roller
  Comune d Europa Comunità Virtuale Fondana Gemellata con Dachau  
Webmaster for Phpnuke 7.9 Copyright © 2014 by info@lacittadifondi.it.
Thema News_laCdF_1024-Copyright © 2014 by www.lacittadifondi.it.
Donate
english german french spanish brazilian russian japanese

ricerca-avvanzata
beny
  Registrati Index4  ·  Home  ·  Account  ·  Forum  ·  Video Chat  ·  Gallery  ·  All_News  ·  Invia News    
beny
Al momento non ci sono contenuti in questo blocco.

Menù
 Home
 Home
 Home II
 S. Angelo del Pesclo
 Mondo aurunco
 Egitto
 Meteo
 Meteo foreca
 News
 Archivio news
 Invia articolo
 Info
 Contattaci
 Segnalaci
 Telefoni utili
 Cerca
 Web link
 Pittori Poeti
 Dove Siamo
 Forum
 Vario eventuale
 Italiani nel mondo
 Comunità
 Il tuo account
 Registrati
 Lista utenti
 Contenuti
 Servizi al cittadino
 Arte storia e cultura
 Ricezione turistica
 Extra Index
 Home II
 Altro index4
 Index Todos
 Statistiche
 Top
 Sondaggi
 Statistiche
 Video TV
 Rai TV & TG1
 Sport Interviste
 Virtual girls
 Nuke Tube
 Gallery
 Gallery
 Più viste
 Relax
 Sudoku2
 Sudoku risolve
 Espande
 Dove siamo

Arte, storia e cultura
· Centro di Mediazione Familiare
· Indirizzi e numeri telefonici
· Ospitalità
· Sant'Onorato
· Cenni storici
· Cittadini illustri
· Castello Baronale
· Palazzo Baronale
· Chiese e santuari
· Quartiere Ebraico
· Castrum romano
· Terme romane
· Tempio di Iside
· Museo civico
· Cenni geografici
· Economia e lavoro
· Giudea di G. Carnevale
· Fondi di G. Carnevale
· Oratorio di S. Filippo Neri

Forum Ultimi 15 Post

 Lentamente muore - poesia di Martha Medeiros
 Noialtre donne di Gabriele Prignano
 Donne del Sud di Albino Cece
 Fondi campane di Santa Maria
 Giulia Gonzaga - premessa di Fernando Seconnino
 Lo Scisma d'Occidente
 le filatrici di Fondi
 Sant'Angelo del Pesclo
 Andersen a Fondi
 Sughi e Ragù - La cucina fondana nei ricordi
 Secondi piatti - La cucina fondana nei ricordi
 Primi piatti - La cucina fondana nei ricordi
 Premessa - La cucina fondana nei ricordi
 Pizze e focacce - La cucina fondana nei ricordi
 Piatti Unici - La cucina fondana nei ricordi

MSA User Info
Benvenuto, Ospite
Nickname

Password

(Registrare)

Iscrizione:
più tardi: EverettSwe
News di oggi: 0
News di ieri: 0
Complessivo: 4035

Persone Online:
Visitatori: 68
Iscritti: 0
Totale: 68

Pagine Visitate rid
Abbiamo avuto
pagine viste dal
Gennaio 2010

Pagine visitate
· Visitate oggi 364
· Visitate ieri 1,393

Media pagine visitate
· Oraria 108
· Giornaliera 2,594
· Mensile 78,908
· Annuale 946,901

Random Pictures Single


traduttore google
Al momento c'è un problema con questo blocco.

La Città di Fondi :: Leggi il Topic - Lo Scisma d'Occidente
 FAQFAQ   CercaCerca   Gruppi utentiGruppi utenti   ProfiloProfilo   Messaggi PrivatiMessaggi Privati   LoginLogin 

Lo Scisma d'Occidente

 
Questo forum è chiuso. Non puoi inserire, rispondere o modificare i Topics   Topic chiuso    Indice del forum -> Lo Scisma d'Occidente
Precedente :: Successivo  
Autore Messaggio
beny
Site Admin
Site Admin



Registrato: Dec 25, 2006
Messaggi: 1529

MessaggioInviato: Lun Ott 16, 2017 6:02 pm    Oggetto: Lo Scisma d'Occidente Rispondi citando

Lo Scisma d'Occidente - Il Conclave di Fondi

Introduzione
di Fernando Seconnino

L'articolo "Lo Scisma d'Occidente" tratto dal libro di Carlo Macaro "Lo scisma d'occidente e il Conclave di Fondi" presenta gli eventi che si verificarono negli anni tra il 1378 e i 1417 con molta accuratezza e semplicità.
L'autore non cerca di minimizzarne il significato nè fantastica oltre le affermazioni riportate dai documenti. Il suo atteggiamento è una presa di coscienza, un rigore quasi religioso di attenersi ai fatti e solamente ai fatti narrati dai documenti pervenutici.
Useremo, quindi, questo articolo come base, sicuri di non essere contraddetti su come i fatti si svolsero, ma vorremmo andare oltre.
Vorremmo inquadrare lo Scisma in un periodo più vasto per poterlo giudicare nella giusta prospettiva.
Cominceremo col cercare una definizione valida della Storia.
Cosa chiamiamo "Storia"? Il raccontare gli avvenimenti del passato? Ricostruire fedelmente lo svolgimento di questi avvenimenti, basandosi sui documenti ufficiali?
Oppure definire la "Storia" come l'analisi soggettiva di questi avvenimenti, leggere nei documenti quello che non c'è scritto? Analizzare le cause non espresse e le conseguenze o effetti che questi avvenimenti ebbero su quello che accadde dopo?
Stranamente, motivi strategici, di potere e soprattutto economici raramente arrivano sui documenti ufficiali.
Quale significato ebbe lo Scisma per la Chiesa in generale, e per l'autorità papale in particolare?
Quali furono gli atteggiamenti della Chiesa , il rapporto, nei secoli successivi, tra i principi della Chiesa ed i principi secolari che affondarono le proprie radici nello Scisma d'occidente?
O fù lo Scisma semplicemente una manifestazione di scarsa importanza nell'ambito del declino generale dell'autorità papale cominciata con la faida tra Bonifacio VIII e Filippo IV di Francia risultante nella morte del papa per l'umiliazione subita quando Nogaret e Sciarra Colonna (sicari di Filippo) lo minacciarono di morte?
"Questo è il mio collo, questa è la mia testa" pare disse il papa a questi.
(E. Lancioni- Storia dei papi) 
Fù questo declino da attribuire più a fattori economici e sociali?
Lo sviluppo dei Comuni, dei commerci, il fiorire delle famiglie di banchieri che vedevano il divieto di prestiti per interesse (usura) come un intralcio al progresso? Il profitto e benessere economico che ultimamente portarono ad una visione edonistica della vita prevalente dei nostri giorni?







