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Andersen a Fondi

 
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beny
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MessaggioInviato: Dom Ott 08, 2017 4:22 pm    Oggetto: Andersen a Fondi Rispondi citando

ANDERSEN A FONDI


Ejnar Askgaard curatore del Museo di Andersen, Odense

Genesi di una scoperta.
Di Fernando Seconnino
Mi scrive un produttore della televisione danese e mi chiede informazioni su un “Albergo” a Fondi, un alloggio, secondo lui, in cui Hans Christian Andersen avrebbe pernottato durante uno dei suoi viaggi in Italia.
La cosa mi incuriosì, ne parlai a Geremia Iudicone che mi disse che a Fondi c'era stato in tempi passati, al civico 44, Corso Appio Claudio, uno stabile chiamato “albergo della posta” o dei tre re, che funzionava anche come stazione di posta.
Comincio ad indagare sulla questione, contattando Ejnar Askgaard, curatore del Museo di Andersen / Museo della città di Odense che cortesemente e con tanta pazienza va a ricercare nei diari inediti del favolista tutto ciò che Andersen scrisse durante il suo percorso da Roma a Napoli.
Dalle ricerche fatte siamo arrivati alla conclusione che Andersen non pernottò a Fondi bensì si fermo un po. Il curatore, gentilmente ci ha fornito dei disegni inediti che Andersen fece durante uno dei due viaggi attraverso Fondi.
Passo il materiale, così ottenuto, al nostro bravo collaboratore Albino Cece che indagando il percorso di Andersen e di altri viaggiatori di quel periodo è venuto a confrontarsi con una panoramica socio-economica piuttosto deprimente della Fondi del periodo. Vogliamo pensare che a quei tempi, questo stato di disagio era piuttosto comune in tutto il territorio italiano e non una condizione propria del nostro paese.

Biografia
Di Fernando Seconnino
Andersen nacque ad Odense, un piccolo paese di pescatori in Danimarca il 2 aprile 1805 da genitori poverissimi. Il padre, calzolaio, aveva una certa cultura e leggeva al piccolo le storie tradizionali danesi. La madre, lavandaia, era più anziana del padre di quindici anni e quasi analfabeta. Il padre morì quando Hans aveva appena 11 anni. Per qualche anno provò alcuni mestieri ma il suo desiderio era il teatro. A quattordici anni lasciò Odense per Copenaghen per trovare fortuna come attore. Non ebbe molto successo ma non si arrese. Un suo primo scritto per il teatro colse l'attenzione del professore Rahbek , direttore del teatro, che capì come Andersen avesse ottimo talento ma aveva bisogno di istruzione. Ne parlò con Jonas Collin, direttore del Teatro Reale che aveva influenza alla Corte.
Andersen, a spese del Teatro, venne mandato a scuola, ma non proseguì fino agli studi universitari preferendo di cominciare la sua carriera.
Il re gli concesse una somma di denaro che gli permise di viaggiare in tutta l'Europa per due anni. Durante questi viaggi scriveva appunti, diari e disegnava le cose più interessanti che vedeva in modo da servirsene al ritorno per scrivere un romanzo. Nell'attesa della pubblicazione di questo suo primo libro, scrisse e pubblicò le sue prime quattro storie che ebbero un successo immediato.
Continuava a scrivere ed a viaggiare. Venne accolto e corteggiato da ricchi e potenti e incontrò personaggi importanti della cultura del suo tempo come Dickens e Sir Walter Scott.
Il celebre favolista danese, appena giunto a Roma per il suo primo soggiorno nella Città Eterna abitò in una camera d'affitto in una casa d'angolo tra la Via Felice (oggi via Sistina) e via di Porta Pinciana dove scrisse nel 1833 il romanzo autobiografico "L'improvvisatore" pubblicato poi nel 1835, meno noto al vasto pubblico, se non addirittura sconosciuto, ma ambientato interamente in Italia, (1835).
In questo bellissimo romanzo H. C. Andersen ci racconta mirabilmente le sue impressioni sull'Italia attraverso il protagonista Antonio. Gli studiosi ritengono che proprio l'incontro con la cultura ed il modo di vivere italiani costituirono per lo scrittore danese una fonte di ispirazione per le sue famose fiabe dove egli manifestò così profondamente il suo genio.
Quella di Andersen era una visione dell'Italia legato agli stereotipi tipici del romanticismo, alla celebrazione del glorioso passato e del folklore italiani.
Il novelliere danese era stato in Italia ben quattro volte: la prima fu dall'ottobre del 1833 sino ai primi mesi dell'anno successivo; la seconda iniziò dal Natale del 1840 con un soggiorno che si protrasse per circa due mesi; quindi una terza visita nell'aprile del 1846; ed infine un'ultima presenza che va dall'aprile al maggio del 1861.
Le sue favole cominciarono ad essere tradotte in molte lingue ed oggi, dopo la Bibbia, è l'autore piè tradotto al mondo.
Il giorno più bello della sua vita forse fu quando Odense lo fece cittadino onorario il 6 dicembre 1867. In quella occasione le scuole furono chiuse e la città si illuminò con fiaccole in suo onore.
Morì il 4 agosto 1875 lasciando un totale di 168 racconti, romanzi, poesie, disegni a matita e inchiostro.
Si sbaglia nel considerare Andersen come un autore esclusivamente per bambini; i suoi scritti hanno un messaggio sia per i grandi che per i piccoli; gli stessi racconti possono essere interpretati a diversi livelli e da qui l'importanza che hanno assunto nella letteratura mondiale.
Andersen scrisse in lingua danese, una lingua poco conosciuta fuori del suo Paese. Spesso le traduzioni sono state fatte dal tedesco o dall'inglese rendendo inesatte le sfumature linguistiche adottate dall'autore.
Spesso accomunato con altri famosi scrittori come i fratelli Grimm, Andersen non era invece un raccoglitore di storie tradizionali, benché i ricordi delle storie sentite da ragazzo avranno avuta una certa influenza. Fù uno scrittore creativo ed originale; il suo linguaggio semplice, privo di ricercatezza prosaica, lo resero bene accolto tra i più giovani lettori. Questo linguaggio, in qualche modo rivoluzionario, non fù mai il risultato di negligenza o svogliatezza ma di una scelta cosciente. Le sue storie materializzano una vivida immaginazione accompagnata da buon umore, satira, sentimenti spirituali e senso pratico; hanno inoltre un'impronta personale derivata dalle esperienze della propria vita. I suoi personaggi spesso sono modellati su se stesso come il classico "Brutto Anatroccolo" che rispecchia la "sua" magnifica trasformazione da un ragazzino non certo bello e deriso dai suoi compagni in un personaggio amato e venerato in tutto il mondo, da grandi e piccini.
Forse la favola più bella è quella che scrisse con la propria vita!


