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Diario di una nevrosi da Gabriele Prignano

 
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Autore Messaggio
beny
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Messaggi: 1541

MessaggioInviato: Mar Nov 15, 2011 10:46 am    Oggetto: Diario di una nevrosi da Gabriele Prignano Rispondi citando

18 ottobre 2011 alle ore 9.59
Diario di una nevrosi

10 Gennaio 1992

Mi prende in cura una psicologa.
L’annuncio mi rasserena. Sono felice. Qualcosa dentro, forse, comincia a
muoversi, ad annaspare piacevolmente. Trovarmi di fronte una donna,
anziché un uomo,semplifica il mio problema.
Di fronte ad un uomo mi sentirei alla pari, o cercherei di mostrarmi alla pari. O
mentirei. Non mi va di aprirmi, insomma. Non gli credo. E sarebbe faticoso,
difficile impormi la rinuncia ad un pudore che copra le mie debolezze. Non mi
sentirei “vero”, ecco, e comincerei a recitare il solito, vecchio ruolo di uomo.
Sono anni, purtroppo, che recito. Vi sono costretto. Parlare, parlo solo a me
stesso. Di notte, in particolare, quando tutto è buio attorno a me, quando il
panico mi assale, quando piove, quando tuona, quando il vento fischia e sembra
voler portar via con sé tutto. Anche me.
Di fronte ad altri, resto immobile come una statua. Oppure chiacchiero.
Chiacchiero troppo. E a sproposito. E le parole hanno un flusso irregolare,
violento, esagerato. Condito o, meglio, nascosto o trasformato da un’insistente,
noiosa, intollerabile ironia.
Sembra, questo, il mio momento migliore. Ed è, invece, il peggiore. Il più
pericoloso, perché frattanto qualcosa mi si spezza dentro, o mi si è spezzato
dentro.
Chi siamo? Cosa accadrà? Dove andremo?
Ho bisogno di parlare, di confessarmi. Vedo, però, il deserto, tutt’intorno. La
percezione del deserto è nitida, dolorosa, drammatica. E reagisco col rifiuto a
parlare nel vuoto. Ho bisogno, però, di gridare. E rido, allora. Scherzo, sfotto.
E’, forse, il mio modo meschino di aggredire, di provocare, di scontrarmi con una
umanità nella quale, forse tutti, ci sentiamo solo fisicamente inseriti.

Ore 9.05
Com’è la dottoressa? Bella? Brutta? Alta, bassa? Magra, grassa?
Comincio a fantasticare. E, improvvisamente, sento rifluire in me un piacevole,
confortante senso di ottimismo. Credo ciecamente in ciò che voglio e penso. Credo
ai sogni, alle fantasie, ai desideri. Ed ho già costruita la “mia” dottoressa.
L’ho creata ad immagine e somiglianza dei miei sogni. E, ora, ce l’ho davanti agli
occhi, come fosse vera. E la guardo. La interrogo. L’ascolto. Galoppo, insomma.
Fantastico. Ecco, è il mio vero “male”, questo: fantasticare. E non posso
ammazzarle, le mie fantasie. Ammazzerei me stesso.
Mi torna in mente, improvvisamente, il policlinico “Gemelli”. L’attesa. La stanza
semibuia. Il mio ingresso lento, incerto. E l’infermiera che mi sottopone allo
strazio di un lungo tubo nel retro.
E comincio a tracciare, ora, uno strano parallelo: infermiera-psicologa. E mi
sforzo di inserire l’immagine in una prospettiva logica. Di afferrarne il senso,
insomma. Penso che il parallelo racchiuda un nodo, che tento di spiegarmi.
Inutilmente. Ci proverò più tardi.
Sono, ora, di nuovo intimorito, dubbioso, pigro. Quasi spento. Penso che la
psicologa sarà fredda, laconica, distante. Mi dirà, forse:
“ Prepariamo la scheda: nome, cognome, indirizzo.“
Forse aggiungerà:
“ Cercheremo di aiutarla. Faccia del suo meglio lei, però. Collabori.“
E mi congederà, forse, dicendo:
“ Ci rivediamo la prossima settimana. O fra due. O fra tre. Arrivederci e grazie.“
Gli studi medici, talvolta, sono come un gioco di magia. Credi di uscirne guarito.
E ti ritrovi addosso, invece, nuove malattie.