Torna in cima
Profilo
beny
Site Admin
Site Admin



Registrato: Dec 25, 2006
Messaggi: 1529

MessaggioInviato: Lun Ott 16, 2017 8:55 pm    Oggetto: Il Conclave di Fondi di Carlo Macaro Rispondi citando

Tratto dal libro "Lo Scisma d'Occidente
Il Conclave di Fondi" di Carlo Macaro

Morto Gregorio XI, la prima seduta per eleggere il nuovo pontefice si apre ufficialmente a Roma il 7 aprile 1378 ma subito affiorano i dissidi, le lacerazioni nel Sacro collegio che non riesce a trovare un accordo, sebbene l'elemento francese sia preponderante: dodici cardinali su sedici. I lavori procedono a rilento e il popolo ansioso aspettava sotto il palazzo apostolico l'annuncio dell'elezione di un papa italiano, se non proprio romano.
Aleggia un presentimento, anzi il timore che un neoeletto, di nazionalità non italiana, possa riportare ad Avignone la sede pontificia. La contesa, da ecclesiastica qual è, viene ad assumere un interessante aspetto politico-nazionale. A complicare ancor di più le cose contribuisce 1'atteggiamento della nobiltà capitolina: gli Orsini, i Colonna, i Caetani sollevano con insistenza far sentire la loro ingerenza nella scelta. Si susseguono le "fumate nere", la gente trasteverina perde la pazienza, invade la sede del conclave e costringe i cardinali a fuggire. Alcuni si rifugiano nelle rispettive abitazioni altri in Castel Sant'Angelo.
La situazione assume addirittura dei risvolti tragicomici allorquando, nel tentativo di calmare la folla inferocita che grida sotto il palazzo apostolico, si ricorre all' espediente della falsa intronizzazione del vecchio e malato Tebaldeschi, uno dei porporati romani. La proposta fu avanzata da Roberto da Ginevra, il futuro antipapa.
Finalmente, il 9 aprile, i cardinali rientrano in Vaticano e viene annunciato il "Magnum Gaudium" dell'avvenuta elezione di Urbano VI il quale, lui per primo, non se la sarebbe mai aspettata.
Egli -ultimo caso nella Storia -fu eletto capo della cristianità pur non essendo un cardinale. Lo votarono molto convinti, i cardinali limosini, perché Bartolomeo Prignano "offriva maggiori garanzie rispetto ai colleghi membri del Collegio per la continuazione del corso ecclesiastico-politico del periodo avignonese". Almeno così credevano essi ma i fatti dimostreranno che si sbagliavano del tutto.
Una considerazione importante da fare: quella di Bartolomeo Prignano fu un' elezione di compromesso, determinata soprattutto dall'incapacità dei porporati d'oltralpe di trovare un accordo per votare uno di loro stessi. Significativo è anche il fatto che Roberto da Ginevra, il cardinale destinato a vestire i paramenti dell'antipapa a Fondi, si dichiarasse entusiasta quando fu eletto il Prignano, al punto che gli regalò un anello d'oro.
Ben presto, quegli stessi cardinali che all'unanimità avevano votato per Urbano VI, mutarono radicalmente atteggiamento nei suoi confronti.
La nomina di Urbano VI -asserivano col senno di poi i porporati -era da considerarsi non valida in base ad una specifica clausola del diritto canonico, perché sarebbe avvenuta nella paura. Si comprende facilmente come questa giustificazione tardiva sia in realtà solamente un pretesto.
Ma chi era il neo-eletto pontefice e, soprattutto, perché si inimicò così ferocemente i cardinali al punto che qualcuno addirittura lo minacciò di morte?
Bartolomeo Prignano, di origine napoletana, arcivescovo di Bari, era stato eletto all'unanimità al soglio pontificio pur non facendo parte -come già si è detto -del Collegio cardinalizio. Era dunque un "homo novus" il quale, essendo al di fuori delle beghe tra porporati, si trovava nelle condizioni ideali per potere non solo riconoscere, ma anche correggere i mali che affliggevano la Chiesa.
Intraprese con zelo certamente eccessivo, se non proprio precipitoso, ma con piena consapevolezza e buona fede - come sta a dimostrare la sua condotta di vita molto austera - un' azione di riforma politico-morale del clero in genere, e dei cardinali in particolar modo.
Molti di questi, ad Avignone si erano dati apertamente a odiose e comunque non edificanti pratiche economiche e finanziarie. Alcuni usufruivano di decime, altri addirittura di centinaia di benefici di ogni sorta: maggiori, minori, vacanti e si guardavano bene dal rispettare l'obbligo di residenza. La città sul Rodano pullulava di una trentina di sontuose, splendide residenze che i cardinali ritornati a Roma loro malgrado evidentemente rimpiangevano.
Il pontefice cominciò a rimproverarli anche pubblicamente fin dal 1378, accusandoli di distruggere la Chiesa. All'alto clero era indirizzata l'accusa più grave: quella di praticare la simonia, grazie alla quale cardinali e prelati rivaleggiavano in ricchezza con i signori laici, acquistando nuove terre e cedendo per denaro cariche e privilegi.
In opposizione netta al sistema di vita che spesso aveva contraddistinto il Papato avignonese, Bartolomeo Prignano esigeva che si tornasse alla semplicità apostolica. I porporati - in poche parole -dovevano rinunciare ai comportamenti principeschi cui si erano abituati nel corso del XIV secolo.
Per essi scattava l'obbligo di risiedere a Roma; dovevano mostrarsi capaci di giudicare i potenti; niente lusso, niente sprechi; limiti ai loro redditi, mensa modesta e frugale. Il papa mancò molto probabilmente di diplomazia; e finí con l'inimicarsi i cardinali, alcuni dei quali si sentirono offesi sul piano personale e giurarono di fargliela pagare a caro prezzo. Un altro punto, forse il più rilevante, sul quale il papa non sarebbe mai sceso a compromesso con i cardinali, era la loro ostinata e mai abbandonata pretesa di ritornare a risiedere in Avignone.
La rottura prese sempre più consistenza col passare dei giorni e Urbano VI ebbe il torto di sottovalutare le minacce dei porporati, convinto
com'era che queste non sarebbero approdate a nulla.
"Voi sminuite la nostra dignità, anche i cardinali cercheranno di diminuire la vostra". Così lo minacciò un giorno Roberto da Ginevra, ma il papa non se ne preoccupò più di tanto.
Il primo dei nemici del Prignano a prendere ufficialmente posizione fu Jean De La Grange il quale non aveva potuto partecipare al conclave perché era impegnato nelle trattative di pace con Firenze. Egli sarebbe stato accusato di aver "stornato" una ragguardevole somma di denaro destinata alle trattative di pace tra la Francia e l'Inghilterra.
