre & honorate donne...”, Venezia, Giovanni Padovano, «ad instantia e spesa del nobile homo M. Federico Torresano d'Asola», che riproduce quella di Comin da Trino: "Per che spesso ad uno oppresso da grave male l'essempio d'un maggior alleggerisce il martire: non trovando io a la pena mia altro rimedio, volsi l'animo a l'incendio di Troia, e misurando con quello il mio, conobbi senza dubbio nissun male entro a quelle mura esser avvenuto, che nel mezzo del mio petto un simil non si senta, lo quale cercando in parte sfogare di quel di Troia dolendomi ho scoperto il mio: onde lo mando a voi, acciocché egli per vera somiglianza vi mostri gli affanni miei, poi che né i sospiri, né le lacrime, né'l dolor mio ve l'han potuto mostrar giamai".
Il cardinale Ippolito de’ Medici, dunque, traduce dal latino in italiano il secondo libro dell’Eneide con una dedica a Giulia Gonzaga che lo studio bibliografico “L’Arengario” definisce “esplicitamente galante”. Ippolito scrive: “L’esempio di un maggior dolore alleggerisce quello che patisce un uomo oppresso da un grave male; non trovando io altro rimedio alla mia pena volsi l’animo all’incendio di Troia, e, confrontando i due mali mi accorsi che entro le mura di quella città si patirono le stesse pene che patisce il mio cuore e cercando in parte di mettere in risalto le pene troiane le ho scoperte simili alle mie; perciò mando a voi le pene di Troia perché da esse possiate capire il mio patimento poiché né i sospiri, né le lacrime, né il mio dolore vi hanno mai potuto mostrare il mio affanno”.
Si tratta sicuramente di una dedica galante di un colto intellettuale cinquecentesco alla dama dei suoi sogni e che sembra dimostrare come i rapporti tra esso e la Gonzaga siano più che altro  squisitamente sentimentali e del tipo più squisitamente cavalleresco.
Non bisogna mai perdere di vista, infatti, che nel suo testamento Vespasiano Colonna, marito di Giulia, aveva anche lasciato in moglie ad Ippolito dei Medici, nipote del papa Clemente VII, la propria figlia Isabella con una dote di 30.000 ducati oltre all’autorizzazione di portare il cognome Colonna ai loro figli. Il morente, in realtà, designa i figli generati da Isabella alla propria successione sperando nel benestare della “Maestà Cesarea”; l’esecutore testamentario era sempre la vedova Giulia Gonzaga per cui tra i due si erano necessariamente creati rapporti diretti per tentare la realizzazione del matrimonio del cardinale con la figliastra.
Non ci è data conoscere per ora la causa del mancato matrimonio tra Isabella ed il cardinale ed alcuni storici la trovano in una infatuazione del cardinale per la vedova anziché per la figliastra. La dedica ora presentata sembra giustificare questo orientamento storico senza peraltro darlo per certo del tutto.
Alla morte del cardinale de’ Medici (1535) la Gonzaga aveva appena 22 anni; nel dicembre dello stesso anno, Giulia Gonzaga si trasferisce in Napoli per meglio attendere, dice, alla difesa dei propri interessi ereditari, essendo vicina alla Corte; il libro del cardinale  venne stampato postumo e quando già Giulia si trovava a Napoli (1539).
Le vicende personali di Giulia Gonzaga sono state certamente segnate dall’assistere alla morte violenta e atroce del cardinale de’ Medici e certamente hanno influito sul suo abbandono di Fondi per stabilirsi in Napoli ed, ancor di più, avranno influito sul suo definitivo ritiro dalle scene politiche rivolgendosi ad una attività più propriamente religiosa aderendo a quel movimento della riforma della religione che si andava estendendo agli inizi del 1500 anche con l’adesione di eminenti esponenti del mondo ecclesiastico.
