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La Città di Fondi :: Leggi il Topic - Note di Fiorenza dal 4-11-2012 al vediamo
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Note di Fiorenza dal 4-11-2012 al vediamo

 
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beny
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MessaggioInviato: Gio Gen 03, 2013 11:12 am    Oggetto: Note di Fiorenza dal 4-11-2012 al vediamo Rispondi citando

EUREKA
pubblicata da Fiorenza Dal Corso il giorno Domenica 4 novembre 2012 alle ore 16.43
1) Chi fa da sè fa per tre! Ho imparato il giusto uso di YOUTUBE
ultima versione! TITUBAVO MA ORA NON TITUBO PIU'
2) POI............in questo CAOS che è il Nuovo Diario di Facebook HO ritrovato le mie NOTE!!!!!!!
Se allenare il cervello aiuta ad allontanare l'Alzheimer, ho qualche speranza di NON finire come mamma !!!

3) BUON COMPLEANNO A VALERIO, mio fratello
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MessaggioInviato: Gio Gen 03, 2013 11:25 am    Oggetto: Note di Fiorenza dal 05-06-2012 al vediamo Rispondi citando

E l' Angelo di Misericordia ti salverà
pubblicata da Fiorenza Dal Corso il giorno Martedì 5 giugno 2012 alle ore 14.22
1) Chi dimora nel riparo dell'Altissimo, riposa all'ombra dell'Onnipotente.
2) dico all'Eterno: "Tu sei il mio rifugio e la mia fortezza, il mio DIO, in cui confido".
3) Certo egli ti libererà dal laccio dell'uccellatore e dalla peste mortifera.
4) L'Angelo ti coprirà con le sue penne e sotto le sue ali troverai rifugio;
la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza.
5) Tu non temerai lo spavento notturno, né la freccia che vola di giorno,
6) né la peste che vaga nelle tenebre, né lo sterminio che imperversa a mezzodì.
7) Mille cadranno al tuo fianco e diecimila alla tua destra,
ma a te non si accosteranno.
8 ) Basta che tu osservi con gli occhi; e vedrai la retribuzione degli empi.
9) Poiché tu hai detto: "O Eterno, tu sei il mio rifugio", e hai fatto
dell'Altissimo il tuo riparo,
10) E non ti accadrà alcun male, né piaga alcuna si accosterà alla tua tenda.
11) Poiché egli comanderà al suo Angelo di custodirti in tutte le tue vie.
12) Essi ti porteranno nelle loro mani, perché il tuo piede non inciampi in alcuna pietra.
13) Tu camminerai sul leone e sull'aspide, calpesterai il leoncello e il dragone.
14) Poiché egli ha riposto in me il suo amore io lo libererò
e lo leverò in alto al sicuro perché conosce il mio nome.
15) Egli mi invocherà e io gli risponderò; sarò con lui nell'avversità;
lo libererò e lo glorificherò.
16) Lo sazierò di lunga vita e gli farò vedere la salvezza.

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MessaggioInviato: Gio Gen 03, 2013 11:39 am    Oggetto: Note di Fiorenza dal 20-05-2012 al vediamo Rispondi citando

Introduzione: Il pamphlet che scosse le fondamenta della Teodicea
pubblicata da Fiorenza Dal Corso il giorno Domenica 20 maggio 2012 alle ore 15.35
Il 1° novembre 1755 Lisbona fu sconvolta da un terribile terremoto che fece circa trentamila vittime. La notizia suscitò molta impressione in tutta Europa ma eventi simili, e anche più gravi, avevano di recente ugualmente impressionato l’opinione pubblica, come, nel non lontano1699, in Cina il terremoto che inghiottì 400.000 persone o, pochi anni prima, nel

1750, quello, fortissimo, che aveva distrutto quasi tutta la città di Fiume e sommerso un intero isolotto. Quello che dette una risonanza infinitamente superiore al disastro di Lisbona fu che in questa occasione, in pieno secolo di “filosofia dei Lumi”, il re dei philosophes, François Marie Arouet de Voltaire, con l’ immediata pubblicazione del Poema sul disastro di Lisbona (già redatto praticamente alla fine di novembre), lanciò una sorta di proclama contro i sostenitori di teorie giustificazioniste e consolatorie sui mali del mondo. Il bersaglio erano i fautori delle teodicee tradizionali e, naturalmente, in primo luogo la teologia cristiana di cui si era fatto vessillifero il Leibniz teorizzando che tutto è bene in questo nostro mondo, da lui perciò definito come il migliore dei mondi possibili. Nella Prefazione all’ edizione del 1759 Voltaire scriveva di se stesso: “L’ autore si erge contro gli abusi che si sono potuti fare dell’ antico assioma tutto è bene. Egli adotta questa triste e più antica verità, riconosciuta da tutti, che c’ è del male sulla terra e confessa che l’ espressione tutto è bene, presa in un senso assoluto e senza la speranza di un futuro, non è che un insulto ai dolori della nostra vita.”