Poco dopo il suo arrivo in Italia, De La Grange fu aspramente rimproverato in pubblico da Urbano VI come uno che avesse commesso" tutti i mali del mondo".
Fu proprio Jean De La Grange la mente della congiura contro il pontefice: le prime riunioni dei cardinali ribelli ma non ancora ufficialmente tali, si svolsero nella sua abitazione romana in Trastevere e -per prima cosa -assicurava ad essi l'appoggio anche finanziario del re di Francia, Carlo V.
Non meno rilevante fu il ruolo del camerario, Pierre De Cros, arcivescovo di Arles. Quella del tesoriere, in quanto ministro delle finanze, era una carica istituzionale della Chiesa creata intorno alla metà del Trecento. Egli aveva poteri amplissimi, e con la sua esosa politica fiscale garantiva al papa l'esercizio del potere.
È Pierre De Cros che in data 8 maggio 1378 fa sapere al re di Francia le condizioni dell' avvenuta nomina di Urbano VI, così come è ancora lui che decide di spedire ad Avignone il tesoro affidato alla sua custodia. Di conseguenza, il papa lo depose e lo fece arrestare.
Il suo ostinato disegno di liberare la Chiesa da un pontefice che, a suo modo di vedere, non era stato eletto canonicamente, avrebbe indotto precedentemente il camerario al tentativo di imprigionare Urbano VI. Si erano addirittura sparse in Roma delle voci secondo le quali egli avrebbe cercato di avvelenare il papa.
Ambiguo e contraddittorio fu spesso l'atteggiamento del cardinale Orsini: sarà lui a convincere la regina Giovanna I della illegittimità dell' elezione di Bartolomeo Prignano.
Nell'ambito dei reciproci rapporti tra quasi tutti i cardinali e il pontefice Urbano VI ricorre e si ripete un fattore comune: dalle iniziali posizioni di riconoscimento talvolta addirittura entusiastico della sua elezione, si passa alla ribellione e al ripudio. Così è per il Flandrin, colui che riuscirà a cooptare nel partito scismatico i tre cardinali italiani: costoro si recheranno a Fondi allettati dalla fata morgana di essere, ciascuno in cuor suo, eletto al soglio pontificio.
Alla luce di quanto abbiamo esposto, si può senz'altro affermare che furono interessi nazionalistici, non solo, ma anche motivazioni personalistiche, la base su cui poggiò la crescente avversione dei cardinali francesi nei confronti di papa Urbano VI.
Dei cardinali italiani, il solo a restare fedele a Bartolomeo Prignano, mai staccandosi da lui, fu il romano Tebaldeschi il quale però morì poco tempo dopo l'elezione di questo papa.
Il tentativo di riforma -questo è certo -fu attuato e imposto con eccessiva impulsività, perciò fallì e Urbano VI fu abbandonato da tutti.
Terminato il tempo delle riunioni clandestine in funzione antipontificia, col pretesto del caldo irrespirabile di Roma i cardinali credono di giustificare il loro trasferimento ad Anagni, uno dei poli della vasta contea di Onorato I Caetani. Qui, il 9 agosto 1378, dichiarano ufficialmente nulla 17 elezione di Urbano VI.
Sembra sia stato personalmente il conte di Fondi ad assumere 1'iniziativa di invitare i cardinali scismatici -per motivi di sicurezza -nei propri domini, ad Anagni prima; a Fondi successivamente. Il tutto, per dar loro la possibilità di attuare al meglio la ormai decisa congiura.
A nulla valse 1'elezione da parte di Urbano VI di altri ventinove cardinali, di cui ben venti italiani, in data 18 settembre 1378, quale tentativo evidente di dare una diversa struttura al Sacro collegio. Ci avrebbe dovuto pensare prima se voleva ottenere qualche risultato.
Lo scisma, al quale al momento manca solamente l'atto formale, trova nel Caetani il braccio così come il cardinale Jean De La Grange ne era da tempo la mente.
A Fondi, il 20 settembre 1378, i porporati finalmente gettano la maschera": riunitisi in conclave, eleggono all'unanimità un nuovo papa, Roberto da Ginevra, che assume il nome di Clemente VII. La seduta durò poco, anzi il conclave fu un semplice atto formale in quanto la decisione di nominare quale antipapa Roberto da Ginevra era stata concordata precedentemente.
A Fondi erano anche giunti -cinque giorni prima -i cardinali italiani Da Brossano, Corsini, Orsini; il Tebaldeschi era deceduto nel frattempo.
Abbiamo già avuto modo di dire che ciascuno di essi si recò a Fondi nella speranza di essere eletto al soglio pontificio, ma è opportuno aggiungere che tra gli studiosi c'è chi ritiene che la loro venuta nel capoluogo dei domini di Onorato I Caetani sia dovuta alla volontà di favorire comunque la scelta di un italiano.
Il giorno immediatamente dopo la nomina di Clemente VII, alla quale non contribuirono perché si astennero, tutti e tre i porporati italiani abbandonarono Fondi.
L'incoronazione dell'antipapa avvenne il 31 ottobre 1378 nella Cattedrale di San Pietro apostolo, alla presenza di molti potentati, tra cui Ottone di Brunswich, il marito di Giovanna l, la regina di Napoli.
Durante la solenne cerimonia Onorato I, con un atto particolarmente significativo, simbolico, pose con le sue mani di principe laico la tiara sulla testa del neo-eletto pontefice Clemente VII, quasi a dimostrare a chi ancora non lo avesse capito, che l'artefice primo della situazione non era altri che lui.
Prima di essere eletto papa a Fondi, Roberto da Ginevra era stato vescovo di Thérouanne, arcivescovo di Cambrai (1368), e come legato pontificio si era procurata una brutta fama in occasione delle insurrezioni di Romagna: il famigerato "eccidio di Cesena" in cui il futuro antipapa mostrò tutta la sua tempra di guerriero, coprendo anche le responsabilità delle truppe bretoni e dei loro comandanti che si erano resi colpevoli di inauditi delitti. Ci furono migliaia di morti e non furono risparmiati neppure donne e bambini.
Fu eletto cardinale nel 1371 da papa Gregorio XI; aveva appena 36 anni quando fu incoronato a Fondi.
Alcuni studiosi sono concordi nel sottolineare che" per le sue maniere e le sue inclinazioni naturali somigliasse più ad un gran principe che al successore di Pietro" . Questi dal canto suo, pienamente convinto della legittimità della propria elezione, non pensava che a difendere le prerogative e gli interessi del Papato.
Clemente VII era comunque un uomo di grande cultura: si sapeva esprimere agevolmente in francese, italiano, tedesco e latino.
"Rappresentava, prima di tutto per le sue alleanze familiari, una straordinaria forza politica". Figlio di Amedeo III, proveniva da una famiglia che aveva ricevuto una serie di eccezionali privilegi dall'imperatore Carlo IV .