A quel tempo “…aveva grande efficacia il pensiero di Valdes, che però accentuando il motivo della riforma interiore conduceva al una religiosità puramente individuale  o di piccoli gruppi, non adatta a produrre o a guidare un movimento largo e radicato in tutti i ceti della popolazione, come doveva essere un movimento di riforma generale[1]”.
Il Cantimori, massimo storico italiano dei movimenti ereticali del cinquecento, afferma ancora: “Così, tra i riformatori italiani, alcuni presero a diffondere le dottrine valdesiane…. Mentre si faceva sempre più vivo quel movimento di riforma cattolica, come poi sarà chiamato…. Il movimento valdesiano doveva esaurirsi nella pietà interiore e nella spiritualità individuale e mistica di una Giulia Gonzaga…[2]”.
La Gonzaga, nonostante questa nuova acquisizione documentale resta un enigma della storia; fu amante di Ippolito di Medici oppure ad esso era legata da puro sentimento di affetto? Dopo la parentesi della signoria su Fondi fu veramente una esponente convinta della riforma della chiesa? Oppure fu una donna frustrata negli affetti, impossibilitata dal testamento vessatorio dell’anziano marito a seguire le pulsioni del suo cuore? Quale azione di rivalsa verso la Chiesa di Roma riteneva dovesse essere sostenuta? Fu una femminista ante litteram?
Sono tutte domande alle quali forse una più capace ricerca storica potrebbe anche dare risposte certe. I documenti per farlo potrebbero forse ancora trovarsi tra i polverosi archivi italiani.

[1] DELIO CANTIMORI, Eretici italiani del Cinquecento. Ricerche storiche, Firenze 1967, p. 24. Il volume è la ristampa integrale dell’opera la cui prima edizione fu pubblicata nel 1939 e che era diventata un classico della storiografia, rimasto inalterato per la sopraggiunta morte dell’autore.
[2] Idem, p. 25.
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MessaggioInviato: Mar Ott 17, 2017 5:03 pm    Oggetto: Giulia Gonzaga - nel lumicino del ricordo Rispondi citando

Giulia Gonzaga - Nel lumicino del ricordo
di Geremia Iudicone

Il 19 aprile 1566 Giambattista Perez, segretario di Giulia Gonzaga dal 1545, cosi` adempie al compito non lieto di dare la notizia della morte della signora al duca di Sabbioneta, Vespasiano Gonzaga, nipote ed erede universale della contessa: 
"Mi parerìa mancar del debito mio, come servitor di vinti uno anni continui de la felice memoria della illustra Signora mia, la Signora Donna Giulia di Gonzaga sua Zia, se non venissi a condolermi con V. Ecc. della sua morte. Sua Signoria lllustriss. morì, come sarà inteso per lettera nel Magnifico Modignano et di M. Federigo Zanichelli, oggi a 20 in 21 ore. Ha fatto una fine conforme alla sua santissima vita, stando sempre in cervello insino all'ultimo che l'uscì quella santa Anima. È stato aperto il suo testamento...".
Quando la coglie la morte in Napoli, Giulia ha cinquantatré anni. Li ha raggiunti con qualche acciacco, quale il dolore di testa ricorrente e la consunzione provocata dalla nevrosi. La decrepitezza non riesce ad offenderla, bensì la abbattono le afflizioni subite durante quarant'anni
La contessa di Fondi per antonomasia nasce nel 1513 circa in Gazzuolo, terra del mantovano, da Ludovico Gonzaga e dalla signora Francesca Fieschi: nell'albero genealogico gonzaghesco ha la posizione di pronipote di Ludovico III Gonzaga, marchese di Mantova.
Da gran tempo lontana dall'ambiente di corte, Giulia chiude la sua esistenza di ospite nel convento di San Francesco "delle Monache", la cui chiesa indica, nel testamento, luogo della sepoltura delle proprie spoglie mortali. A quel convento si legano ben trentuno anni della sua vita, ossia più dei tredici anni trascorsi in famiglia, ma molto di più degli appena nove circa in cui l'avventura matrimoniale la fa dimorare in Fondi. Una presenza quasi fugace.