In effetti, il Poema rappresenta la prima vigorosa denuncia pubblica contro l’infondato e indimostrabile ottimismo della teodicea in materia di male fisico. È vero che il pensiero voltairiano non si presentava come una novità assoluta nella storia del pensiero occidentale dal momento che Voltaire stesso dichiarava espressamente nei suoi versi di riprendere le

argomentazioni della critica sistematica di Pierre Bayle nei confronti della filosofia leibniziana del "tutto è bene". Il Poema vedeva infatti la luce quando ancora era vivo il ricordo della lunga e interessante polemica che Bayle aveva sostenuto contro Leibniz sul problema del male. Quella famosa controversia, sviluppatasi attraverso libri, riviste e lettere personali, ebbe come argomenti centrali i problemi fondamentali della teodicea, apparentemente sulla scia di una discussione che si era protratta per tutto il secolo XVII nell'ambito di una sostanziale riflessione razionalistica, in realtà con una motivazione e una problematica del tutto nuove. Di fronte al modo tradizionale di concepire la storia come sintesi complessiva e

interpretativa dei molteplici piani su cui essa si articola, Pierre Bayle si pone a studiare quei minutissimi frammenti che sono i fatti: che cosa d'altro è la storia se non l'insieme di tanti fatti, la maggior parte dei quali, purtroppo, a noi sconosciuti o giunti col marchio dell'errore? Anche i dogmi della teologia e le cosiddette verità metafisiche hanno avuto origine in qualche fatto lontano, dal tempo poi ingigantito, distorto o cancellato. Ecco come per Bayle interessi

storici e interessi filosofici vengono a coincidere: analizzare un dogma o una qualsiasi tradizione altro non è se non ricercare dei fatti, analizzarli e comprenderli. Comprendere un fatto, dunque, non consiste soltanto nell'accertare un contenuto, ma anche nell'utilizzare un metodo ("storico e critico" come recita il titolo del suo Dizionario). Il secolo XVII è ormai un libro chiuso: si aprono le pagine del nuovo secolo. Cominciano le critiche al razionalismo imperante, si raccoglie l'eredità dell'empirismo inglese, si combattono i dogmi teologici e metafisici: “È ormai il tempo dell'eterodossia, di tutte le eterodossie... L'età di Pierre Bayle”1.

Paul Hazard, La crisi della coscienza europea , Torino, Einaudi 1946 - Parte I, cap. IV, pag. 102.

La polemica di Bayle nei confronti di Leibniz, proprio ad indicare il carattere morale della crisi delle coscienze agli albori del XVIII secolo, riguardò soprattutto il problema del male. Contro il giustificazionismo della Teodicea leibniziana, Bayle non esita a dare spazio alla tesi manichea: “Ecco i Manichei che, con un'ipotesi del tutto assurda e contraddittoria, spiegano le esperienze cento volte meglio degli Ortodossi, con la loro supposizione così giusta, così necessaria e unicamente vera di un primo principio infinitamente buono e onnipotente”2. Mentre da un lato si ostenta disprezzo per la teoria manichea, dall'altro la si considera in chiave con l'esperienza e la si usa per confutare il dogma unitario: in realtà questo tortuoso e forse diplomatico approccio è diretto ad affermare con forza che il male c'è, come dato di fatto, come realtà contro cui l'uomo deve lottare ogni giorno e che spesso, come nel caso del male fisico, deve passivamente subire. È l'esperienza più semplice e più diretta che dà all'uomo la coscienza dell'esistenza positiva del male.