Era strettamente imparentato anche con il conte di Savoia, oltreché col re di Francia ed altri regnanti, per cui fu per lui gioco facile attrarli nella sua orbita. Questi rapporti, all'indomani dell' elezione di Fondi, condizionarono e determinarono il "gioco di scacchi" di natura politica al quale diedero vita le potenze europee.
I primi ad abbracciare la causa dello scisma furono Luigi D'Angiò, fratello del re di Francia, Carlo V, e Amedeo VI di Savoia. Luigi D'Angiò inviò una calorosa lettera di ringraziamento al conte di Fondi, definendolo "l'ancora di cui Cristo ha munito la navicella di Pietro".
Obbediscono a Clemente VII il Regno di Francia, Ginevra, la Savoia, il Lussemburgo, l'Ungheria, la Castiglia, la Navarra, l' Aragona.
Se l'Inghilterra, tradizionale nemica della Francia, è per Urbano VI fin dall'inizio, la Scozia si dichiara in favore di Clemente VII, così come parte dell'Irlanda, almeno quella non soggetta alle direttive inglesi.
L'Italia quasi tutta riconosce la validità dell'elezione del Prignano, ad eccezione del Regno di Napoli. Il Portogallo e l'Impero germanico inizialmente erano favorevoli al papa di Roma, ma poi passarono al partito degli avignonesi.
Le obbedienze, eccetto alcuni motivi di coscienza, si formarono in funzione delle parentele e dei rapporti familiari, nonché delle opposizioni o alleanze politiche.
L'Europa si spacca in due come una mela, la cristianità è frastornata, tanto più che perfino i santi si schierano su opposte sponde. Se Caterina da Siena dedicò tutte le sue energie alla causa del ritorno del Papato nella sede naturale di Roma e vedeva in Clemente VII l'incarnazione dell'anticristo, Vincenzo Ferreri inizialmente si schierò dalla parte dell' antipapa.
Secondo la Santa senese, ci sono prove che dimostrano la legittimità della scelta di Bartolomeo Prignano. I cardinali sono invece giudicati persone non degne di fiducia e sono considerati dei mentitori quando affermano che l'elezione d Urbano VI sia avvenuta nella paura. Questa atmosfera ci fu ma al momento della falsa intronizzazione di Francesci Tebaldeschi, non certamente quando fu eletto il Prignano.
Il motivo reale che ha indotto i porporati a tradire UrbanI VI, secondo Caterina da Siena, va ricercato nella sua volontà, di riforma che doveva partire dall' alto, proprio dal Sacro collegio.
I Francescani di Fondi che dipendevano dalla provincia dei Minori di Napoli la cui regina, Giovanna I, finì con l'aderire allo scisma, suonarono le campane a distesa in segno di giubilo. I Domenicani invece, non solo non vollero riconoscere Clemente VII, ma in segno di lutto si rinchiusero nel loro convento.
Il vescovo di Fondi, fra Raimondo dei Minori francescani, essendo convinto della legittimità dell'elezione di Bartolomeo Prignano, per non ossequiare 1'antipapa si allontanò dalla cittadina. Il clero, suo malgrado, fu costretto a presenziare alla cerimonia dell'incoronazione di Clemente VII.
Il vescovo di Gaeta invece avrebbe riconosciuto come papa legittimo Roberto da Ginevra.
Tra i paesi limitrofi, aderirono allo scisma Itri e Terracina. Contro quest'ultima -così come avvenne per la stessa Gaeta - aveva invano combattuto il padre di Onorato I Caetani, Nicolò, nel tentativo di aggregare l'una e l'altra alla vasta contea per estenderla fino al mare. Ora la cittadina tirrenica abbraccia la causa scismatica ricevendo in cambio la riconcessione della dogana del sale.
Si legano spontaneamente ai destini dell'antipapa i cittadini di Anagni, per tradizione fedeli alla famiglia Caetani.
Dei paesi lepini, Sezze intorno al 1360 aveva dovuto abbassare la testa davanti al conte di Fondi, Onorato I Caetani, il quale ne cancellò ogni traccia di vita autonoma affidando la gestione del potere a funzionari di sua fiducia. Nel 1367 però i setini si ribellarono, cacciarono via il conte e i suoi ufficiali restaurando gli ordinamenti popolari, contestualmente giurando fedeltà alla Chiesa.
Successivamente la situazione mutò ancora e si registrò un netto miglioramento dei reciproci rapporti tra il paese lepino e il Caetani. Chi resistette più a lungo fu Piperno -per tradizione legata alla Chiesa -almeno fino al 1381, data in cui risulta quale partigiana del conte di Fondi.
Di particolare interesse è la vicenda dei rapporti del conte di Fondi con i comuni di Cori e Velletri. Già la consorte, Caterina Del Balzo, al momento del viaggio di lui in Avignone, aveva stretto con questi ultimi dei vincoli di amicizia ribaditi da un nuovo trattato di pace voluto da Onorato I Caetani nell' autunno del 1380.
In virtù dell' accordo il conte di Fondi tendeva a trovare un appoggio in funzione antipontificia, cooptando alla sua causa Velletri, un centro così vicino a Roma, per il quale il timore delle milizie brettoni ebbe più efficacia delle minacce di Roma e della Chiesa che, naturalmente, non vedevano di buon occhio il nuovo " status" delle relazioni tra il Caetani e Velletri.
La stessa città di Roma, rendendosi conto dei danni - anche e soprattutto economici -dovuti alle incursioni continue delle truppe mercenarie, stipulò una pace col conte di Fondi (dicembre 1380).
Questi fatti dimostrano che Onorato I Caetani non era certamente uno sprovveduto nemmeno quanto a qualità strettamente politiche, degno rampollo di una famiglia che fin dal secolo XI si era imposta all' attenzione di tutti
Con la morte dei protagonisti maggiori si sarebbe pensato che i sentimenti scismatici avrebbero dato luogo ad un clima piú riconciliatorio; ma non fu cosi`. L'antagonismo continuò con i successori, fino a che, alcuni cardinali di ambe le parti convocarono il Concilio di Pisa ed elessero un nuovo papa che prese il nome di Alessandro V con la speranza che sarebbe stato riconosciuto da tutte e due le fazioni belligeranti. Ma non si arrivò ad un consenso per cui per alcuni anni si ebbero addirittura tre papi.
Ad Alessandro V succedette il cardinale Baldassarre Costa che prese il nome di Giovanni XXIII.
Questo papa sotto pressione sia della base cristiana che dell'imperatore Sigismondo, convoco` il Concilio di Costanza (1414-1418). 
Giovanni XXIII e Gregorio XIII furono persuasi a dimettersi. Benedetto XIII ostinatamente si rifiutò fu allora deposto e scomunicato. Create così le premesse necessarie, si giunse finalmente all'elezione di Oddone Colonna (1417) il quale assunse il nome di Martino V così ponendo fine allo Scisma .
Torna in cima
Profilo
beny
Site Admin
Site Admin