Di lei resta ignota la tomba. Non si ha prova o notizia se ciò risponda o meno ad una precisa volontà -sia pure non scritta- della illustre defunta. Non un segno la distingue, non un epitaffio la ricorda. Forse la salma -è stata avanzata l'ipotesi -viene in effetti confusa nella fossa comune, quasi fosse voluto un netto rovescio della celebrità letteraria e del rilievo del personaggio che la circondano in vita. Una scomparsa fantastica anche della bellezza decantatale dai suoi contemporanei? Una qualche sua significazione? La estrema protesta per riscattare e riappropriarsi, almeno all'ultimo, di quel corpo già troppo oggetto di decisioni e di scelte mai fatte da lei? Una cosa è certa: il dramma esistenziale non abbandona mai sia Giulia adolescente che Giulia donna.
Nel gennaio del 1527 Fondi la accoglie nel palazzo feudale e la onora sua contessa: è la seconda consorte del conte locale Vespasiano Colonna succeduto al padre, Prospero, nel 1523. Il Colonna la sposa in Paliano, nell'agosto dell'anno prima.
Tredicenne appena è data in sposa, a seguito di un contratto di promessa di matrimonio (è il costume dell'epoca) stipulato il 25 luglio del 1526 in Roma non dalla sposa-bambina, che è ignara del fatto, ma dal fratello di lei, monsignor Pirro, ecclesiastico, a nome del padre Ludovico congiuntamente alla marchesa di Mantova Isabella d'Este, nella cui casa romana (l'attuale "palazzo Madama", pare), da un lato, e lo stesso Vespasiano Colonna, potente futuro marito, dall'altro lato. Cosi`, nell'agosto del 1526 l'adolescente Giulia viene condotta prima a far la conoscenza e, subito dopo, a divenire la consorte di un vedovo ultra quarantenne. (Vespasiano aveva sposato in prime nozze Beatrice Appiani). Il divario d'età tra lui e lei, già brutale in sé, è però solo il nastro che infiocchetta e lega il "regalo". Vespasiano ha il volto sfigurato dalla paralisi progressiva, che si estende ad un braccio e ad una gamba. Tuttavia, sposa di nuovo. Perché? È orgoglio, sono fumi del potentato aristocratico o è pratica di una collocazione nel gioco delle caste che si spalleggiano?
Per Giulia, senza dubbio, è una realtà traumatizzante, una frantumazione di vita ancora tra fanciullezza e gioventù, un disastro autentico della psicologia femminile, presentatosi sotto-forma della catena della collocazione rispondente agli interessi della famiglia. Da questo il raffronto violento, l' accostamento brutale, disgustoso persino, dei corpi, della mentalità, il turbamento degli spiriti, la lotta sorda delle volontà. E qui il nodo drammatico di vite vissute, di prospettive sconvolgenti tra un uomo adulto uso alle armi, teso al potere e all'intrico con pochi scrupoli e una quasi quattordicenne, acerba e apparentemente supina quanto desiderato ma, per contro, portata dalla natura e dalla educazione a nutrirsi di sentimenti delicati ed elevati, dotata di intelletto assetato di sapere nonché di spiritualità raffinata. E non sono solo queste le asperità, non solo questi i triboli quotidiani: nella vita di palazzo si imbatte, meglio si scontra con Isabella Colonna, certo non bella quanto Giulia e di tutt'altra pasta. Isabella è la figliastra ben conscia del ruolo di erede paterna e pertanto carica di pragmatismo e delle pretese che ostenta e oppone senza mezzi termini. La volitiva madamigella Colonna -scotto degli intrecci per cosi dire economici e politici che informano e regolano la vita del tempo -è destinata a divenirle anche cognata, in quanto sposerà Luigi Gonzaga "il rodomonte", fratello di Giulia. Figliastra e per giunta cognata con la quale ha scontri aspri e, soprattutto, durevoli in una visione illusoria assunta da Giulia in difesa dei propri diritti e della propria posizione di vedova, portata avanti dino al fatale aprile del 1566. Che senso vero ha per lei la disposizione testamentaria del marito Vespasiano, che la riguarda direttamente
"... lasso mia mogliera donna e padrona in tutto lo stato predetto [lo Stato Pontificio] et anco del Regno [di Napoli], sua vita durante [cioè usufruttuaria], servando lo habito di vidua..."?