Ore 10.10 circa.
La dottoressa! Entro nel suo studi e la guardo. Non male, dai! Mi piace
persino l’anello che splende al suo dito. Un anello che attira la mia attenzione e
mi suggestiona. Magicamente.
Sono frastornato. Schiaccio la sigaretta in una scatola di spilli. Inciampo e quasi
casco. Dico “buonasera” alle dieci del mattino. E poi mi metto seduto e comincio ad
osservare.
Vedo, ora, una duplice barriera tra me e lei. Da una parte, la scrivania
disseminata di pratiche, di ricette, di medicinali. E, dall’altra, la mia radicata,
ferma prevenzione verso tutto ciò. Una prevenzione che, ora, ha anche un’altra
radice. Sarà lei, la psicologa, ad esaminare me. Cioè: io, l’oggetto. Un
inconfondibile rapporto di sudditanza psicologica. Lei al di sopra di me. Come
l’infermiera, penso!
E’ un lampo di genio, questo! Un primo varco verso la “spiegazione” che mi ostino
a cercare.
La dottoressa mi fissa e sorride. Anzi ride. Piace vederla ridere. E ride anche
quando fissa le carte accumulate sulla sua scrivania. E poi sorride ,
misteriosamente, guardandosi attorno. Ecco, mi piace, perché non capisco. E’
“nuova” per me. Inaspettata. Non ho mai paura di chi sorride. E non diffido di lei.
Sarò tutto suo, tra poco. Non opporrò resistenza. Mi lascerò andare.
Tranquillamente. E farò, giuro, tutto quello che mi dirà di fare. E, d’altra
parte,non mi sento malato. Fisicamente, almeno, non lo sono affatto.
I miei disturbi?
Capogiri, brividi, febbre, paura. Talvolta la sensazione di soffocare.
Spaventatissima. E poi, apatia. E, improvvisamente, una voglia matta di ridere,
scherzare, saltare. Scontrandomi con tutti. Sfottendoli. Senza cattiveria, si, ma
con insistenza, con ostinazione. Provoco soprattutto gli amici, senza però gioire
del loro sentirsi incompresi, delusi, traditi.
La dottoressa, ora, mi chiede di parlare. E io parlo. Non mi par vero di poter,
finalmente, “parlare”. Non vorrei smettere mai di parlare, spiegare, raccontare. Il
filo del discorso, però, solo apparentemente è nelle mie mani. E’ lei, in realtà,
che tesse, dipana, guida, chiarisce
E’ garbata e tenera. Mi chiama “tesoro”. E’ mestiere, lo so. Serve per disarmarmi.
E comincio, quindi, a sospettare che, alla fine, resterò ancora una volta deluso.
Lei, forse, cova dentro di sé la solita miscela di malizia e ferocia, che certamente,
alla fine, tirerà fuori, divorandomi.
Improvvisamente, allora, divento scontroso. Non mi va più di parlare. Non mi va di
scoprirmi. Non voglio che manipoli la mia anima.
Ora penso che non è il clamore assordante delle auto ad infastidirmi, ma la
gocciolina d’acqua che cade dal rubinetto. E’ petulante, insistente, insignificante,
eterna. Sempre uguale a se stessa.
Cosa c’entra? Ecco, non so. Non lo so proprio. Giuro.