Registrato: Dec 25, 2006
Messaggi: 1529

MessaggioInviato: Lun Ott 16, 2017 9:13 pm    Oggetto: Traversie di Papa Urbano VI Rispondi citando

Traversie di Papa Urbano VI
di Albino Cece

Nascosto in un buio anfratto della mia biblioteca ho trovato, dimenticato, il volumetto: Delle rivoluzioni d'Italia. Libri ventiquattro di Carlo Denina, tomo terzo, edizione terza veneta, Venezia, dalle stampe di Silvestro Gatti, con licenza de' superiori, e privilegio, M. DCC. XCIII.
Tra gli studiosi sin dal 1793 era già noto, dunque, un giudizio su Urbano VI che oggi va facendosi strada, cioè quello di un uomo del suo tempo, dedito ad affari privati, ma anche dotato di uno spirito nuovo di riforma di una chiesa piegata dallo "esilio avignonese", più indaffarata negli affari terreni che in quelli dello spirito; un uomo ripieno della sua investitura a Maestro della Cristianità, difensore di quelli che in quell'epoca erano considerati i diritti della Chiesa, ma anche molto irruento e poco diplomatico nel conseguire gli obiettivi della riforma di una gerarchia corrotta e mondana. Fu forse proprio questo suo carattere imperioso, rilevabile anche nelle lettere inviategli da S. Caterina da Siena, ad alienargli la simpatia della Curia Romana corrotta e non abituata ad essere rimbrottata apertamente perché formata dai maggiori rappresentanti delle nobiltà. La Chiesa di allora si presentava anche come uno specchio del tempo che si viveva e dalla descrizione del Denina, di cui riportiamo i capi settimo e ottavo, esce un quadro abbastanza complicato delle lotte di potere nell'Italia della seconda metà del 1300. La colpa dello scisma che ha diviso la Chiesa non fu certo soltanto di Onorato I Caetani ma anche dell'irriducibile carattere di papa Urbano VI. 
Crediamo di far cosa utile riportare qui un testo altrimenti introvabile. (Albino Cece)


CAPO S E T T I M O.
Riducimento della santa Sede in Italia; e grande scisma d' Occidente

Poichè Urbano V venuto d' Avignone In Italia l' avea abbandonata di nuovo, non pareva ora, mai più da sperare, che 1a corte Romana dovesse ritornare alla sua antica sede, massimamente essendo la più gran parte de' cardinali Francesi, e tutti generalmente amantissimi del soggiorno d' Avignone. Non per tanto Gregorio XI che nel 1370 era succeduto ad Urbano, fece pure risoluzione di venirsene a risedere a Roma; o in qualche vicino luogo dello stato ecclesiastico. Parte egli era mosso a questo passo da vero zelo, come colui, che fuori del troppo affetto, che portava a' suoi parenti, era pure un savio e dabben pontefice; e vedendo, che i vescovi ad esempio de' papi poco o niun conto faceano dell' obbligo della residenza, volle levar questo scandalo, e dar peso alla nuova costituzione, che pubblicò sopra questo, col venire lui stesso alla sua chiesa. Parte ancora vi era stimolato dalle preghiere, e piú dalle minacce de' Romani, i quali gli fecero intendere, che se la corte non tornava a Roma, s'avrebbe fatto un altro pastore, che risedesse. Ne di piccol momento si crede, che sieno stati, per muovere Gregorio XI a venire in Italia, i conforti della santa vergine Caterina Sanese, che era andata a corte in Avignone, per trattar della pace tra' Fiorentini, e la Chiesa. Chiuse dunque l'orecchie alle contrarie ragioni, che il re dì Francia, e tutti d'accordo i cardinali gli allegavano, per distornarlo dalla sua risoluzione; mosse d' Avignone, dove rimasero sei cardinali solamente, seguitandolo tutti gli altri ; e passando per Marsiglia, Genova, Pisa, e Corneto, ne andò a Roma nel 1376 ricevuto con indicibil giubilo da' Romani, i quali con solenne stromento gli promisero ubbidienza, e gli diedero libera signoria della città. Ma o per disgusti, ch'egli ricevesse da'
Romani , o perché più non potesse resistere alle sollecitazioni de' cardinali , che volean tornare in Provenza, o finalmente perchè , essendosi infermato, credesse che il clima di Avignone gli fosse più confacente alla sanità, avea determinato di farvi ritorno, se fosse vivo, passata l'estate. Intanto sentendosi venir meno, ancorché non passasse i quarantasette anni, per natural debolezza di temperamento, dispose con una sua bolla, che 1' elezione del successore si dovesse fare in Italia, s'egli mancasse di vita avanti il primo di settembre. Ma egli morì a' Ventisette di Marzo di quell' anno; ed, alla sua morte di ventitre cardinali sedici si trovavano in Roma, sei in Avignone, ed uno era legato in Toscana. Quelli, ch'erano in Roma, avuto prima qualche trattato con gli uffiziali della città per sicurezza loro, e libertà dell'elezione che avean da fare, si chiusero in conclave nel palazzo del Vaticano. Quattro soli erano i cardinali Italiani, ed era però difficile, che l'elezione cadesse in alcun di loro, stante massimamente il desiderio eccessivo, che i cardinali oltramontani aveano, che la sede si riconducesse in Avignone; la qual cosa non era da sperarsi da un papa Italiano. Ma i Romani per lo timore appunto che la corte non tornasse oltremonti, instavano apertamente, e faceano molto bene sentir le voci d'intorno al Vaticano, ch'essi voleano un papa Romano. La disunione de' cardinali Francesi, ch'erano in maggior numero, e 1' avversione, e l'invidia, che a' Limosini portavano i più degli altri, diede opportunità ad un nuovo spediente, che fu di elegger un Francese per timor di qualche insulto dei popolo, e neppure un Romano, nè alcuno de' quattro cardinali Italiani, ma bensì qualche persona, che si presumesse indifferente fra' due partiti, e soddisfacesse in parte al desiderio de' Romani . Questi fu Bartolommeo da Prignano arcivescovo di Bari, nato bensì in Italia, ma di sangue Francese, e suddito della regina di Napoli; il quale era stato lungamente impiegato nella corte d' Avignone, ed allora trovavasi in Roma. L'elezione proposta da un de' cardinali Limosini , e a cui s' accordarono due terzi del collegio, fu poi accettata, di comune consentimento, e a pieni voti; e per maggior sicurezza confermata più volte. Il nuovo eletto, che prese il nome di Urbano V1 , fù adorato e riconosciuto da' sedici cardinali Francesi , ch'eran presenti; e quelli sei, che erano in Avignone, per lettera consentirono espressamente all'elezione, tanto che non si mettea in dubbio per alcun modo ch'ella fosse legittima e valida, ancor. ché da principio le minacciose istanze del popol Romano avessero tolto alquanto di quella libertà, che desideravano gli elettori. La riputazione somma e singolare, in cui era tenuto l'eletto, contribuì grandemente a fargli subitamente prestar ubbidienza anche da quelli, che avrebbero voluto un altro papa. Ma siccome pochi pontefici furono, in cui si vedessero unite in tanta copia quelle doti che si richiedono a quella suprema dignità, o vere, o simulate ch'esse fossero, così niuno deluse mai l'opinione delle genti con maniere sì contrarie a quelle, che si aspettavano da lui. E di qui presero origine i nuovi travagli, ch'ebbe a sostenere la chiesa di Roma, e l'Italia. Coronato nella domenica di