Il razionalismo e la teologia avevano cercato di spiegare in vari modi l'esistenza del male, ma in ogni caso avevano tentato di presentarlo come una realtà negativa, come una semplice privazione di un bene più grande; realtà negativa voluta o almeno permessa da Dio perché l'uomo, cosciente e libero, potesse superarla ed attingere così un bene liberamente scelto. Bayle denuncia innanzi tutto la positività del male fisico nel mondo: le sofferenze sono dolori positivi che l'uomo avverte come tali e sono indipendenti dalla condotta morale degli individui. Quante volte i buoni sono schiacciati dal peso insostenibile delle sofferenze e delle avversità? E poi, i fanciulli e le bestie, privi di coscienza morale e quindi di peccati, sono forse immuni dal dolore? “L'anima delle bestie non ha peccato affatto e tuttavia è soggetta al dolore e alla miseria ed è sottoposta a tutti i desideri sfrenati della creatura che ha peccato”, scrive Bayle nell'articolo “Rorarius” del suo Dizionario. D'altra parte, aggiunge, il male fisico, come sofferenza positiva, non è necessario per godere del bene: del bene si può

godere anche in una gradazione di beni sempre più alti. Analoghe considerazioni Bayle svolge a proposito del male morale e del peccato, in cui l'onnipotenza divina e l'esistenza del male sembrano conciliarsi difficilmente. In realtà, Bayle non tende a trovare una soluzione del problema del male, bensì a mostrarne l'insolubilità. Come dirà Voltaire, “Bayle insegna a dubitare: saggio e grande abbastanza per non aver sistemi li ha tutti distrutti” Il poema voltairiano riprenderà tutte le argomentazioni di Bayle; sarà un testo appassionato in difesa degli umili e dei sofferenti, oggetto della cieca furia distruttrice della natura e della congenita violenza di tutte le creature

Ma quello che fa del Poema sul disastro di Lisbona un fatto originale – e addirittura una vera a propria chiave di volta per la battaglia del suo secolo contro l’ancien régime – è che esso rappresentò una sorta di manifesto nei confronti dell’ autorità ecclesiastica che, in stretto connubio con il potere politico, aveva inteso stabilire per tutti e in nome di tutti

l’interpretazione autentica del bene e del male. Il Poema, che ebbe un’eco enorme in tutta Europa, segnò dunque l’ inizio del pensiero moderno sul problema del male, e non soltanto del male fisico in quanto la polemica voltairiana coinvolgeva in blocco tutta la teodicea e in special modo la problematica compatibilità fra l’ esistenza di Dio e quella del male nel mondo.

In una conferenza tenuta all’ Università di Ginevra, Theodore Besterman disse: “il terremoto del 1° novembre 1755 colpì allora il mondo occidentale come un colpo di fulmine e Dal Dictionnaire historique et critique di Pierre Bayle, articolo "Pauliciens". trasformò per sempre la filosofia degli esseri pensanti” e ciò non di per sé ma in quanto “visto attraverso la sensibilità di un grande personaggio”. Il Besterman, grande ammiratore di Voltaire, giunse ad affermare: “ancora una volta un poeta è stato il legislatore dell’ umanità”3. Quel che è certo è che Voltaire introdusse, nel suo secolo, un metodo tutto moderno e per quei tempi inusitato: quello del trasferimento del dibattito culturale sul piano della competizione politica e che, appunto, segnò allora l’atto di nascita della figura dell’ intellettuale impegnato4. Il Poema andò ad aggiungersi agli altri interventi politici dell’ intellettuale Voltaire e fu anch’ esso uno degli strumenti di quella grande battaglia sui diritti civili che avrà il suo epilogo nella rivoluzione francese. Con i suoi versi Voltaire scuote vigorosamente l’opinione pubblica: appena conosciuto il testo attraverso alcune copie manoscritte e poi con l’ edizione a stampa da lui stesso curata agli inizi del 1756, le edizioni del poema si moltiplicarono a vista d’ occhio (ne apparvero in quell’ anno, autorizzate o non, una ventina di edizioni), mentre si moltiplicavano pamphlets e scritti di ogni genere sull’ argomento (ne pubblicò uno anche il giovane Kant!).