Ore 11.20
Ora mi appare tutto falso. E ricostruire non mi riesce, mi sembra impossibile.
Vorrei poter guardare tranquillamente dentro di me. Capirmi. Interpretarmi. Mettere
ordine. Da solo, però, non riesco. Non ci riuscirò mai. Morirò, forse, sconosciuto a
me stesso. E ho bisogno di aiuto. Sono come drogato. Ho paura. E tremo come un
bambino. Il mio cuore batte forte, irregolarmente. Follemente.
Inutilmente tento di superare questa fase: di un uomo, cioè, che dubita di sé, non
crede agli altri e non stima la vita.
Il rovescio della medaglia, però, è ancora più intollerabile. E’ l’apatia.
In questo periodo la mia immagine si va sempre più stampando sulla seconda faccia
della medaglia.

19 Gennaio
E’ sera. Continua il mio tormento. Sono deluso e scontento. Il bilancio che la
mia testa, impietosamente, mi costringe a fare, di me, della mia vita, del mio esser
vivo è opprimente, deprimente, desolante.
Mancano i contatti umani. Manca la capacità o la volontà di adattamento. Non voglio
piegarmi. E nemmeno rassegnarmi. E mi ripeto: non è questo il mio mondo. Qual’ è,
allora? E divento sempre più scialbo, monotono, ossessivo. Sento, però,
che ho ancora qualcosa, dentro. Di vitale, di grande. Il che, però, rende me stesso,
ai miei stessi occhi, ancora più bizzarro, strano, inspiegabile.
Forse stupido.
L’anno scorso, ricordo, osservai a lungo, nel corso delle mie lunghe peregrinazioni
in casa, il cassettone della mia camera da letto. Era enorme. Composto di sei
cassetti, distribuiti sui due lati. Studiai a lungo una diversa distribuzione dei
cassetti e la sera, a letto, prospettai l’idea a mia moglie.
Avrei segato a metà il cassettone e poi ricomposto con cura. Avrei, cioè, disposto
tutti i cassetti verticalmente, l’uno sugli altri. L’avrei, infine, piallato,
incollato e lucidato.
Mi affannai a difendere strenuamente - e anche in modo commovente -l’originalità
dell’idea ed il fatto che un cassettone, così adattato, avrebbe occupato la metà
dello spazio attuale. Fu una dura, lunga, tremenda lotta, lo ammetto. Alla fine,
però, travolta, soggiogata dalle patetiche ma convinte insistenze, mia moglie
capitolò.
L’operazione fu eseguita puntualmente, ma frettolosamente. E non riuscì, né poteva
riuscire, perché i lati del cassettone erano bombati. Il bel mobile, perciò, spaccato
a metà ed inservibile, fu dato in pasto al camino e riscaldò la casa durante tutto
l’inverno.
La mania delle idee originali ha fatto più danni in casa mia che non un
terremoto. E mia moglie non è mai riuscita ad opporsi con la necessaria
energia. Ingenuamente, anzi, si è sempre lasciata convincere da argomentazioni
che avevano un solo pregio: erano patetiche.
Ora è cambiata anche lei. Mi rinfaccia incapacità e cocciutaggine. E io rido di me.
E penso:
Non so, francamente, se sia più scandalizzata che atterrita dal ripetersi metodico
di tentativi destinati tutti a fallire. E la cosa non mi stupisce. Ha ragione, ripeto.
Mi irrita, però.
Non c’è forse anche qui un tentativo di bloccarmi, cancellarmi, annientarmi?
22 Gennaio ore 10.30
La dottoressa continua ad indagare, in silenzio. Ha gli occhi puntati come fari
accecanti sulle mie labbra. Ho intuito che ha già l’idea di ciò che sono e che
rappresento ai suoi occhi. Finge, però, di studiarmi ancora. E stupidamente, io,
continuo a sentirmi come protetto dal suo silenzio, dal suo sguardo, dai suoi sorrisi.
Ho, però, un pensiero fisso davanti ai miei occhi. Una scena solo apparentemente
estranea al colloquio in corso.
Indosso un goffo camice bianco, corto quanto una minigonna e sono disteso sul
gelido piano di un apparato radiografico. La ragazza, alle mie spalle, mi
rivolge alcune domande. Sono immerso nel buio. Non la vedo, ma la sua voce
garbata giunge distintamente alle mie orecchie. E comincio a parlare,
rispondendole. E parlo a lungo, instancabile, focosamente e serenamente. E,
improvvisamente, ingrata quanto un tradimento, la dolorosa trafittura di cui ho
parlato.
L’infermiera - di cui ricordo ancora gli occhi vividi e mobili - è ora, di
nuovo, di fronte a me. Sovrappone la sua immagine a quella della dottoressa. Si fonde e
confonde con lei. Anche la psicologa, infatti, ha preparato il suo tradimento. Mi
ha detto
“ Lei pensa al suicidio! “
Pressappoco così. E le ho sorriso, io. Mi sono alzato. L’ho salutata. E le ho detto:
“ D’accordo. “
D’accordo? Ma su cosa?