Pasqua, diede nel lunedì seguente il primo saggio della sua o poco prudenza, o molta alterezza e presunzione: perocchè nella cappella del suo palazzo cantato che ebbe il vespro; vedendo quivi molti vescovi, cominciò a vituperarli pubblicamente, e con aspri rimproveri, chiamandoli tristi e spergiuri, perché in vece di risedere nelle lor chiese eran venuti a starsene alla sua corte. Otto giorni dopo in un pubblico concistoro; in cui si trovavano tutti i cardinali, e prelati, e uffiziali della curia in gran numero, si mise a predicare, o piuttosto a inveire sì indiscretamente contro i loro costumi, che i cardinali se ne tennero altamente ingiuriati; e senza far però conto de' suoi rimproveri cominciarono grandemente ad averlo in odio. Passato appena un mese dal giorno, in cui s'era tenuto quel concistoro, molti di loro partiti di Roma si ritirarono nella campagna ad Anagni, e quivi si diedero subitamente a macchinar contro il pontefice, il quale non potè mai più farli tornare a Roma, né riconciliarsi con loro; tardi pentito d'averli prima disgustati, e poi in quella cattiva disposizione lasciati allontanare da se. Al mal talento, ond' eran pieni i cardinali contro di Urbano VI, aggiunsero nuova materia, e nuova esca le potenze secolari. Non solamente il re di Francia, che si fece assai presto conoscer disposto a secondar i disegni de' malcontenti, per desiderio di veder di nuovo la corte papale restituita nelle sue provincie; ma ancora molti principi Italiani entrarono nella cospirazione de'
cardinali ribelli. Giovanna regina di Napoli, udita l' elezione d'Urbano, se n'era, per quello almeno, chi dimostrò, rallegrata grandemente, e mandò subito Ottone Brunsvvich suo marito a far con lui gli uffizj di congratulazione. Ma Urbano con bravata non dissimil da quella ch'egli avea usato verso i suoi cardinali, e prelati , offese parimente gli ambasciatori della regina, e molto più lei stessa; la quale, dacche intese i disegni del nuovo papa, che dava imprudentemente a vedere dì volerla far da signore del regno, e con le spoglie altrui non solamente rivestire la chiesa, ma ingrandire i nipoti, mutò pensiero, e si convenne di leggieri co' cardinali, che trattavano di eleggere un antipapa, per simiglianti riguardi, e interessi temporali, e per timore, che Urbano rivolgesse l' animo all'esterminio di tutti coloro, che per causa de' loro stati poteano aver che fare con la Chiesa, lasciando dall' un de' lati la religione, e la giustizia , entrarono volentieri in negozio coll'assemblea scismatica d' Anagni, per isfuggir il flagello, onde il fiero zelo di Urbano VI li minacciava. Franco Sacchetti, le cui novelle contengono molte interessanti particolarità nelle storie di questi tempi, delle quali non senza maraviglia osservo, che il Muratori, il quale pur mostra in qualche luogo d'averne avuto notizia, non fece l' uso che potea farne, riferisce il fatto seguente, ragionando il Ridolfo signore di Camerino, e famoso capitano nell'età sua: " Quando messer Ridolfo fu con la reina, e con gli altri a dare ordine, che fosse fatto il papa, di Fondi ( cioè l'antipapa Clemente VII ) tornando a casa sua, trovò messer Galeotto suo genero, il quale dicendogli, quanto era contro a Dio, e contro all'anima quello ch'egli avea fatto, rispose: aiolo fatto perchè abbiano tanto a fare de' fatti loro, che i nostri lascino stare ". Con quali ragioni pretendessero poi i cardinali, e con essi 1' antipapa Clemente di giustificar la lor causa; quali principi e quali accademie aderissero
a questo scisma, non è materia di questi libri: e quello, che ne abbiamo fin qui ragionato, pur per accennar di passaggio, come lo stato pubblico d'Italia fosse vicino a provare notabili mutazioni dal genio riformatore di Urbano VI, se non gli fossero state mosse dà suoi fratelli cardinali sì fiere brighe; e come l' altrui mondana politica cercasse di trar profitto dalle angustie, a cui questo papa si vide ridotto.
Ne l'imperadore Carlo IV, ne Venceslao suo figliuolo non ebbero parte alcuna negli affari di questo pontificato, se non che Urbano VI, seguendo il suo carattere intollerante ed altiero, era forse per porre qualche impaccio all'innalzamento di Venceslao, di cui anche Gregorio X avea differito la conferma sotto varj pretesti; ancorché già fosse stato dichiarato re de' Romani, e successor del padre nella dieta Germanica. Ma Urbano, vedendosi sollevar tanti nemici incontro, ne confermò senza altre istanze l'elezione, per farsi benevolo e Carlo IV, che ancor vivea, e che morì due mesi dopo verso la fine dello stesso anno 1378, e il figliuolo Venceslao, che poi senza alcun contrasto fu riconosciuto universalmente per imperadore. Questo inettissimo, e cattivo principe nello spazio di venti e piú anni, che tenne l' imperio, non ebbe altra ingerenza ne' fatti d'Italia, salvo che d'aver venduto il titolo di duca al signor di Milano. Del resto nè la debolezza dell'imperadore, ne lo scisma della Chiesa non ebbe a cagionare in tutta Lombardia mutazione alcuna di stato; benchè l'obbedienza, che Bernabò, e Gian-Galeazzo Visconti prestarono ad Urbano VI, sia stata di gran rilievo al suo partito. Ma la regina Giovanna, che fu la principal protettrice dello scisma, fu anche quella, che prima, e più degli altri ebbe a sentirne gli effetti .