La tesi sostenuta da Voltaire è semplice (per noi che abbiamo da tempo assimilato, appunto, il suo pensiero): il male nel mondo non può essere opera di Dio, ché in tal caso non sarebbe un Dio buono e giusto, né può essere opera di altri, ché in tal caso non sarebbe un Dio onnipotente. Eppure il male esiste e ci dobbiamo fare i conti. Ma che il male appaia tale agli

umani e che sia invece parte del bene universale, tesi ricorrente in certa teodicea e fulcro del pensiero leibniziano, è uno stravolgimento della realtà in quanto ne nega la sofferenza ed è un insulto a coloro uomini, donne, vecchi e bambini – che, senza alcuna colpa, sono stati schiacciati a Lisbona dalle pareti delle loro stesse case o sono stati, in generale, vittime delle leggi di natura E se il Poema terminava ancora con una parola di speranza, Voltaire scriverà poco

dopo il Candide, l’opera considerata il suo capolavoro letterario, in cui il suo pessimismo diverrà totale. Il male è rappresentato in tutte le sue manifestazioni possibili lungo l’avventura umana di Candide, così da rappresentare la più efficace denuncia del tutto è bene leibniziano, questa “filosofia crudele sotto un nome consolatorio” com’ ebbe a scrivere in una lettera del 18 febbraio 1756. La famosa conclusione di Candido (“coltiviamo dunque il nostro giardino”) non è

un’attenuazione di quel pessimismo: al contrario, è la soluzione disperata di un uomo

disincantato che tuttavia non vuole deporre le armi; un uomo cui resta soltanto la sua battaglia terrena: quella di Voltaire a Ferney, il suo piccolo regno, rappresenta la rigorosa scelta di un laico che “sa di non sapere” e che quindi deve costruire la sua filosofia entro i confini di questo terreno. Che, fuor di metafora, è quello della ragione.

Jean Jacques Rousseau gli obietterà che il terremoto di Lisbona non avrebbe fatto tante vittime se gli uomini avessero continuato a vivere in piccole abitazioni campestri e non si fossero ammassati nelle città in case a più piani: insomma molto spesso anche il male fisico dipende dall’ uomo o meglio dallo sviluppo stesso della storia dell’ uomo che, abbandonando le forme semplici e pacifiche della vita agricola, si è trasformato in cittadino e quindi, per

3)
Theodore Besterman, Voltaire et le désastre de Lisbonne ou La mort de l’ optimisme , in: Studies on Voltaire
and the Eighteenth Century, Les Délices 1956, vol.II, pp.7-24.

4)
Si veda: Maria Laura Lanzillo, Voltaire la politica della tolleranza , Laterza 2000, cap. 1°: Voltaire: l’
intellettuale engagé (pagg. 3-13). La visione voltairiana, con la sua accettazione del dolore senza contropartita
alcuna, è profondamente laica: autore audace di libri e libelli contro l’ intolleranza e l’ autoritarismo, battagliero
sostenitore di persone innocenti (come Calas o il cavalier de la Barre) condannate a morte dal fanatismo
ideologico, Voltaire passa con il Poema ad una concezione pessimistica della vita che non abbandonerà più fino
alla sua morte.
cupidigia o per necessità, costretto a vivere in grandi centri superaffollati, maleodoranti e,
appunto, insicuri.
Ma sappiamo bene che con Rousseau, già dal suo Discorso sull’origine della disuguaglianza fra gli uomini, era cominciata in modo sorprendentemente anticipatore quell’analisi della società moderna che sarà propria di Karl Marx e di tutti quegli autori che dopo di lui, per un secolo e mezzo, s’interrogheranno sul complesso meccanismo dell’accumulazione capitalistica e sui suoi effetti sulla società e sulla natura. Ciò non era ancora al centro degli interessi del secolo XVIII e, ancor meno, del signor François Marie Arouet de Voltaire.
Francesco Tanini

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MessaggioInviato: Gio Gen 03, 2013 11:52 am    Oggetto: Note di Fiorenza dal 20-05-2012 al vediamo Rispondi citando

POEMA SUL DISASTRO DI LISBONA o analisi della filosofia del Tutto è bene
pubblicata da Fiorenza Dal Corso il giorno Domenica 20 maggio 2012 alle ore 14.50

Poveri umani! e povera terra nostra!
Terribile coacervo di disastri!
Consolatori ognor d'inutili dolori!
Filosofi che osate gridare tutto è bene,
venite a contemplar queste rovine orrende:
muri a pezzi, carni a brandelli e ceneri.
Donne e infanti ammucchiati uno sull'altro
sotto pezzi di pietre, membra sparse;
centomila feriti che la terra divora,
straziati e insanguinati ma ancor palpitanti,
sepolti dai lor tetti, perdono senza soccorsi,
tra atroci tormenti, le lor misere vite.