Ultima modifica di beny il Dom Ott 08, 2017 7:33 pm, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: Dom Ott 08, 2017 5:30 pm    Oggetto: Andersen a Fondi e nel basso Lazio Rispondi citando

Andersen a Fondi e nel basso Lazio
di Albino Cece

La misteriosa potenza del web continua a strappare dagli archivi polverosi le vecchie carte trasferendole da paesi lontani fino alle nostre contrade per poi ritrasmetterle verso le più remote province del mondo.

E' questo il caso di Fernando Seconnino che dall'Australia è il patron del sito "laportella.net" che si occupa in prevalenza della storia e cultura di Fondi e che da un contatto con il curatore del Museo di Hans Christian Andersen in Odense Danimarca, è riuscito ad ottenere documenti esclusivi ed originali sui due viaggi effettuati da Hans Christian Andersen da Roma a Napoli lungo la grande arteria viaria dell'Appia.

Egli ha poi ritrasmesso questa documentazione a me che risiedo in provincia di Latina incaricandomi di estendere la relazione che qui si riporta.

Il Grand Tour e la regione aurunca-ausone

La fine del '700 è anche la nascita del mito del Grand Tour, generato oltre che dalle nuove scoperte scientifiche dall'interesse per la storia, che spinge artisti e intellettuali a viaggiare in Italia. Questo nuovo spirito guarda al passato delle civiltà antiche come ad un modello ideale da cui trarre ispirazione. All'inizio del 1800, gentiluomini e gentildonne di tutta Europa, si inoltravano verso le località riconosciute dalla letteratura alla ricerca delle emozioni provate sui libri.

L'Italia era l'obiettivo prioritario del Grand Tour, che attraverso vari paesi europei vedeva nella nostra penisola, custode della tradizione classica, l'approdo di intellettuali, letterati e artisti.

L'importante arteria della Via Appia, definita la Regina Viarum, ha offerto alla regione aurunco-ausone, situata lungo il percorso, l'opportunità di rimanere in contatto con i grandi fatti della storia e talvolta, pur nei limiti delle sue possibilità, di parteciparvi.
Questo grazie soprattutto alla grande quantità di viaggiatori che quasi obbligatoriamente si trovavano a transitarne nel territorio: pellegrini diretti a Roma; grandi protagonisti della vita politica europea ed italiana; militari e truppe spesso amiche ma talvolta ostili; imperatori e pontefici in viaggio per i loro giochi di strategia politica; artisti; prelati; gente comune ma anche appassionati viaggiatori stranieri e celebri letterati.
Ed è grazie a questi ultimi che nel corso dei secoli, e specialmente nel periodo in cui il viaggio in Italia - il Grand Tour - veniva considerato una specie di iniziazione culturale, si è andato a costituire un ricco patrimonio di testimonianze sulle varie realtà geografiche e sociali del paese e quindi anche del nostro territorio che sono ancora tutte da ricercare e studiare.
I famosi scrittori e gli oscuri relatori hanno descritto, talvolta con impressioni contrastanti, l'aspetto geografico e storico della zona; ne hanno riportato, con differente sensibilità, le curiosità e le leggende; ne hanno salvaguardato, andando oltre l'intenzione, le realtà sociali e culturali.
Da tutto questo materiale scaturisce un quadro che, pur nella sua parzialità, aiuta a ricostruire, alcuni aspetti inediti della vita e del carattere del nostro territorio.
La meta più importante di questi viaggiatori dell'ottocento era Napoli definita anche come "l'ombelico del Mediterraneo" e dalla quale era possibile visitare lo "sterminator Vesevo" come Leopardi definiva il Vesuvio. Tra gli esploratori del vulcano vanno ricordati, infatti, Giovanni Boccaccio mentre era a Napoli e scriveva il Decamerone, Giacomo Casanova, Mozart, Goethe, François René de Chateaubriand, Percy Shelley, Stendhal, Hans Christian Andersen, Alexandre Dumas, Gogol, Mark Twain, Cécov, Matilde Serao. Tutti sentirono la necessità, l'impulso, il desiderio di scrivere del Vesuvio.
E da Roma, meta importante per questi viaggiatori oltremontani, la Via Appia era la più agevole delle strade per raggiungere Napoli. A metà strada del percorso si trova la nostra regione aurunca.

Il passaggio tra noi di Andersen

Il favolista danese Hans Christian Andersen viaggiò per l'Appia e attraversò la regione aurunco-ausone nel corso dei suoi viaggi in Italia del 1834 e del 1841.
Per quante ricerche abbiamo fatto nemmeno Angelo De Santis, il sommo ricercatore delle storie del Basso Lazio che pure ha esaminato le pubblicazioni ed i diari inediti di diversi artisti e letterati che hanno attraversato la nostra regione, conosceva queste annotazioni del diario di Andersen che stiamo per citare su cortese concessione del dott. Ejnar Askgaard, curatore del Museo della città di Odense Museo di Hans Christian Andersen per cui si tratta di una novità assoluta per la storiografia locale.
Il danese dott. Askgaard scrive in inglese e la traduzione italiana è di Fernando Seconnino: "Nel 1834 Andersen lasciò Roma alle 8 di mattina per andare a Napoli viaggiò per mezzo di "venturin". Visitò la tomba di Ascanio prima di raggiungere Albano. Quì si riposò mangiò qualcosa e vide la tomba di Horatii. Alla sera raggiunse Velletri dove rimase nottetempo in un hotel.
Il giorno appresso passò per Cisterna e le Paludi Pontine. Alla sera raggiunse Terracina dove vide il castello di Teodorico. Alle 4 di mattina (feb 14) continuò il suo viaggio ed arrivò al confine del regno di Napoli. Dalla Portella andò a Fondi dove stette un po. Dopo attraversò Itri, Mola di Gaeta. Qui Andersen fa menzione di un "albergo" infatti dice:" Dove l'albergo è adesso prima c'era la villa di Cicerone, abbiamo visto i bagni di Cicerone sotto la villa." A sera tardi arrivò a S. Agata dove pernottò. Il giorno dopo attraversò Capua e da lì a Napoli.
Nel 1841 Le tappe furono: (feb25) Roma Albano Cisterna (riposo) (feb 26) Terracina, confine, Fondi (sosta) attraversò Itri sulla nuova via fino a Mola di Gaeta dove pernottò, passa il giorno seguente visitando, dopo attraversò Pontecorvo fino a San Agata dove stette nottetempo".