CAPO OTTAVO.
Nuove rivoluzioni nel regno di Napoli, fine della Regina Giovanna I.

Può bei credersi, che anche prima dello scisma, Urbano VI covasse gravi pensieri contro
la regina, e meditasse di sollevare al trono di Napoli in luogo di lei qualche altro principe, il quale avendone l'obbligo a lui, fosse più disposto a concedergli quanto desiderava per 1'ingrandimento de' suoi nipoti. Ma dacché Giovanna si fu dichiarata in favore de' cardinali ribelli, e di Clemente VII, Urbano non tenne più modo nel perseguitarla, e più volentieri, che prima, aderì ai consigli di Franesco del Balzo, conte, o duca d' Andria, e d'alcuni grandi Napolitani malcontenti della regina, i quali esortavano il papa a chiamare al regno Carlo di Durazzo, soprannominato Carlo della Pace, che militava allora in Ungheria a servigi del re Lodovico suo parente. Fulminata contro la regina sentenza di scomunica, e di deposizione, Urbano spedì Martino di Taranto suo cameriere in Ungheria a sollecitare il re Lodovico, perché mandasse in Italia Carlo della Pace con forze sufficienti per eseguir la sentenza, e cacciar Giovanna dal regno. Se al papa o per motivo di zelo, o per ambizione, e desiderio di vendetta stava grandemente a cuore cotesta impresa, forse non era il re Lodovico meno caldo nel promuoverla, e secondarla, per allontanar dalla sua corte un principe Reale; che avrebbe potuto alla sua morte contrastare alle due sue uniche figlie la successione de' regni d'Ungheria, e Polonia. Perciò non fu lento a persuader Carlo della Pace di venire in Italia, e metter in
ordine un buon esercito, che il seguitasse. Il principe Carlo, benché forse non ignorasse che 1'intenzione di Lodovico, ne il diritto, ch'egli potea avere dì succedergli ne' regni suddetti , preferì volentieri l'acquisto presente d'un bel regno, che gli si offeriva in Italia, sperando per avventura di poter poi colle forze di quello far più facilmente valere le sue pretensioni alle altre due corone mancato che fosse di vita il re Lodovico. Ma questo re, come fornì di truppe sufficienti Carlo della Pace per 1' impresa d'Italia, così non potè, o non volle fornirlo del denaro, che abbisognava, per mantenerle. Convenne però, che papa Urbano lo provvedesse in questa parte; e per poter ciò fare convertì in moneta effettiva i calici, e sacri vasi delle chiese di Roma; vendè, e impegnò quanto gli fu possibile de' domini ecclesiastici; e il somigliante pur fece delle rendite, e degli stessi fondi delle chiese; e de' monasteri: il che fu ancora nuova cagione di decadenza del buon ordine, e della disciplina ecclesiastica. Perocchè l' uno, e l' altro de' pretendenti, per metter insieme denaro da farsi guerra, e per guadagnarsi maggior numero di seguaci, conferivano le dignità, e i benefizj ecclesiastici a persone indegnissime; e per le doppie nomine si trovarono in molte chiese due vescovi. Ma di questi mali; che andarono sempre crescendo durante lo scisma; non parlerò in più lungamente, per essere stati non particolari all'Italia; ma qual più, e qual meno comuni a tutti i paesi cristiani.
Carlo della Pace avea tuttavia in Napoli con Margherita sua moglie i due suoi figliuolì, Ladislao, e Giovanni. Margherita, intesa la mossa di Carlo suo marito dall'Ungheria, chiese licenza dalla regina d'andarlo ad incontrar nei Friuli. Siccome non è in alcun modo credibile; che la regina ignorasse i trattati d' Ungheria, ne 1'intenzion di Carlo della Pace, così é difficile di render ragione, perchè essa si contentasse di lasciar partire dal regno la moglie, e i figliuoli suoi, potendoli ritener come ostaggi, per avere da lui in ogni occorrenza miglior partito. Comunque ciò fosse, Carlo della Pace venuto in Italia, ed investito del regno da Urbano, e da lui stesso coronato in Roma, continuò senza riguardo alcuno l'incominciata impresa. Vero è, che la regina, tosto che fu accertata, che Carlo con l'esercito Ungarico le veniva ostilmente contro, pensò di provvedere alle sue difese coll'adottarsi, giacchè figliuoli propri non avea, Lodovico di Francia duca d'Angiò fratello del re Carlo V, dichiarandolo suo fjgliuolo, erede, e successore. Ma questa adozione, che si fece di consentimento, e coll'autorità, che si allegò di Clemente VII, il quale dopo d'essere stato malamente ricevuto in Napoli da quel popolo fedele ad Urbano, già s'era ritirato in Avignone, servì piuttosto a perpetuar le guerre intestine, e le calamità di quel regno, che a scampar la regina dalla mala ventura. Perciocchè essendo morto in quel mezzo il re di Francia Carlo V, Lodovico d'Angiò, come zio del pupillo re Carlo VII, dovette trattenersi in quel regno, per motivo della reggenza, che a lui toccò.
Intanto Carlo di Durazzo, o della Pace, già intitolato re Carlo III, s'avanzò verso Napoli, e chiuse di stretto assedio, nel Castelnuovo la regina. Il principe Ottone di Brunsvvich di lei marito, e capitan generale, essendo venuto con tutte le sue genti per soccorrerla, e liberarla dall'assedio, vinto, e sconfitto venne anch'egli nelle forze di Carlo, e rimase a discrezione di lui. Poco stante dalla sconfitta del principe Ottone, mentre Giovanna, benché gelosamente guardata, aveva ancora un esterno trattamento di regina, ed apparenza di libertà, giunsero a Napoli dieci galee di Provenza venute o per darle aiuto, o per trasportarla in Francia, secondo che essa medesima avea ordinato. Carlo, che per meglio onestarsi. andava lusingando con bel trattamento, e con quell'apparente libertà la regina Giovanna, sperando pure d'essere da lei dichiarato successore ed erede, come unico germe della schiatta di Carlo I, diede salvacondotto a' capitani delle galee, perchè entrassero in Napoli, e nel castello, e loro permise di trattar soli con la regina; la quale aveagli lasciato credere; che voleva esortarsi di passare alla divozione di lui, e riconoscerlo per lor signore. Ma ella fece bene il contrario; perocchè con franco animo, e risoluto inveì contro il suo vincitore, ed ammonì i comandanti della flotta Provenzale; e comandò loro, che dovessero vendicar l'ingiuria a lei fatta, e riconoscere dopo lei per sovrano Luigi duca d'Angiò da essa adottato. Come Carlo intese questo, cambiò incontanente discorso, e maniere con la regina, e mandatala nel castello della città di Muro, che era patrimonio proprio di Carlo, come di duca di Durazzo, ne scrisse al re d'Ungheria, e secondo la risposta, che n'ebbe, fecela l'anno seguente 1382 affogare con un piumaccio, o come altri scrissero, strangolare: e tale fu il fine di quella famosa regina, infamata dalla più parte degli scrittori Italiani, e modernamente anche dal celebre annalista Muratori, ma sommamente lodata dagli storici Napolitani, eccettuatone però il Colenuccio. Ottone di lei marito rimase prigione nel castello d' Altamura; e rimesso alcun tempo dopo in libertà, tornò a comandar genti d'arme, come prima. Ma non rimase già il re Carlo per la vittoria suddetta, nè per la prigionia di Giovanna, e del principe suo marito, si pacifico e quieto possessore dell'acquistato regno, come egli si era forse dato a sperare. Luigi d'Angiò coronato da Clemente in Avignone, giunse nel regno con fiorita armata di Francesi, ed incontrato, e seguitato da buon numero di potenti baroni, fu quasi in istato di contendere a giuoco eguale con Carlo; ma questi per consiglio di savi guerrieri, e