Ai lamenti smorzati di voci moribonde,
alla vista pietosa di ceneri fumanti,
direte : è questo l’effetto delle leggi eterne
che a un Dio libero e buono non lasciano la scelta?
Direte, vedendo questi mucchi di vittime:
fu questo il prezzo che Dio fece pagar pei lor peccati?
Quali peccati ? Qual colpa han commesso questi infanti
schiacciati e insanguinati sul materno seno?
La Lisbona che fu conobbe maggior vizi
di Parigi e di Londra, immerse nei piaceri?
Lisbona è distrutta e a Parigi si balla.
Tranquilli spettatori, spiriti intrepidi,
dei fratelli morenti assistendo al naufragio
voi ricercate in pace le cause dei disastri;
ma se avvertite i colpi avversi del destino,
divenite più umani e come noi piangete.

Credetemi, allorquando la terra c’inghiotte negli abissi
innocente è il lamento e legittimo il grido:
ovunque avvolti in una crudele sorte,
in furori malvagi e imboscate mortali,
subendo l'attacco di tutti gli Elementi:
compagni dei miei mali, possiamo pur lamentarci.
E' l'orgoglio, direte, il ripugnante orgoglio
che ci fa dir che il mal poteva esser minore.
Interrogate, orsù, le sponde del mio Tago,
frugate, orsù, fra le macerie insanguinate,
chiedete ai moribondi, in preda a gran terrore,
se è l'orgoglio che grida: “aiutami o cielo!
O ciel, pietà per le miserie umane!”

“Tutto è bene , voi dite, e tutto è necessario”.
Senza questo massacro, senza inghiottir Lisbona,
l' universo peggior sarebbe dunque stato ?
Siete davvero certi che la causa eterna
che tutto può, che tutto sa, creando per se stessa
non poteva gettarci in questi tristi climi
senza accenderci sotto dei vulcani?
Così limitereste la potenza suprema?
D’esser clemente allor le impedireste?
Non ha forse l’eterno artigian nelle sue mani
Mezzi infiniti adatti ai suoi disegni?
Umilmente vorrei, senza offendere il Signore,
che questo abisso infiammato di zolfo e salnitro,
avesse acceso il fuoco in un deserto;
rispetto Dio, ma amo l'universo.
Se l'uomo osa dolersi di un sì terribile flagello
non è perché è orgoglioso, ahimè, ma sofferente .

I poveri abitanti di queste desolate rive,
tra gli orrendi tormenti sarebber consolati
se qualcun gli dicesse : “Sprofondate e morite tranquilli,
le vostre case per il bene del mondo son distrutte;
altre mani costruiranno altri palazzi;
altra gente avrà i muri che qui oggi vedete cader;
il Nord si arricchirà delle vostre odierne perdite,
i vostri mali d’ oggi sono un ben sul piano generale;
agli occhi di Dio uguali siete ai vili vermicelli
di cui sarete preda nel fondo della fossa”?
Orribile linguaggio per degli infortunati!
Crudeli! Non aggiungete oltraggio al mio dolore!

Non opponete più alla mia angoscia
le immutabili Leggi di Necessità:
questa catena di corpi, di spiriti e di mondi.
O sogni dei sapienti! O abissali chimere!
Dio tiene in man la catena e non è incatenato;
Dalla sua saggia scelta tutto è stabilito:
Egli è libero, giusto e affatto implacabile.
Perché dunque soffriam sotto un Signore equanime?

Ecco il nodo fatal che scioglier si doveva.
Osando negarli guarirete i mali nostri?
Le genti tremebonde sotto una man divina
Del mal che voi negate han cercato il perché.
Se la legge che da sempre governa gli elementi
può far cader le rocce con lo spirar dei venti,
se le querce frondute s'incendian con la folgore,
pur non avvertono i colpi che le atterrano;
ma io vivo, io sento ed il mio cuore oppresso
chiede soccorso al creatore Iddio;
suoi figli, sì, ma nati nel dolore,
tendiam le mani al nostro unico padre.
Il vaso, si sa, non domanda al vasaio:
perché mi facesti così vil, caduco e grossolano?
Esso non può parlare né pensare:
quest'urna che si forma, che a terra cade in pezzi
dall'artigian non ricevette un cuore
per anelare il bene ed avvertire il male.
Il suo mal, dite voi, è il ben di un altro...
Il mio corpo insanguinato darà vita a mille insetti.
Quando la morte pon fine ai mali che ho sofferto,
un bel conforto è quello di andare in pasto ai vermi!
Squallidi disquisitori delle miserie umane,
anziché consolarmi, le mie pene rendete ancor più
amare;
e in voi non vedo che lo sforzo impotente
di indomito ferito che vuol dirsi contento.