Cerchiamo adesso di trovare il bandolo del viaggio svolto nel 1834.
12 febbraio - Andersen, alle 8 del mattino, parte da Roma per Napoli per mezzo di un "vetturino"; dopo aver visitato la tomba di Ascanio si riposò e mangiò ad Albano; visitò la tomba di Orazio ad Albano, quindi raggiunge Velletri dove passa la notte.
13 febbraio - passa per Cisterna, attraversa le Paludi Pontine e raggiunge Terracina dove vede il castello di Teodorico e passa la notte.
14 febbraio - alle 4 del mattino riprende il viaggio e passa il confine col Regno di Napoli alla Portella; raggiunge Fondi dove effettua una breve sosta; continua il viaggio e, attraverso Itri, raggiunge Mola di Gaeta; qui riferisce l'esistenza di un albergo "dove prima c'era la tomba di Cicerone" e visita le terme che si trovavano sotto la villa. A sera tardi raggiunge Sant'Agata di Sessa Aurunca dove passa la notte.
15 febbraio - attraversa Capua e raggiunge Napoli.

Il viaggio di Andersen verso Napoli svolto nel 1841 incomincia partendo da Roma il 25 febbraio verso Albano e Cisterna dove alloggia per la notte
26 febbraio - giunge a Terracina, passa il confine col Regno di Napoli alla Portella, fa una sosta a Fondi e riparte attraverso la nuova via di Itri, per raggiungere Mola di Gaeta dove passa la notte.
27 febbraio - passa il giorno visitando il circondario, raggiunge Pontecorvo e poi Sant'Agata di Sessa dove passa la notte per la seconda volta.

Scrive il direttore Einar Askgaard: "Si e` vero, Andersen visito` Fondi 2 volte, il 14 feb 1834 e di nuovo il 26 feb 1841 ma non pernotto`. Visito la chiesa e noto` gli angeli che suonano il violino dipinti sul soffitto. Nel 1834 lui pernotto` in S. Agata e nel 1841 pernotto' a Mola di Gaeta. Nei suoi diari non parla molto di Fondi. Fu` piuttosto preoccupato per i pezzenti che vide. Ma nel "A poet bazar" (1842) fece una piccola menzione " la strada era piuttosto buona ed avemmo una bellissima lunga sosta alla Dogana di Fondi" Ed anche nel suo primo romanzo "The improvisator" (1835) " Il tempo e la strada passarono veloci in compagnia di Federico (Frederigo), non feci caso alla lunga sosta alla dogana a Fondi." Sembra che Fondi sia situata al confine e i viaggiatori dovevano mostrare i passaporti li`.

Conclusioni sul viaggio di Andersen

Da questa nuova acquisizione storica possiamo trarre alcune prime conclusioni.
Tralasciamo le considerazioni sul resto del viaggio di Andersen per focalizzare la nostra attenzione su quanto riguarda più da vicino il nostro territorio.
Andersen rimase impressionato per la folta presenza a Fondi di mendicanti e pezzenti e questo dato collima con le medesime impressioni riportate da altri autori stranieri che sono passati per questa città e pubblicate da Angelo De Santis in diverse sue ricerche.
La lunga sosta richiesta ai viaggiatori presso la dogana della Portella, come attestano altri autori stranieri riportati dal De Santis, era di uso comune.
Veniamo a sapere che tra il 1834 ed il 1841 una nuova strada era stata costruita per raggiungere Mola di Gaeta (Formia) da Fondi attraverso Itri.
Una importante, ma malfamata, stazione di sosta ed alloggio era quella di Sant'Agata di Sessa Aurunca dove presero alloggio anche altri viaggiatori stranieri come il Petit-Radel, primo studioso che si occupò delle mura ciclopiche di Fondi e del Circeo.
Più strano appare la diversione di tragitto che Andersen fece verso Pontecorvo che si trova assolutamente fuori rotta. Ritengo che la sua curiosità fosse quella di vedere una città che, a quel tempo, era convinta di essere la legittima erede dell'antica Fregelle tanto da fregiarsi nello stemma del titolo "Senatus PopulusQue Fregellanus" e che era provvista di vistosi resti di opere longobarde.

Disegni di Andersen

Askanii grave


Fondi

fuori Fondi - Terracina

I bagni di ciceroni Cicero's bath

La Mola di Gaeta

La portella

La tomba di orazio the grave of the Horatii

Locanda a Terracina

Locanda in Terracina
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MessaggioInviato: Dom Ott 08, 2017 6:01 pm    Oggetto: Viaggiatori stranieri per Fondi Rispondi citando

Viaggiatori stranieri per Fondi
di Albino Cece

Molte ricerche ha pubblicate l’eminente studioso Angelo De Santis di Minturno, scomparso in età quasi centenaria, sulle descrizioni della regione aurunco-ausone stampate dai viaggiatori stranieri di passaggio su questo territorio. Per quanto ne sappiamo nessun altro studioso si è occupato finora di simili lavori certosini di ricerca negli archivi e sulla bibliografia straniera.
Riportiamo qui alcuni lavori dello stesso De Santis che riguardano in particolare la città di Fondi.
Il seguente stralcio viene tratto da: ANGELO DE SANTIS, La Via Appia da Portella al Garigliano nelle memorie dei viaggiatori stranieri, in: Atti del 2° Congresso Nazionale di Studi Romani, Roma, Cremonese, 1931, pp. 2-8. Il testo è stato ristampato in anastatica in: A. De Santis, Saggi e ricerche di storia patria della Campania e del Lazio Meridionale, vol. II, collana de “Il Golfo”, Minturno 1994, pp. 100-106.

