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Maria Savasta Note

 
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Autore Messaggio
beny
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Registrato: Dec 25, 2006
Messaggi: 1541

MessaggioInviato: Dom Ott 23, 2011 9:14 am    Oggetto: Maria Savasta Note Rispondi citando

Nell'ora delle chiuse

Talvolta
Sfogliate memorie
Si fanno respiro
Vapori di pianto
Perduto.
E sono dramma.
E sempre
Nell’ora delle chiuse
Fra danze d'ombre
E indifferenti spettri
Gemiti d’amanti e agonizzanti
Trasparenti cieli trapassano
E gaudio e afflizione
Son baciati.
… E muore la ragione.





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beny
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Registrato: Dec 25, 2006
Messaggi: 1541

MessaggioInviato: Dom Ott 23, 2011 9:33 am    Oggetto: Maria Savasta Note Rispondi citando

Nedda*
Nedda era una bambina dal volto rugoso, era entrata in Orfanotrofio
quasi contemporaneamente a me, una ventina di giorni dopo. Aveva
circa cinquant’anni ed era alta poco più di un metro e dieci.
Non soffriva di nanismo, era piccola e basta. Purtroppo anche la sua
mente era rimasta piccola. Ragionava come una bambina di tre, quattro
anni al massimo. Il suo cervello era nel cuore: era tutta e solo cuore.
Era stata la gioia e il dolore di sua madre: “che ne sarà della mia
bambola quando io non ci sarò piu? Chi continuerà a giocare con lei, a
lavarla e vestirla?
Sua madre era anziana e malandata in salute e Nedda era il suo cruccio
perenne.
Morì la madre della bambola rugosa e fu sepolta nella nuda terra fra gli indigenti.
Nedda non capì.
Lo stesso giorno si presentarono all’Ofanotrofio Sindaco, Parroco,
Farmacista Benrdicite e il Dottor Costante a perorare la causa della
piccola:
“Non può restare da sola, è incapace di badare a se stessa, morirà se
non c’è qualcuno che si prende cura di lei.”
“Si potrebbe portare in un Ospizio per anziani
“Non ha l’età, e non ci sembra il posto adatto. Nedda è rimasta bambina
e le piace tanto giocare.
“E guardi Madre che se lei l’addestra, può farle tanti piccoli servizi, come
comprare uova e verdure, accompagnare le bambine a scuola e andare a
riprenderle.
“Non sarà assistita dalla Regione.
La Reverenda non voleva Nedda, pur parlando con cortesia si
intravedeva la sua collera: era diventata gialla e i suoi occhi mandavano
fiamme gelide.
“Tranquilla Madre, abbiamo pensato anche a questo: il Comune le
verserà un piccolo sussidio mensile per le necessità di Nedda, e poi scusi
dov’è la sua carità cristiana? Lei che è francescana ci insegna che San
Francesco amava gli ultimi e si faceva in quattro per loro.
Chi parlò così era il Sindaco rosso del paese che la Superiora vedeva
come il fumo del diavolo; si sentì punta sul vivo e il suo volto cambiò
colore: ora si fece paonazzo dalla rabbia.
Nedda restò in Istituto. Arrivò con le sue poche povere cose: un cambio
di biancheria, la palla, una vecchia pupa di pezza, una corda sfilacciata
per saltare.
Erano i suoi tesori e li custodiva gelosamente in una scatola di scarpe
assieme ad alcune biglie, delle figurine, ritagli di stoffa e fili di lana.
Le monache presero in parola i Notabili del paese e addestrarono Nedda
proprio come si addestra un cane: con rimproveri, cinghiate, zuccherini.
La piccola anziana imparò bene: andava a prendere le uova, comprare la
verdura, fare la guardia al portone, accompagnare e riprendere le
bambine a scuola.
Perse il sorriso e aveva spesso gli occhi rossi.
Piangeva, e nessuno la consolava.
“Nedda, Nedda… scimunita, dove sei? Vai subito dal fruttivendolo, tieni i
soldi stretti nella mano e non farteli rubare.
Nedda si asciugava gli occhi col grembiule e correva.
Nedda non fu mai amata o coccolata, ma sempre bistrattata: era la servitorella di tutti
Aveva la memoria corta e dimenticava subito perché aveva riso o pianto
con la massima facilità.
Le bambine ridevano sentendola parlare, ma lei non se la prese mai;
aveva una strana voce non da bimba ne da donna: parlava in falsetto
strascicando le parole e ripetendole quattro cinque volte.; non era
balbuziente, semplicemente parlava così.
Nelle lunghe sere d’inverno le insegnarono la maglia, la poverella sudò
sette camice e finalmente dopo un paio di mesi riuscì a fare il punto
dritto, solo che i punti non le erano amici: o scappavano o si
moltiplicavano. Iniziava una sciarpa con venti punti e dopo un giorno se
ne ritrovava trenta. La sciarpa era sbilenca e nel frattempo finiva la lana.
Con tanta pazienza la scuciva raggomitolandola e ricominciava da capo.
Sempre così.
Quando non aveva voglia di lavorare la sua maglia giocava in silenzio
con le sue figurine o la vecchia pupattola. Fu sempre compagna dei nostri
giochi: al cerchio, a nascondino, o con la palla o a zappettino.
Quando i bambini crescevano e smettevano di fare giochi infantili, lei
continuava con le nuove generazioni: tutti i bambini del paese di ogni
tempo giocarono con lei.
La calda mano di Nedda sempre più piccola, rinsecchita e rugosa,
asciugava le nostre lacrime; le sue braccine ci avvolgevano quando
eravamo disperate e il nostro pianto era inconsolabile, allora gemeva
cantando piano strane nenie incomprensibili fino a che i nostri singulti
diventavano sempre più fievoli fino a smettere del tutto perché ci
addormentavamo sul suo cuore.
Nedda non mangiò mai al refettorio ne con le ricoverate, ne con le
monache; le mettevano il suo pasto in una ciotola d’alluminio tutta
ammaccata e poggiavano la ciotola su un ceppo del ripostiglio; era
sempre sola nei suoi pasti, solo qualche gatto le faceva visita mettendo in
fuga i topi e lei condivideva col micio il suo misero pranzo.
Era una pena vederla mangiare un’accozzaglia di cibo, versato assieme
dalle monache nella stessa ciotola: brodo, pezzi di frittata, dolce,
verdure, biscotti stantii, salsa ecc., compreso tozzi di pane.
Lei non capiva, voleva mangiare con le orfanelle al refettorio, e piangeva
nel suo angolino.
Fu graziata dal “numero”, mantenne il suo nome “Nedda” fino alla morte.
Una mattina non la si vide giocare col sole, ne piangere a tempo con la
vecchia fontanella spanata.
La trovarono morta con un sorriso stupito negli occhi slavati e spenti.
Aveva fra le braccia una vecchia pupattola di pezza.
Nedda ebbe la fortuna di nascere bambina, restare bambina, morire
bambina; e la sfortuna di non essere capita e trattata con amore e
tenerezza come si fa con i bambini.