Il tormentone è questo, sta al centro dei rapporti e degli urti giudiziari tra Giulia ed Isabella. La Gonzaga si sente beffata dal destino che la costringe in gramaglie a soli quindici anni, dopo appena diciassette mesi di matrimonio e senza prole propria: Vespasiano muore il 13 marzo del 1528 in quella stessa Paliano che l'aveva già vista, più che sposa-bambina, oggetto di intrecci aristocratici affannosi, dovuti subire.
Giulia Gonzaga apre in fretta e sgomenta gli occhi sulle realtà che la ingabbiano ed ha la forza d'animo non comune di ergersi a difesa di se stessa. Si atteggia cosi, donna presto fatta tale, tenendo il garbo necessario, a pervicace torre d'avorio per tenere a bada gli assalti e le lusinghe che sa ben individuare provenirle da più parti. Ha la capacità di stupire la società del cinquecento materiale e corrotto; su di lei si appunta la meraviglia dei cortigiani, dei letterati, degli artisti; infiamma Ippolito de' Medici, giovane cardinale laico (muore avvelenato altri nel 1535 assistito da Giulia). Juan Valès la vede cosi:
"...è un gran peccato che non sia signora del mondo intero, ma credo che Iddio abbia così provveduto affinché noi poveretti potessimo goder, della sua divina conversazione e della gentilezza che non è per nulla inferiore alla bellezza...".
Inalbera una sorta di bandiera per diffondere il suo motto "Non moritura" stringe tra le mani il fiore dell'amaranto che, nel linguaggio dei colori, è metafora d'affetto imperituro, fedeltà (traccia cromatica ne è uno dei due colori dello stemma comunale fondano)
Tutto questo atteggiarsi, tutto questo armamentario le ritornano utili relativamente, tirata in ballo com'è sul terreno prosaico su cui sono in ballo cose e fatti concreti, spingono interessi e titoli ereditari assai consistenti. Gli affari, il fondo la spina pungentissima della figliastra e cognata, soprattutto non le danno pace, la tormentano. Prova qualche surrogato di gioia materna dedicandosi al nipotino Vespasiano Gonzaga, futuro duca e restauratore ammirevole di Sabbioneta che nasce a Fondi nel 1531.
Come accennato già, tra tutti e su tutti la stringe con l'assedio delle premure un giovane d'alto lignaggio, Ippolito de' Medici, figlio naturale di Giuliano de' Medici, fratello del papa Leone X che lo crea cardinale laico e lo ancora alla corte pontificia. Dell'assedio del porporato è teatro e cornice la Fondi cinquecentesca. La torre ideale in cui è serrata Giulia resiste vittoriosa nei confronti dell'ardore del sentimento mostrato da tanto personaggio, benché qualche scossone sembra farne presagire il crollo. Tra il giugno e.iI luglio del 1532 fra' Sebastiano Luciani o 'dal Piombo" ritrae -unico artista gratificato di consenso -nel palazzo di Fondi la Gonzaga, per incarico di "sua eminenza': Ippolito, invaghito, come tanti del tempo, della mitizzata bellezza della dama. Ne risulta un quadro celebre (il Vasari cosi` lo descrive: "Venendo dalle celesti bellezze di quella signora e da cosi` dotta mano, riusci` una pittura divina"). 