Siamo sulla classica via di oraziana memoria. “Via Appia plana admodum et recta. Fundos usque silice strata Romana olim industria, unde non immerito cecinit poeta: Appia lon­garum teritur regina viarum” scrisse nella seconda metà del sec. XVI il dotto umanista dei Paesi Bassi Arnold von Buchell nell'Iter Italicum (1), e tutti i viaggiatori sono colpiti ora dalla novità del paesaggio, dalla meraviglia dei « boschi » d'arancia e di limoni. Valga per tutti il Goethe che attraversò la sorri­dente pianura di Fondi nell'inverno del 1787: «Questo angolo di terra fertile e ben coltivato, racchiuso da montagne non troppo aspre, non può non sorridere a chiunque lo percorra. Le arance pendono tuttora dagli alberi [siamo ai 23 febbraio], la messe già verdeggia e per tutti i campi si vede frumento e olivi, con la cittadina nello sfondo» (2). E' il magnifico spet­tacolo della natura viva che si presenta al pellegrino dopo la visione della natura morta. Per certo, anche in questo contrasto tra la miseria delle paludi Pontine e la feracità della Terra di Lavoro è da ricercarsi la ragione dell'entusiasmo che mani­festano i viaggiatori mettendo il piede sulla pianura Fondana.
Tocchiamo Fondi, lasciando sulla sinistra Monticelli che, con mutato nome, è Monte San Biagio dal 1862.
Il poeta alemanno Giorgio Fabricio .che transitò per Fondi verso la metà del '500 la definisce
Urbe parva in plano, positu pulcherrima, campo,
Collibus hinc, atque inde lacu, simul aequore cincta,
Citria cui florent hortis, et littore myrti,
Hesperidum decus, et beneolentia culta Diones (3);
e i versi tornano nelle guide e negli itinerari stranieri, parti­colarmente dei turisti suoi connazionali.
Visita alla dogana e, per chi voglia pernottare in questa stazione di posta, non c'è che l' « albergo dei tre Re » o « al­bergo della Posta » o anche « albergo Reale », che è sempre tutt'uno.
A Fondi, come prima città del territorio napoletano, i viaggiatori sono sottoposti .ad una visita molto rigorosa da parte degli impiegati della dogana. « Essi hanno fatto la visita ai nostri oggetti con una insolenza canzonatoria ‑ scrive il Ca­stellan, pittore e letterato francese della prima metà dell'800, in una lettera da Fondi ‑ hanno perfino costretto i viaggiatori a sprofondarsi con loro in una specie di sotterraneo, la cui scala strettissima era rischiarata appena dalla luce di una lampada, e col pretesto di assicurarsi che non avessero dell'oro nascosto, li hanno spogliati degli abiti ». Alla tenebrosa operazione il Castellan con i suoi compagni di viaggio si sottrasse soltanto con una energica protesta (4).
Alla stessa dogana la signora Morgàn ha modo di osservare la popolazione semi‑selvaggia di quel borgo e vede più d'un volto truce, chiuso fino agli occhi in un lungo mantello, far segni d'intelligenza alle guardie napoletane, mentre le si fanno dappresso buon numero di mendicanti, notevoli per l'estrema sporcizia e la molteplicità dei gesti (5). Vi è forse dell'esage­razione nelle pagine di crudo realismo della Morgan; ma la sua opera che ebbe larga diffusione contribuì efficacemente a illu­minare 1"opinione pubblica in Inghilterra sulle .condizioni so­ciali dell'Italia sotto il governo austriaco, e a suscitarvi antipatie.
Uno spettacolo desolante si para a Fondi agli occhi di Gian Giacomo Bouchard, un parigino abate e dottore in utroque che fece il viaggio da Roma a Napoli nel marzo del 1632, in com­pagnia di Domenico Campanella, nipote del grande filosofo.
In paese non s'incontra quasi nessuno; di sei o settecento fuochi forse ne restano due dozzine; più di mille bufale della principessa di Stigliano, feudataria di Fondi, che sguazzano nei pantani d'intorno, hanno reso inabitabile quel luogo per il fetore che emanano tanto che dei pochi superstiti ne muoiono due o tre al giorno, gli altri sembrano larve o scheletri, ine­betiti, le donne pallide e col ventre gonfio. Il Bouchard va al vescovado, lo trova aperto e disabitato; si spinge fino alla ca­mera del vescovo, e lo trova a suonare la spinetta in compagnia soltanto di due preti (6).
Interessante per la storia del costume di Fondi è quanto si legge in un libro di viaggio compiuto nel 1758 dal Grosley. Egli capitò a Fondi in un giorno di fiera o di mercato. « La piazza era piena di uomini e donne che compravano, vendeva­no, parlavano di affari, e tutti in abito delle domeniche. Quel­lo delle donne è lo stesso abito delle contadine del Bugey e delle serve di Lione. Gli uomini sono vestiti di un giubetto e di un ampio cappotto alla marinaia, gettato sulle spalle, una stoffa grossolana di color di cappuccino. La calzatura è ancora quella dei tempi eroici: è il socco di cui si ornano i nostri at­tori tragici. Ha per suola un semplice pezzo di cuoio grezzo, col pelo di dentro e di fuori, secondo la stagione o il gusto di chi lo porta. Questo pezzo di pelle è mantenuto da cordi­celle attaccate in sei punti e poi ripassate in diversi sensi in­torno alla gamba, fin sopra il polpaccio. D'inverno aggiungono una calza di lana a questa calzatura che chiamano nel loro dialetto ciocia » (7).
Fondi ha provato la sorte della città di Troia; Giulia Gon­zaga, vedova di Vespasiano Colonna, è stata per essa un'altra Elena. Di lei cantò l'Ariosto nell'Orlando (XLVI, 8 ):

Giulia Gonzaga, che dovunque il piede
volge e dovunque i sereni occhi gira,
non pur ogn'altra di beltà le cede,
ma, come scesa dal ciel dea, l'ammira.

Per la sua bellezza « divina », della quale i poeti avevano sparso larghissima fama in Italia, il pirata Ariadeno Barbarossa la notte del 6 agosto 1534 tentò rapirla per farne dono al Sul­tano. E' nota la drammatica fuga di Giulia e la triste sorte di Fondi.
Hanno fretta i viaggiatori al loro passaggio per Fondi, per­ché non degnano di uno sguardo la chiesa quattrocentesca di S. Maria, la quale sorge appunto sull'Appia che attraversa il paese, né l'antica cattedrale di S. Pietro. Qualcuno si limita a ricordare la sedia dell'antipapa Clemente VII che ancora si conserva in S. Pietro, o a fare un semplice cenno del fastoso castello; altri la camera in cui ha insegnato S. Tommaso d'A­quino tenuta in grande venerazione dai Domenicani, i quali mostravano anche un vecchio arancio che si diceva piantato dal santo dottore. « E' una cosa inaudita ‑ osserva il Misson ‑ per quel che tutti mi assicurano qui, che alcuno di questi alberi abbia mai raggiunto l'età di quattrocento anni » ( 8 ).
Uscendo da Fondi, la città quadrata che ha tratti di mura poligonali, si rinnova la magnifica vista del piano. Dominano gli aranci. « Gli alberi ne sono stracarichi ‑ dice il Goethe ‑ quanto è possibile immaginare. In alto il fogliame tenero è di color giallognolo, ma in basso e nel centro è del verde più marcato. Mignon non aveva torto di sentire la no­stalgia di questo paese ». Si ritrova qui tutta la poesia della nostra terra, che il poeta aveva cantata nella celebre romanza

Kennst du das Land, wo die Citronen bluhen?