Del tutto io non son che un picciol pezzo:
è ver; ma gli animali condannati a vivere,
tutti soggetti ad una stessa legge,
vivono nel dolore e muoion come me.
L'avvoltoio avvinghiata la timida preda
lieto si pasce delle sue carni insanguinate:
tutto sembra andar bene per lui; ma ben presto, a sua
volta,
un'aquila dal becco tagliente divora l'avvoltoio.
L'uomo colpisce col piombo micidial l'aquila altera,
finché lui stesso, in battaglia, disteso sulla polvere,
sanguinante e trafitto dai colpi, con altri moribondi,
serve da cibo orrendo agli uccelli rapaci.
Così del Mondo intero tutti i viventi gemono,
nati per il dolor, si dan l'un l'altro morte.
E voi ricomponete, da questo caos fatale,
dal male di ogni essere, la gioia generale?
Quale felicità ! o debole e misero mortale!
“Tutto è bene” gridate con stridula voce:
l'universo vi smentisce, e il vostro stesso cuore
cento volte ha smentito il vostro errore.

Elementi, animali, umani tutto è in guerra.
Confessiamolo pure, il male è sulla terra:
la ragione profonda è sconosciuta.
Dall’autor d’“Tutto è bene” gridate con stridula voce:
ogni ben provenne il male?
E' forse il nero Tifone, il barbaro Arimanno
che con legge tirannica al male ci condanna?
La mente non ammette questi mostri odiosi,
che il mondo tremebondo degli antichi aveva fatto Dei.
Ma come concepire un Dio, la bontà stessa,
che prodigò i suoi beni alle creature amate,
che poi versò su loro i mali a piene mani?
Qual occhio penetrar può i suoi profondi fini?
Dall’ Essere Perfetto il mal non poté nascere;
Non può venir da altri, ché solo Dio è Padrone.
Eppure esiste. O tristi verità!
O strano intreccio di contraddizioni!
Un Dio venne a consolar la nostra razza afflitta,
la terra visitò senza cambiarla.
Un sofista arrogante sostien che nol poté;
lo poteva, afferma un altro, ma non l'ha voluto.
Lo vorrà, senza dubbio; ma mentre ragioniamo,
folgori sotterranee inghiottono Lisbona,
e di trenta città disperdon le rovine,
dal greto insanguinato del Tago a Gibilterra.

O l'uom nacque colpevole e la sua razza Iddio punisce;
o il Padrone assoluto del mondo e dello spazio,
senza collera e senza pietà, tranquillo e indifferente,
contempla del suo primo voler gli eterni effetti;
o la materia informe, ribelle al suo padrone,
porta con sé i difetti, com'essa necessari;

o Dio vuol metterci alla prova, ed il mortal soggiorno6
altro non è che un misero passaggio al mondo eterno.

Patiamo qui dolori passeggeri;
la morte è un bene che alle nostre miserie pone fine;
ma quando usciremo da quest’orrendo passaggio
chi di noi potrà dir di meritare la felicità?
Quale che sia la nostra decisione, c'è da tremare infatti:
nulla conosciamo e nulla è senza tema.
Muta è Natura e invan la interroghiamo:
ci occorre un Dio che parli all'uomo;
spetta a lui di spiegar l'opera sua,
di consolare il debole e illuminare il saggio.
Al dubbio abbandonato e all'error, senza il suo aiuto,
l'uomo invan cercherà il sostegno di un bastone.
Leibnitz non spiega con quali oscuri fili
nel più ordinato dei possibili universi,
un disordine eterno, un caos di sventure,
al nostro vano piacer dolor reale intrecci;
né mi spiega perchè, come il colpevole, pur l'innocente
debba subire il male senza scampo;
né capisco perché tutto sia bene:
ahimè! come un dottor io son che non sa niente.