particolarmente del duca Ottone di Brunsvvich ancor suo prigione, schifò di venire a giornata decisiva, e lasciando così il nemico consumarsi da se, ebbe in fine la guerra vinta. Nel corso di questa spedizione morì Luigi, e lasciò suo erede, e successore tanto nella contea di Provenza, quanto nelle pretensioni, che avea sopra 'l regno di Napoli, un suo figliuolo chiamato parimente Luigi, che ancor era tenero fanciullo. Prese a sostenere le parti di questo principe in qualità di balia Ramondello Orsino, capitano di molta riputazione; ma dileguatesi in breve la maggior parte delle genti, che Luigi aveva condotto di Provenza, Ramondello non potè dar gran travaglio al re Carlo, benchè continuasse poi lungo tempo a fomentar nel regno la contraria fazione: perocchè egli è qui da notare; che alla venuta del sopraddetto Luigi figliuolo adottivo di Giovanna I, e ceppo della seconda schiatta de' conti d' Angiò della casa di Francia, pretendenti al regno di Napoli, ebbe principio la fazione detta Angioina, fazione opposta a quella di Durazzo, che prese il nome dalla famiglia de' duchi di Durazzo, di cui il re Carlo III era capo.
Ora i più gravi timori, e i sospetti, ond'era agitato questo re, gli venivano da quegli stessi, che gli erano stati i principali promotori e fautori al conquisto dei regno. Giacomo del Balzo figliuolo di Francesco conte d'Andria, che caduto in disgrazia della regina Giovanna avea mosso Urbano VI a chiamar Carlo dall'Ungheria, cominciò a nimicarsi col re, presumendosi, come è il solito di chi si è travagliato nelle rivoluzioni di stato in favor del partito vittorioso, di non essere riconosciuto dal nuovo principe quanto richiedevano i meriti paterni, e suoi. Egli avea nel corso di questa rivoluzione occupato il principato di Taranto vacante per la prigionia di Ottone di Brunsvvich, che n'era stato investito, da Giovanna sua moglie; e nel tempo stesso sposando Agnese sorella della nuova regina Margherita moglie di Carlo, e di maggior età, amen, due nipoti della regina Giovanna, cominciò a vantar pretensioni sopra quel reame. La gelosia, che di lui ebbe il re Carlo, divenne maggiore, per essergli nel tempo stesso venuto meno il favore, e l' amicizia di papa Urbano. Nell'atto dell'investitura, che Carlo ottenne dal papa, erasi questo novello re obbligato fra le altre cose di cedere il principato di Capoa a Butillo da Prignano nipote di sua santità. Ma come egli si vide possessore del regno, troppo gli pareva grave smembrarne così bella porzione, e mettere in altrui mano una piazza così vicina alla capitale. Però andava egli frapponendo indugio all'esecuzione della troppo larga promessa, che fatta avea in tempo, che gli bisognava di necessità la grazia del pontefice. Ma Urbano non era di quelli, che si pagassero leggiermente di parole; e bene ché fosse stato dal re accolto in Napoli, dove volle portarsi per sollecitar il negozio, con tutte l'esteriori dimostrazioni d'onore, erano nell'interno dell' animo pieni vicendevolmente di mal talento, e di sospetti. Il papa, ottenuta per Butillo la città di Nocera, che era una delle terre promessegli nel trattato, lasciato Napoli, dove appena si teneva sicuro, andò fortificarsi in quella piazza, e si venne allora senza riguardo a nimicizia scoperta, e poi a guerra dichiarata tra lui, e il re, che mandò contro il
santo padre a Nocera un fiorito esercito. Il papa, non avendo arme migliori, combatteva con maledizioni, e scomuniche: e perché i cardinali, che avea seco, lo sollecitavano a qualche accordo, li prese in sospetto, li fece carcerare, e tormentare con insigne esempio di crudeltà, ed alla fine uscì dal regno sopra una squadra di galee, che a sua richiesta gli mandarono i Genovesi. Per ogni poco di favore, e d'impegno, che Urbano avesse trovato ne' regnicoli contro il re da lui stesso introdotto, fu creduto comunemente, che avrebbe cercato di dar quel regno a Francesco Butillo suo nipote, il quale lasciato dal papa a Nocera, fu poi dal re Carlo fatto prigione. Certo non dissimulò l'animo, e l'intento suo, il quale era, che il regno si governasse affatto a suo arbitrio; e stando in Nocera, mandò dicendo al re Carlo chiaramente, che il regno era della Chiesa, dato a lui in feudo con intenzione, che avesse a governar moderatamente (cioè senza metter gabelle) e che stava in poter suo, e del sacro collegio di ripigliarsi il regno, e concederlo a più leale e più giusto feudatario. Carlo liberato per la partenza, fuggitiva del papa da questo non meno terribile emolo, che fosse stato Luigi d'Angiò, e quasi rimasto senza ostacolo padrone dello stato, andò poi a lasciar miseramente la vita in Ungheria, per la voglia che si lasciò nascer nel petto di levar quel regno a Maria primogenita delle due figlie del buono e valoroso re Lodovico, che era morto nel 1382. Gli successe nel trono di Napoli Ladislao in età poco più che di dieci anni sotto il governo della vedova Margherita sua madre, la quale alcuni consigliavano, che si facesse gridar regina in nome suo proprio, giacchè Carlo avea più volte dichiarato di tener il regno per le ragioni di lei, ch'era nipote di Giovanna I. Ma valse il parere di chi stimò più sicuro partito proclamar re Ladislao, per non decidere, se si tenesse il regno per titolo di successione d'una regina morta in disgrazia del papa, che ne era signor supremo, e scomunicata, ovvero per ragion di conquista. Papa Urbano, che da Genova era tornato in Roma, o già mitigato per la morte acerba di Carlo III suo nemico, o addolcito dall'umile e supplichevole ambasciata, che gli mandò la vedova madre, o perché durando lo scisma d' Avignone, e crescendo in Lombardia, con pericolo d'inondar la Romagna, la potenza dei signor di Milano, non volesse mettersi a rischio di nuove brighe, concedette, senza molta ripugnanza, malgrado il suo natural fiero e restio, l'investitura a Ladislao, il quale fu in appresso in più particolar modo, ed altamente protetto da Bonifazio IX, che nel 1389 succedette nel pontificato ad Urbano. Ma durando la fanciullezza di Ladislao, ed ancora dopo ch'egli si trovò nel fior dell'età, le cose di quel regno non diedero gran pensiero al rimanente d'Italia, ancorché venuto di Francia Luigi II d' Angiò si vedessero due, nobili principi disputarsi la corona, appoggiati, e protetti l'uno dal pontefice Romano, l'altro da quel d' Avignone, che si chiamava Clemente VII.
Torna in cima
Profilo
Mostra prima i messaggi di:   
Questo forum è chiuso. Non puoi inserire, rispondere o modificare i Topics   Topic chiuso    Indice del forum -> Lo Scisma d'Occidente Tutti i fusi orari sono GMT + 1 ora
Pagina 1 di 1

 
Vai a:  
Puoi inserire nuovi Topic in questo forum
Puoi rispondere ai Topic in questo forum
Non puoi modificare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi cancellare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi votare nei sondaggi in questo forum

Powered by phpBB © 2001, 2005 phpBB Group
Forums ©
Thema News_laCdF_1024 - Copyright © 2008 by www.mofert.com
Informativa - Cookie e Privacy
 
  Siti base Alcuni link blogsport Prove tecniche
  mofert.com
lacittadifondi.it
TV Live e On Domand
Fondi
FondiTV
Telepazzie
FondiTV.blogspot
TelePazzie.blogspot
BibioneTV.blogspot
Mofert.blogspot
Over-diciotto.blogspot
postpast
lacittadifondi.it/blog
mofert/blog
mofert/photo
mofert.com/webcam