Gli aranci fanno le spese particolarmente nelle descrizioni dello Chateauvieux e del Fulchiron (9), e « il primo orto di aranci, di queste belle piante così cariche di frutti maturi quan­to lo potrebbero essere i più fecondi pometi della Normandia » aveva salutato, lo Chateaubriand allontanandosi da Fondi il ca­podanno del 1804 (10). ‑
Lasciata la cittadina, la via corre « attraverso paesaggi de­gni d'un paradiso, in un altro giardino delle Esperidi ».
Ma ora cominciano le dolenti note: si lamenta l'incomo­dità della strada e corrono i brividi per temute imboscate di banditi. « Uscendo da Fondi ‑ dice il Misson (p. 19) ‑ ab­biamo seguito il selciato antico per dieci miglia fino a Mola. Si è quasi sempre tra i monti, e questa scabrosità di terreno congiunta alla durezza e alla levigatezza delle pietre rende que­sta via molto difficile. I cavalli vi camminano vacillando, come se fossero sul ghiaccio, e bisogna riferrarli continuamente ».
Lo Swinburne, che fece il viaggio nell'Italia meridionale negli anni 1777-1780, conferma le cattive condizioni dell'Appia tra Fondi e Mola: « La parte di questa via che passava nel regno di Napoli fu disselciata o ricoperta di terra quando, prima del passaggio della regina ora regnante, fu riparata la via che andava dalla frontiera alla capitale. (;osa tanto più necessaria che non c'era strada peggiore al mondo e non si poteva attra­versarla senza ribaltare più di uria volta, perché le pietre della via. Appia essendo state rimosse e sparse qua e là in un terreno profondo e vischioso, si trovava un pantano ad ogni passo. Oggi non c'è capitale in Europa a cui si arrivi con una via più bella di quella che conduce a Napoli » (11). La regina era Maria Carolina d'Austria, figlia dell'imperatore France­sco I, la quale, sposata per procura dal re Ferdinando a Vien­na il 7 aprile 1768 e partita poco dopo per Napoli, giunse il 12 maggio a Portella (12).
Il conte Michele Mniszechi, che aveva compiuto il viaggio da Roma a Napoli dal 27 settembre all'8 ottobre 1767, aveva infatti trovato fin cinquecento operai che lavoravano a ripa­rare la via per l'arrivo della regina di Napoli, lavoro che gli sembrò si facesse solidamente (13). Per questo, i due artisti francesi Bergeret e Fragonard, quando percorsero l'Appia nel­l'aprile del 1774, trovarono ottime strade e i migliori cavalli e poste ben servite (14). Ma nei primi anni dell'800, alcuni tratti dell'Appia erano così rovinati che era più sicuro uscire di vettura per attraversarla che restarvi (15). Il poeta Esmé­nard ne fece la tragica esperienza presso il fortino di s. An­drea, fra Itri e Fondi, recandosi da Napoli a Roma nel no­vembre del 1811 (16).
La strada era paurosamente nota come covo di briganti. Il Tasso ci ha lasciato in due lettere il ricordo del suo incontro coi banditi di Marco Sciarra verso la fine d'aprile del 1592 (17); ma il trattamento cortese dello Sciarra verso il poeta non è valso a disingannare qualche turista amante di avventure a forti tinte ( 18 ).
Destò molto clamore l'aggressione patita nel primo tren­tennio del '700 da un veneziano per opera di alcuni giovinastri dai 18 ai 20 anni, uno dei quali, certo Francesco Cerasola, apparteneva ad una delle migliori famiglie di Gaeta e per spi­rito di libertinaggio si era dato a ogni sorta di delitti. Se dob­biamo credere al macabro racconto, il giovane fu catturato e punito esemplarmente: dové trangugiare dell'argento fuso e bol­lente; poi, squartato, fu strascinato per tutta la città (19).
Un viaggiatore francese, il cui nome si nasconde sotto al­cune sigle, autore di un Abrégé de voyage, manoscritto (n. 1127) che fa parte della ricca collezione di libri di viaggio acquistata recentemente dall'Istituto di archeologia e storia dell'arte di Roma, racconta che il cardinale Innico Caracciolo, arcivescovo di Napoli, andando a Roma per il conclave nella seconda metà del sec. XVII era stato derubato da sette banditi i quali sape­vano così male il loro mestiere ch'egli fu costretto, vedendoli interdetti, a dir loro: ‑ Siete ladri forse? ‑ Al che essi ri­sposero: ‑ Eminentissimo, sì. ‑ Dopo ciò il prelato diede loro duecento pistole di cui si contentarono molto cortesemente, ma poi furono impiccati quasi tutti.
Eppure, contro questo abusato luogo comune si leva la voce di un francese, il Veuillot, il quale scrive da Mola di Gaeta
Cosa ben strana, non siamo stati né uccisi, né derubati, né fermati; nemmen l'ombra di una carabina... Fa dunque d'uopo credere che non vi siano malandrini sulla strada di Terracina? No; ma bisogna credere che ve ne siano ben più pochi di quello che se ne dice, e che la polizia è meglio esercitata in queste terre deserte di quello che generalmente si pensi. I viaggiatoci spargono molte favole: è prudente cosa il diffidarne... » (20).

Note
(La numerazione delle note originali è stata adattata al testo trascritto)
(1) A. von BUCHELL, Iter Italicum, in «Arch. della R. Soc. Rom. di storia patria», XXIII (1900), p. 114.
(2) GOETHE, Viaggio in Italia, trad. e ill. da E. Zaniboni, Firenze, Sanso­ni, t. II, pp. 5‑6.
(3) GEORGII FABRICII, Itinerum liber unus, Iter Neapolitanum, Basileae, per Io. Oporinum, s. a. (forse 1547), p. 18.
(4) Lettres sur l'Italie par A. L. CASTELLAN, Paris, 1819, t. II, pp. 8‑9.
(5) L'Italie par LADY MORGAN. Traduit de l'Anglais. Paris, 1821, t. IV. p. 115.
(6) LUCIEN MARCHEIX, Un parisien à Rome et à Naples en 1632, d'après un manuscrit inédit de J. J. Bouchard, Paris, Leroux, a. a., pp. 14‑5i. Il racconto del Rouchard conferma appieno lo stato miserrimo della popolazione Fondana qual'è descritto in una relazione anonima contemporanea, che porta la data del 15 luglio 1631, pubblicata nella Storia di Fondi dell’Amante, pp. 175‑81.
(7) Nouveaux mémoires ou observations sur l'Italia et sur les Italiens par M. G. [PIERRE JEAN GROSLEY], Londres, Nourse, et Naples, Gravier, 1765, t. III, pp. 129‑30.
( 8 ) M. MISSON, Nouveaux voyage d'Italie, IV éd., à la Haye, 1717, t . II, pp. 17‑8.
(9) Lettres sur l'Italie par FRÉDÉRIC LULLIN DE CHATEAUVIEUX.n, II éd., Paris­Genève, 1834, p. 252; Voyage dans l'Italie méridionale par J. C. FULCHIRON, II éd., Paris, 1843, t. II, p. 35.
(10) CHATEAUBRIAND, Vpyage en Italie, in « Oeuvres oomplètes», Paris, 1836, t. XIII, p. 48.
(11) SWINBURNE, Voyage dans les Deux Siciles en 1777, 1778, 1779 et 1780 traduit de l'Anglois, Paris, 1786, t. IV, p. 109.
(12) P. COLLETTA, Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1825, lib. II, par. X.
(13) Journeaux de voyage par M. le comte MICHEL MNISZECHI. Manoscritto n. 633 presso il R. Istituto di archeologia e storia dell'arte in Roma.
(14) BERGERET et FRAGONARD, Journal inédit d'un voyage en Italie, 1773‑1774, precedé d'une étude par M. A. Tornéy, Paris, 1895, p. 291.
(15) PETIT‑RADEL, Voyage historique, chorographique et philosophique dans les principales villes de l'Italie en 1811 et 1812, Paris, 1815, t. II, p. 564.
(16) B. AMANTE e R. BIANCHI, Storia di Fondi, p. 218 e sgg
(17) Le lettere di TORQUATO TASSO disposte per ordine di tempo ed ordinate da Cesare Guasti, Firenze, Le Monnier, 1855, vol. V, pp. 99‑100; cf. A. SOLERTI, Vita di Torquato Tasso, Torino, Loescher, 1895, t. I, pp. 726‑8.
( 18 ) GROSLEY, Op. cit., p. 125.
(19) Voyage historique d'Italie, la Haye, chez M. G. De Merville, 1729, t. II, pp. 171‑4.
(20) L. VEUILLOT, Roma e Loreto, versione di L. Aureggio, Milano, 1842, p. 182.