Del quadro che ne ritrae i lineamenti - riprodotto in seguito da vari autori senza tener davanti il soggetto -lei stessa cosi` lo descrive al vescovo di Fano il 25 aprile deI 1562 da Napoli, nel mentre esterna anche un giudizio soggettivo della immagine propria:
"...Del guadagno che ha fatto d'un mio ritratto io non so quanto mi debba rallegrare, perciò ché essendo della bellezza che scrive, non deve essere naturale, oppure messer Titiano ha voluto mostrar la forza del suo ingegno ornando una donna compitamente bella et come dovrebbe essere non come io mi sia stata".
La sensibilità e l'apertura mentale e spirituale di Giulia la fanno partecipe verso ciò che si agita e costituisce il movimento religioso femminile nell'agitato mondo el XVI sec. e italiano in particolare, ma la rendono tuttavia perspicace. Non si fa travolgere, mentre vive, dal turbine delle idee nuove religiose; è accorta nello scansare i colpi inquisitori, sferrati nello scontro tra le autorità ecclesiastiche e qualificate e alti personaggi del pensiero innovatore. E se è vero che la sfiora il sospetto occhiuto, non la raggiunge la certezza della colpa ed il rigore della pena. Di pena, peraltro, già le bastava quella sofferta a causa della condizione della propria vita.

Nel lungo ritiro conventuale in Napoli, la contessa porta con sé poco, anzi nulla della città centro del titolo feudale, nonché teatro delle mondanità e delle lusinghe dei cortigiani in visita, senza tacere degli accadimenti tragici del 1534: il nome di Fondi e tutto ciò che lo evoca devono turbarla. Elegge la nuova dimora castigata non certo e non solo a motivo dell'annosa lite giudiziaria in atto contro Isabella Colonna. Le appesantisce l'animo il pensare che a causa del suo ingresso -assentito nell'incoscienza dell'età e per obbligo di ubbidienza, non chiesto e non voluto nel casato e nel palazzo dei Colonna fondani, troppe cose le cadono addosso precocemente, troppe delusioni e rinunzie sopporta, assedi estenuanti la stringono e la premono. È intuibile, perciò, che stando in Napoli non si dà né può darsi pensiero di una città come Fondi. In questa non incontra la felicità e la serenità che si aspetta e che desidera dal matrimonio; con la città non nasce affezione; su questa, in definitiva, non vede delinearsi prospettive sperate, bensì le vede allontanare. La Gonzaga non prodiga, in tutta franchezza, attenzioni o cure verso Fondi: alla città ritiene bastevoli le 'non poche prodigate già dai feudatari predecessori, i Gaetani e segnatamente da Onorato Il. Non una sola opera, nulla di creato e di tangibile -eccetto le tracce letterarie e storiche -ricorderà mai la presenza della contessa Gonzaga qui. Gli appena otto anni trascorsi a Fondi, in effetti conclusi con la coda del nerissimo 1534, sembrano non appartenere al suo vissuto. Ma ne ha anche motivo. A tali anni si lega il prezzo dello sconvolgimento della sua vita per i troppi sogni defraudati o dovuti soffocare. E così che Fondi non vede mai più Giulia e Giulia non desidera vedere più Fondi. La reciproca quanto muta decisione mette fine ad un rapporto che nasce da una forzatura e si trascina nell'inquietudine. Nello sviluppo della storia locale, la Gonzaga è uno spartiacque tra un punto alto di splendore e una decadenza inarrestabile.