Ore 22=
Sveglio tutta la notte. E non mi leverò dal letto. Così ho deciso e così farò.
Mi spiace per Amalia. Va e viene. Mi sorveglia. Mi si sdraia accanto. Mi accarezza,
mi abbraccia. E mi dice:
“ Vestiti, dai. Coraggio. Andiamo sul divano. Facciamo quattro chiacchiere. Ti va? “
Rispondo con un sorriso. E cerco di liberarmi del suo abbraccio. E intanto ripenso alle
parole della dottoressa. Una sentenza. Tremenda. Ridicola, però.
Incredibile.
Ci ho pensato, dai, lo ammetto. C’è, però, in quel pensiero, un misto di paura,
disperazione, fuga. Ma anche di esaltazione, compatimento, autocompiacimento. Un modo di
piacersi, per star meglio, figurandosi - e
stando - peggio.
Non mi piaccio, è vero. E non mi piacciono molte, troppe, forse tutte le cose che vedo
attorno a me. E sento anche che sto per perdere qualcosa di infinitamente vitale di me
stesso. O che potrei perderla. Avverto una sensazione
assai strana di smarrimento.
Non credo, non ho fiducia. Mi sento perduto. Inutile, piccolo, sporco. Chi sono? Dove sono?
Perché sono? Guardo con inquietudine alla finestra. E’ aperta. Corro a chiuderla. Odio
profondità, ponti e abissi. Vedo l’inferno da lassù. Fuoco e ceneri.
Affacciarmi è un po’ come tentarmi. La solita storia di rifiuto-attrazione.
Mi tengo ben fermo, steso nel letto. Mi copro la testa. E rabbrividisco. E piango.
E penso ad Amalia.
Domenica, 16 Marzo ore 2.30
Se non avessi sentito, improvvisamente, gli infissi della finestra
scricchiolare - ancora paura! - non mi sarei deciso, forse, ad andare a letto.
E’ bello il silenzio. Un sincero, vero, grande compagno. Continua a suggerirmi di far
pace con me stesso. E lo desidero anch’io, francamente. E in modo forte. Voglio
tentare di risalire, costruire, creare nuovi contatti. Cercare nuove amicizie,
nuove iniziative.
Non so ancora se ho imboccata la strada giusta. So, però, che seguirò i consigli
della psicologa. Lo ama, il suo lavoro, lei. Ama chi le è di fronte. Ama l’umanità.
Ieri l’ho sognata. Nuda. Mi ha abbracciato. Mi ha di nuovo detto “tesoro”. MI ha
stretto forte tra le braccia. E io non mi sono mosso. Non ho preso iniziative. Non
l’ho toccata. Mi piace così. Mi piace sentirla su di me.
Chissà cosa sognerò stanotte?
Ore 3.55
A letto. Stringo forte il cuscino. Vorrei abbracciare mia moglie. Baciarla.
Fare l’amore. Ma non oso. Temo le sue domande. Temo la sua fragilità. E stringo
il cuscino tra le gambe. E penso a lei. Morbida e dolce. La mia Amalia.
Ineguagliabile.


((Gabriele Prignano))
da "Il sesso di Ada" edito da Boopen



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