Dallo stesso volume che riporta la ristampa in anastatica di alcune ricerche pubblicate dal A. De Santis, Saggi e ricerche di storia patria della Campania e del Lazio Meridionale, vol. II, collana de “Il Golfo”, Minturno 1994, troviamo e stralciamo dal saggio “Il "Latium Novum" nelle impressioni e nei ricordi di viaggiatori stranieri, pp. 135-137 le seguenti osservazioni riguardanti la città di Fondi.

Il Latium Novum, cioè quella parte del Lazio che è compresa tra le Paludi Pontine e il Massico e che racchiude nel suo territorio diverse città interessanti per la loro storia e per la loro bellezza, è una di quelle contrade che, favorite singolarmente dalla natura, hanno subito una straordinaria varietà di vicende storiche. Nell'antichità esso fu celebrato, per la bontà dei suoi vini e perle sue bellezze naturali, da poeti come Orazio, Marziale, Silio Italico; molti ricchi romani (tra cui Cicerone) vi ebbero la loro villa. Nel medioevo e nell'età moderna, a causa soprattutto della forza decentratrice del feudalesmo e dello sfruttamento delle signorie straniere, il Latium Novum, appartenente al Reame di Napoli, al confine con lo Stato Pontificio, rimase isolato e abbandonato, in preda alla più grande miseria, che vi favorì in modo speciale il brigantaggio, diffuso ancora nel secolo scorso. Oggi questa bella parte del Lazio ritorna allo splendore dell'età classica in una fervida attività di valorizzazione agricola e turistica.
I viaggiatori che hanno percorso la zona in ogni epoca sono innumerevoli, e a voler descrivere il viaggio di ciascuno non basterebbe un volume: perciò ci limitiamo a riferire le impressioni di alcuni di essi, stranieri e tra i più noti.
La porta d'ingresso del Regno di Napoli era nei tempi passati una località denominata "Portella", in cui risiedevano i doganieri napoletani. Questi doganieri facevano a gara, aiutati egregiamente dagli ordinamenti del tempo, a trovare difficoltà che ritardassero il passaggio dei viaggiatori, e ad esercitare su essi ogni sorta d'angherie. Avevano aspetto più di briganti che di pubblici ufficiali, ed erano estremamente corruttibili, come ci fa sapere Gian Giacomo Bouchard. Era questi un parigino, dottore "in utroque" ed autore di opere di carattere autobiografico, che rivelano un tempera­mento artistico notevolissimo: queste opere sono state scoperte in epoca relativamente recente ed hanno rimesso in onore la figura del loro autore, che era conosciuta soltanto attraverso le malignità di alcuni suoi amici. Bouchard se ne partì un bel giorno del 1630 dalla sua terra di Francia con molto denaro: 106 pistole, di cui una dozzina rubate a una sua domestica "d'abord pour lui faire du mal à elle, et ensuite pour son propre bien à lui"; e venne a Roma dove sperava di ottenere un qualche vescovato, anche piccolo. Naufragati miserevolmente i suoi progetti, pensò di andare a Napoli per distrarsi e travestitosi da gentiluomo romano, poiché minacciava allora una guerra tra Francia e Spagna, avendo per compagno Domenico Campanella, nipote del grande filosofo, partì da Roma il 13 marzo 1632 per passare a Napoli la Pasqua. Le sue impressioni di viaggio sono scarse di ricordi classici quanto ricche di interessanti osservazioni e di gustose descrizioni. Attraversando Fondi, Bouchard rimane meravigliato che una città così grande e spaziosa sembri disabitata. Ne sono la causa, gli viene detto, i bufali della feudataria principessa di Stigliano che, sguazzando in più di mille nelle paludi, hanno talmente impestato l'aria del loro cattivo odore da far morire due o tre persone al giorno, e da rendere quelli che non sono ancora fuggiti, simili a larve o a scheletri. Egli cerca di avvicinar qualcuno di quei disgraziati, ma nessuno di essi si lascia accostare. Gli viene detto inoltre che in nessun altro luogo del Regno si trovano ladri o briganti tali da poter sostenere il confronto con quelli di Fondi (1).
Questo quadro desolante delle condizioni di Fondi è confermato dalla testimonianza di altri viaggiatori; tra essi la famosa Lady Morgan, i cui giudizi suscitarono tanto scalpore in Italia nella prima metà del secolo scorso. Altri viaggiatori, al contrario, rimangono colpiti soprattutto dalla bellezza della posizione, o dagli episodi più singolari della storia di questa cittadina. Così il Lalande, celebre astronomo francese che percorse l'Italia negli anni 1765‑66, ama ricordare la bontà del suo vino, celebratissimo dagli antichi scrittori, e narra la terribile avventura corsa da Giulia Gonzaga, contessa di Fondi, famosa ai suoi tempi in tutto il mondo per la sua bellezza, della quale l'Ariosto disse nel canto 46 del l'Orlando furioso che la gente

..... come scesa dal ciel Dea l'ammira.