Dello stato d'animo della dama esiste la prova scritta, innegabile: allorché giunge il momento solenne di pensare alle sue ultime volontà, allorché -come per ognuno i pensieri e gli affetti, destinati a cristallizzarsi immutabili, sgorgano dalle: fibre più riposte e profonde umane, 
quando cioè scrive e firma il proprio Il testamento, Giulia Gonzaga sente il cuore farsi estraneo e ben al di là delle cose! rilevanti accadutele e di una stagione e di un luogo cruciale della sua vita, non nomina mai Fondi. La dimentica o la cancella del tutto dalla memoria, quasi che se lo avesse proposto ed imposto da tempo. (Un atto di volontà, finalmente libera, ! forse. Questa decisione, tuttavia, non è da ! interpretarsi come animosità personale tra ( la signora e la città che, in quanto tale, non le dà motivi di dissapori, di scontri, di ostilità dirette o manifeste. No, niente
di tutto questo. Nella realtà Fondi, non perché sia indifferente verso Giulia, vede solo attraversare il proprio cielo e la propria storia dalla dama, alla stregua di una eccezionale stella filante presto spentasi, di cui magari conservare il ricordo meraviglioso della lucentezza. La contessa nel suo consuntivo esistenziale, in cui consiste il proprio testamento, dà sfogo incondizionato al proprio sentire umano. È il superamento, con l'oblio, di sensazioni dolorose, fatti, accadimenti, persone e luoghi che desidera eradicare e dimenticare senza acrimonia, senza invettiva, soprattutto senza maledire nulla e nessuno. Con la riflessione e la pacatezza che le derivano dalla macerazione morale, scioglie così ogni laccio e lacciuolo che possano vincolarla anche al di là della esistenza vessata. Esistenza che beffardamente le toglie tutto, quasi nello stesso tempo in cui le concede tutto. Una sola cosa, estrema, le resta possibile: così come le riesce di sottrarre se stessa e il dono della sua bellezza ai costumi del mondo del proprio tempo, decide di sottrarre alla individuazione, magari feticistica o punitiva postuma, anche la sua sepoltura, mai saputa e ritrovata, nonostante le ricerche.
Quattro secoli e trenta anni sono trascorsi dal traguardo dell'ultimo giorno dei cinquantatré anni della esistenza di questa signora. Intorno alla sua figura non poco è stato detto, dibattuto, scritto, congetturato e fantasticato dai posteri. Su "la desventurada Julia de Gonzaga Colonna" (così un suo autografo della maturità) in futuro non mancherà certo e parola e scritto e riflessione. Il lumicino del ricordo ha ed avrà ancora tanti guizzi di luminosità. Richiamerà lungamente, lasciandola oscura, la leggenda popolare che, a torto o a ragione, si impadronì di Giulia contessa: la enigmatica verginità (da alcuni sostenuta pur senza prove certe, da altri negata decisamente per aprioristica carnalità e per questione di legittimità del debito coniugale, da altri ancora lasciata nel dubbio per effetto di un possibile blocco psicologico capace di scatenare la frigidità tra i due coniugi); il mancato ratto per fame un supposto dono al sultano Solimano II; la salvezza attraverso una fuga da leggenda attuata all'ultimo istante facendo persino sacrificare un premuroso domestico che l'avrebbe vista nuda; qualche presunta ed assurda crudeltà fantasticata dal volgo; infine, le malignità su amori e amorazzi e simili, come corollario caro alle ciancie e ai racconti liberi e coloriti creati dalla gente attraverso il tempo. Raramente si rievoca e si rievocherà, allo scopo di conoscerlo e compenetrarlo, il dramma che la donna, la dama bella e celebrata fu costretta realmente a vivere. La fiammella della lucerna del ricordo si allontanerà sempre più nelle buie profondità del tempo. Farà luce sempre più fioca sui lineamenti riflessi sulla tela della poesia del pennello di fra' Sebastiano per il cardinale Ippolito, quelli della dama sfiorata da promesse radiose, che nella vita mai le si concessero.


SolimanoI (Sulayman I Qunani, il legislatore) Ritratto attribuito a Tiziano ed originalmente di proprità dell’umanista Paolo Giovio. Sotto il suo regno l’Impero Ottomano raggiunse la massima espanzione. Elevò il corsaro ( non fu mai un pirata) Barbarossa al ranco di Ammiraglio.
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