* Nedda condivide con la sua illustre omonima di una novella del Verga,
solo il nome.
La storia da me narrata è vera, la protagonista si chiamava Giuseppa,
modificato nella forma dialettale in 'Giusippinedda' ma da tutti chiamata
con l'abbreviativo di Nedda.




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MessaggioInviato: Mer Gen 25, 2012 5:46 pm    Oggetto: Maria Savasta Note Rispondi citando

Lamento sul Corno d’Africa
pubblicata da Maria Savasta il giorno mercoledì 7 settembre 2011 alle ore 22.37
Non ho visto il tuo pianto.
L’ho cercato nei figli del dolore
vaganti vuote orbite
nei tuoi sbrici deserti
Pastore, mio pastore
cercavano fresche acque
e calpestan
lacrimato sale
Non ho visto il tuo cuore
fra affamati
d’erbosi pascoli
che derelitti
senz'ira mangiano
palmi di grama terra.
Ho guardato
e non visto compassione
ne condivisione, ne consolazione…
su quei smagriti piedi
e secchi cuori:
han perso il tuo vincastro
o mio pastore.
Dove sei
quando il corno muore?!





facebook.com/note.php?note_id=10150291996602851


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MessaggioInviato: Mar Feb 14, 2012 6:23 am    Oggetto: Maria Savasta Note : Club delle Muse Rispondi citando

Riverberi di Luce - Comunità "Club delle Muse"
Ritratto di pensiero – sulla morte di un amico

Umana finitezza
ragione turba
così abbassano tendine
occhi
e lavano dolore
pudichi fiordalisi,
amara relatività:
su tempo
scivola tempo
ieri
dopo sole, eterno.

Maria Savasta
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Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione,
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