Appunto a questa bellezza ella dovette il pericolo che corse la notte del 6 agosto 1534, poiché il corsaro Ariadeno Barbarossa, a capo di una banda di suoi, tentò di rapirla per fame un dono al Sultano. L'impresa fallì, perché la bella Giulia fece in tempo a fuggire; ma molti dei disgraziati abitanti di Fondi dovettero subire l'ira vendicativa del feroce pirata saraceno. Unico testimone di questa paurosa vicenda è rimasto il castello, che domina coll'imponenza della sua mole.
Per la contessa nutrì uno sfortunato amore il giovanissimo cardinale Ippolito de' Medici il quale, prima di partire per la impresa di Tunisi contro i corsari, volle rivederla ancora una volta; ma, assaporata quella gioia, fu colpito da violenta malattia e morì in Itri, altro feudo di Giulia (10 agosto 1535). Il cardinale aveva mandato a Fondi Sebastiano del Piombo a fare il ritratto di lei: "ed egli ci racconta il Vasari in termine di un mese fece quel ritratto, il quale venendo dalle celesti bellezze di quella signora e da così dotta mano, riuscì una pittura divina" (si era nel giugno del 1532). Appunto fondandosi su questa testimonianza del Vasari, alcuni critici ravvisano la fedelissima vedova di Vespasiano Colonna in un ritratto di Sebastiano, esistente nella Galleria Nazionale di Londra.
Agli occhi di Federico Giovanni Lorenzo Meyer, uno scrittore tedesco contempo­raneo del Lalande, tutte le miserie della piccola città scompaiono per far posto al quadro splendido della natura circostante. "La Campania (scrive nelle Rappresen­tazioni dell'Italia), è la più bella contrada, non solamente dell'Italia, ma del mondo intero... Contemplando la deliziosa valle di Fondi, che è situata all'estrema frontiera della Campania, questo magico quadro è giustificato. Circondata da una catena di colline coronate di vigne e di oliveti, essa si presenta come un vasto anfiteatro. La strada corre attraverso boschi di olivi e di fichi, o campi di alberi preziosi, quali l'arancio, il mandorlo, il cedro, il melograno...". Gli odorosi aranceti di Fondi sono ricordati con parole piene d'entusiasmo anche da Wolfango Goethe, che nel 1789 percorse l'Appia per recarsi a Napoli, deliziandosi agli spettacoli che la natura prodigava lungo il cammino.
A Fondi Goethe fu ospite del “L’albergo” il 23 febbraio 1787
. "riteniamo che il De Santis sia incorso in un errore e che l'anno esatto sia il 1787, n.d.r."
Questo luogo aveva la duplice funzione di stazione di posta e locanda, ubicato all’attuale indirizzo di Corso Appio Claudio N° 44 ( da: “Retrospettiva Fondana” di Giuliano Carnevale e Geremia Iudicone)

Dopo Fondi, la prima cittadina d'una qualche importanza che s'incontrava, è Itri. Essa è ricordata da molti viaggiatori. Il Fulchiron (1774‑1859) crede che la sua popolazione discenda da qualche colonia normanna, perché tutti gli abitanti hanno i capelli biondi e gli occhi azzurri. Alessandro Dumas padre si sofferma a lungo a ricordare la storia di fra Diavolo, il famoso generale di quel terribile scorcio del secolo XVIII, che nacque in Itri dove per molti anni condusse una vita assai oscura. Il viaggiatore inglese Swinburne, che fece un viaggio nelle Due Sicilie nella seconda metà del `700, ricorda invece Itri per una ragione molto differente da quella dei suoi colleghi, cioè a causa della sete che vi sofferse avendo i calori estivi prosciugato pozzi e fontane.
Il tratto della via Appia che corre tra Itri e Formia offre bellezze panoramiche incantevoli: il lunato golfo di Caeta, il Vesuvio, le isole Partenopee. Già la splendida posizione di Formia era stata decantata dai poeti classici. Marziale aveva esclamato:
o temperatae dulce Formiae litus...
e Simmaco aveva detto
Principium voluptatum de Formia sinu nascitur...

(1) L. Marcheix: Un parisien à Rome et à Naples en 1632. D'après un manuscrit inédit de J. J. Bouchard, Paris, Leroux, s. a., p. 14.
-------------------------------------------
Sull’argomento dei viaggiatori stranieri per la città di Fondi nel IV volume di ANGELO DE SANTIS, Saggi e ricerche di storia patria della Campania e del Lazio Meridionale, collana con il patrocinio de “Il Golfo”, Minturno 1999-2001, troviamo ancora le seguenti ricerche:
Fondi e il suo territorio, p. 27-40, pubblicato sulla rivista del T.C.I., Le vie d’Italia, a. XL, n. 9, settembre 1934.
Gli aranceti di Fondi e Monte San Biagio, p. 45-49, già pubblicati su altre riviste.
Ancora di Fondi nelle memorie dei viaggiatori stranieri, pp. 51-57, già pubblicato in Latina gens , n. 8 agosto 1935, pp. 209-217.
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MessaggioInviato: Dom Ott 08, 2017 7:08 pm    Oggetto: Miseria a Fondi nell'Ottocento Rispondi citando