Sostien Platone che l'uomo un dì fu alato
col corpo invulnerabile ai colpi mortali;
il dolore, la morte mai si avvicinavano
al suo stato di grazia, così diverso dall'odierno stato!
Si aggrappa, soffre, muore; ciò che nasce è destinato a
perire;
Della distruzione la natura è l'impero.
Un debole composto di nervi e di ossa
non può non risentir del turbinìo del mondo;
questo misto di polvere, liquidi e di sangue
fu impastato perché si dissolvesse;
e i pronti sensi di nervi tanto vivi
fur soggetti al dolor che poi gli dà la morte.
E' questo che m'insegna la legge di Natura.
Abbandono Platone, respingo Epicuro .
Bayle ne sa più di tutti: lo vado a consultare:
bilancia alla mano, Bayle insegna a dubitare;
saggio e grande abbastanza per non aver sistemi,
li ha tutti distrutti, mettendo in discussione anche se
stesso:
in ciò simile al cieco esposto ai Filistei
che cadde sotto i muri abbattuti con sue mani.

Che può dunque lo spirito vedere all’orizzonte?
Nulla: ché il libro del Destin si chiude alla sua vista.
L'uomo, estraneo a se stesso, all’uomo è sconosciuto.
Che sono? dove sono? dove vado? e donde vengo?
Atomi tormentati in questo ammasso di fango,
che la morte inghiotte e la cui sorte è in gioco;
ma atomi pensanti, atomi i cui occhi
guidati dal pensiero han misurato i cieli:
con tutto il nostro essere tendiamo all'infinito,
eppure non riusciamo a conoscere noi stessi .
Questo mondo, teatro dell’orgoglio e dell’errore,

di disgraziati è pieno che credon tutto bene.
Ognun si duole e geme mentre il bene cerca;
nessuno vuol morir, rinascere nemmeno.
Eppur nei giorni destinati al dolore,
le lacrime asciughiamo col piacere;
ma il piacere svanisce e passa come un'ombra,
mentre le pene, le perdite e i rimpianti sono tanti.
Il passato non è che spiacevole ricordo,
oscuro è il presente se non c'è avvenire,
se il nulla sepolcrale distrugge l'io pensante.
Tutto ben sarà un giorno: è questa la speranza;
tutto oggi è bene: è questa l'illusione.
I saggi mi ingannavan, solo Dio ha ragione.
Umile nei miei sospiri, prono nei miei dolori,
non me la prendo con la Provvidenza.
Di men lugubre umor fui visto un tempo
dei dolci piaceri cantar le leggi seducenti.
È cambiato col tempo il mio costume ed in vecchiaia,
partecipe di umana e malintesa debolezza,
cercando un po’ di luce nella notte oscura,
non posso che soffrire senza dir parola.

Una volta un Califfo, alla fin di sua vita,
al Dio che adorava rivolse una preghiera:
“Ti porto, unico Dio, che limiti non hai,
quel che non hai nel tuo potere immenso:
i difetti, i rimpianti, il male e l’ignoranza.”
Ma aggiungere poteva: la speranza.

Prima edizione:
Hyroniche Edizioni Telematiche, marzo 2006


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MessaggioInviato: Gio Gen 03, 2013 11:58 am    Oggetto: Note di Fiorenza dal 24-04-2012 al vediamo Rispondi citando

Donna liberata (Fiorenza Dal Corso)
ubblicata da Fiorenza Dal Corso il giorno Martedì 24 aprile 2012 alle ore 20.08 ·