Miseria a Fondi nell'Ottocento
di Albino Cece

Non deve trarre in inganno la brutta impressione che ebbe Hans Christian Andersen facendo una breve sosta a Fondi il 14 febbraio 1834 e di nuovo il 26 febbraio 1841 dove trovò una miseria diffusa e un largo numero di mendicanti. Tale era, infatti, la condizione sociale che si viveva nell'Italia dell'epoca dove più e dove meno.
I primi decenni dell'ottocento sono stati vissuti dall'Italia in una condizione economica di forte arretratezza rispetto ai paesi dell'Europa occidentale ed il nostro paese partecipava in misura limitata al movimento mondiale delle merci e degli affari.
Nella Storia sociale e culturale d'Italia (Bramante Editrice) si afferma che "Nel Regno delle Due Sicilie, dopo il 1815, venne innanzitutto ricostituito il patrimonio fondiario ecclesiastico. La proprietà baronale e la proprietà borghese furono giuridicamente equiparate e si arrivò a una sostanziale omogeneità anche dal punto di vista dei metodi di conduzione. Il Regno non conobbe in quel periodo alcuna trasformazione in senso capitalistico del latifondo, o delle medie proprietà esistenti. Importante in linea di principio fu la legge del 1806 sulla divisione e la quotizzazione dei demani, che non ebbe però successo nel Regno, per quattro motivi fondamentali: 1) la grande quantità di terra da ripartire; 2) il grande numero degli aventi diritto; 3) l'incerta situazione giuridica di molti demani; 4) gli abusi di nobili e borghesi. Nei comuni dove fu attuata, avvenne poi che quote troppo piccole fossero assegnate ai contadini, per cui gli assegnatari erano sempre costretti a fornire la loro forza-lavoro ai proprietari, per poter sopravvivere. 1 contadini non riuscirono inoltre a concimare ogni anno, per cui mentre i canoni d'affitto erano annuali, i terreni dovevano riposare un anno ogni quattro. Per questo motivo molte terre furono restituite ai Comuni, e da questi cedute ai medi e grandi proprietari, che in molti casi ricoprivano anche cariche direttive nelle amministrazioni comunali. La quotizzazione non poté in questi termini migliorare la precaria condizione di vita dei contadini, che, mentre avevano perso gli "usi civici", erano ora rovinati dall'aumento della popolazione e dalla staticità economica. I "Monti frumentari", inoltre, che avrebbero dovuto esercitare il credito agrario, erano invece quasi sempre controllati dai proprietari più agiati e diventavano degli organismi attraverso i quali esercitare l'usura. La situazione agricola, già grave nella parte continentale del Regno, era drammatica in Sicilia dove il latifondo veniva ancora chiamato feudo, i sistemi di conduzione erano ancora quelli tradizionali e i contadini dovevano accettare contratti agrari svantaggiatissimi mentre erano stati interamente privati degli usi civici....
Se l'industria fu, in generale, nello Stato pontificio in decadenza su tutto il territorio, nel Regno delle Due Sicilie si svilupparono industrie di trattura e torcitura della seta e cotoniere, queste ultime con il contributo di capitale svizzero (1812). Si diede, oltre a ciò, particolare impulso all'industria estrattiva creando delle ferriere di proprietà dello Stato. Nel settore meccanico, sorsero fabbriche d'armi e officine meccaniche statali a Napoli e Torre Annunziata".
Lo sviluppo industriale e commerciale, quindi si svolgeva molto lontano da Fondi e dalla regione aurunco-ausone.
Di tutte le città italiane, Napoli presenta i maggiori livelli di crescita demografica in quanto, partito da 328.357 abitanti nel 1818 giunge a 409.658 unità nel 1854.
L'incremento demografico nei principali Stati della penisola italiana avviene però in presenza di una mortalità ancora elevatissima che conosce le sue punte estreme proprio all'indomani del Congresso di Vienna e precisamente a partire del periodo 1815-1817, allorché la carestia si associa in Italia alla diffusione del tifo petecchiale, portato cioè all'uomo dal pidocchio.
A Napoli moriva tra il 1801 ed il 1810, in due ospizi per esposti presi a campione, l'84,5% dei neonati ricoverati; l'82,7% tra il 1811 e il 1820; ancora il 57% fra il 1841 e il 1850. In altre zone d'Italia la statistica non era migliore, per cui anche a Fondi la condizione era sicuramente disastrosa.
Tra il 1816 ed il 1855, l'Italia attraversa un periodo nero di epidemie che lasciano stabilmente un diffuso e pernicioso livello di morbilità minore, ma non per questo meno grave.
Tra il 1816 e il 1918 si verifica inoltre una grave carestia in Europa e in tutta Italia.
Nel 1828-29 il vaiolo circolò in tutta Italia.
L'arrivo del morbo colerico, partito dall'Asia, raggiunge l'Italia e tra il 1836-37 fa quasi 160.000 mila vittime nel Regno delle Due Sicilie, circa il 2% della popolazione. Si ebbe una sua recrudescenza fra il 1849 ed il 1855 ed una terza diffusione del morbo che provocò numerose vittime si ebbe tra il 1854 e il 1855.
I viaggiatori stranieri dell'ottocento rilevarono questa triste condizione sociale in tutta Italia. Così Lady Morgan, nei suoi libri di viaggio sull'Italia (1820-1821), trovava mendicanti nelle pianure del Bolognese e, varcato il confine pontificio, sulla strada che da Firenze conduceva a Roma, Lady Morgan osservava: "La polizia e l'uniforme della Santa Sede, schiere di monaci e di mendicanti annunziavano l'entrata in questo Stato..."
Ancora nel 1846, lo scrittore E. Briffault scriveva pagine sulla mendicità di Roma, che tradivano la forte impressione causata dall'impatto con un fenomeno così radicato e generalizzato: "La mendicité et la gueserie fleurissent à Rome et dans toute 1'étendue des Etats romains [...]. Les plaies et les souffrances feintes, les infirmités supposées, 1'affreux étalage de cette hideuse imposture, les artifices abominables et les ruses si multipliées et si tristement ingénieuses par lesquels ces étres miserables cherchent à exciter le dégoút et la pitié, sont une des plus repaussantes misères de Rome. [...] Cette lèpre des rues se rencontre à chaque pas, comme un fumier humain... ".
Una simile "corte dei miracoli" era numerosissima anche nel Regno delle Due Sicilie. Nel suo Saggio sulla popolazione del regno di Puglia del 1835, L. De Samuele Cagnazzi osservava che a Napoli, i mendicanti "sono [...] sommamente molesti in tutte le ore [...] ed in tutti i luoghi [...] sono dessi per la maggior parte validi mendicanti, che con arte sanno fingersi storpi, ed infermi. La maggior parte di essi mendici non hanno tetto, e pernottano nell'està all'aria aperta, e nell'inverno in alcune caverne, tagliate nel tufo vulcanico, ed in altri infelici luoghi, ove regna tra loro nella scurità della notte, un abominevole libertinaggio più che brutale..."
In Sicilia, secondo uno studio del Rizzari (1848), una folta "classe miserabile" riempiva le pubbliche vie importunando i passanti e assediava le case dei cittadini accattando. Secondo alcune stime riportate dal Grendi, la città di Genova censì, nel 1835, 2.798 mendicanti e vagabondi. Secondo il Calindri, autore nel 1829 di un Saggio statistico-storico del Pontificio Stato, gli "Accattoni, Ciarlatani, Inabili, Oziosi, Vagabondi, Zingari ed altra gente compresa in questo genere sì pernicioso ,alla società" erano, in tutto lo Stato, 406.812 su 2.592.329 individui censiti in base all'occupazione. Secondo uno studio del Corridore del 1906, che riporta le cifre del censimento del 1853, i poveri censiti nello Stato romano erano 37.015; fra le due cifre non vi è tuttavia alcuna proporzione e il secondo dato sembra essere eccessivamente contenuto. Questa impressione esce rafforzata dalla lettura delle cifre relative al Regno delle Due Sicilie, dove i mendicanti tra il 1824 ed il 1832, passarono da 160.041 (1824) a 221.576 (1828), fino a diventare 237.825 nel 1832. In Terra d'Otranto vi era, nel 1835, 1 mendicante per ogni 13 abitanti, in Calabria Ulteriore 1 ogni 19, in Basilicata 1 ogni 29, in Abruzzo Ulteriore Primo 1 ogni 55, in provincia di Napoli, compresa la capitale, 1 ogni 62. In Napoli i mendichi erano più di 7.000 e, secondo stime di Demarco, stavano nel rapporto da 1 a 50 o 60 della popolazione.
Nell'Ottocento la città di Fondi, in mancanza di dati statistici specifici, non faceva eccezione alla regola della mendicità diffusa in tutta Italia.
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