“Elle est une femme libérée “ cantava qualche tempo fa ….Cookie Dingler
« Liberata » è derivato da " libera".
Che significa oggi, donna libera? L’aggettivo si riferisce al suo stato civile? Libera da legami civili o religiosi con un uomo? Anche, ma non solo …….
Penso piuttosto ad uno stato mentale o psichico. Una donna è un essere umano, una persona ed è libera, secondo la Costituzione, quando gode dei diritti naturali previsti dalla stessa : libertà di pensiero, di parola. Ella è tale quando è libera da pregiudizi, da abitudini, da paure, da vergogne, da tabù . Libera da violenze fisiche o psicologiche. Quando ogni donna riuscisse a vincere la dura lotta per la sua personale liberazione avrebbe fatto un percorso in salita, ma di sicura conoscenza ed esperienza. Non sarebbe vissuta invano. C’è un rischio però, che alcune donne, col loro libero arbitrio, scelgano la totale liberazione e che non conquistino la libertà, ma cadano nella licenza, nell’abuso della stessa. Così arrecano danno a loro stesse in primis (prostituzione, vizio del fumo, dell’alcool, della droga, della moda, dello shopping, del fanatismo religioso o politico, ecc.). La donna si renderebbe allora schiava di denaro, cose e idee. Rousseau col suo “Contrat social” ha contribuito a divulgare il concetto che l’individuo non è solo, ma vive in una collettività e per questo non può aspirare ad una libertà che nuoccia ad altri. In questo inizio di ventunesimo secolo, può una donna sentirsi libera nelle sue relazioni interpersonali? Ritengo di no, per una serie di motivi che hanno cambiato nel tempo valori e comunicazione. C’è meno dialogo e meno sincerità e più solitudine rispetto solo ad una trentina di anni fa . C’è maggior disparità tra le persone, sia esso di ordine sociale che culturale. C’è soprattutto maggior povertà alla quale si aggiungono più rabbia, più sfiducia, più disoccupazione . Insomma ci sono meno opportunità di affinare lo spirito poiché manca il necessario e ci si accontenta del virtuale e del superficiale. Manca il rispetto per l’altro, il vicino ed il diverso . Siamo dunque tutte noi donne, in occasione della Festa della Liberazione d’Italia chiamate a far la nostra parte per un’altra e nuova Liberazione!

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MessaggioInviato: Gio Gen 03, 2013 12:06 pm    Oggetto: Note di Fiorenza dal 03-04-2012 al vediamo Rispondi citando

Lapin de Pâques
pubblicata da Fiorenza Dal Corso il giorno Martedì 3 aprile 2012 alle ore 19.51

Le lapin de Pâques est un personnage imaginaire qui, selon la tradition, distribue, la veille du matin de Pâques, des œufs colorés et des œufs en chocolat. Il s'agit d'un lapin, Easter Bunny en anglais ou un lièvre, Osterhase en allemand.
Description
Le lapin de Pâques n'a pas de caractéristiques clairement définies. Parfois blanc, parfois brun et parfois bleu, parfois vert quand il est méchant, il diffère selon l'imaginaire. C'est aussi le cas dans les films d'animation. Il est généralement parlant, intelligent et possède la capacité de se tenir debout.
Origine
Le lapin symbolisant autrefois la fertilité et le renouveau (comme le printemps), c'est dans les pays germaniques que naquit la tradition (Osterhase), avant d'être exporté aux États-Unis par des immigrants allemands au XVIIIe siècle. Cela viendrait d'une légende allemande dans laquelle une femme pauvre, ne pouvant offrir de chocolat à ses enfants, décora des oeufs qu'elle cacha dans le jardin. Les enfants, apercevant un lapin, crurent que celui-ci avait pondu les œufs. Depuis lors, les enfants fabriquèrent un nid qu'ils mettaient dans le jardin en espérant que le lapin de Pâques le remplirait d'œufs durant la nuit. Selon The Catholic Encyclopedia (1913, tome V, page 227), de nombreuses coutumes païennes se rattachèrent à la fête de Pâques. L'œuf est le symbole de germination qui se produit au printemps, et le lapin est un symbole païen qui a toujours représenté la fécondité. Une autre origine du lapin de pâque vient des Saxons où on honorait au printemps la déesse Eastre, qui a d’ailleurs donné son nom à Easter (Pâques en anglais). Le lièvre étant l’animal emblématique de la déesse, il est resté associé aux fêtes de Pâques. De manière similaire, dans les traditions celtiques et scandinaves, le lièvre était le symbole de la déesse mère[. ]La traduction exacte de Osterhase est lièvre de Pâques, et non pas lapin de Pâques.
Alternatives
Le lapin de Pâques est parfois remplacé par d'autres messagers . Dans certaines régions de France les œufs sont apportés par les cloches de Pâques de retour de Rome après la Semaine sainte. En Australie, pour sauver le bilby et lutter contre la prolifération des lapins, les Australiens tentent de changer depuis quelques années la légende : le lapin de Pâques est désormais remplacé par le bilby de Pâques pour sensibiliser les enfants et dégager des fonds destinés à la protection de ces petits marsupiaux en danger d'extinction[][][].



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