Libero de Libero

Scuola - 1976

Categoria Scittore, Poeta
Città: Fondi (LT) 1903 - Roma 1981
Sito Web: www.lacittadifondi.it/liberodelibero
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Libero de Libero - seconda parte
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Conosciamo Libero de Libero
(di Fernando Seconnino 2003)


Libero de Libero è stato il più grande poeta fondano, uno tra i più grandi poeti del  Novecento italiano, amico di Ungaretti, Quasimodo, Montale, Cardarelli, Bonaviri, Spaziani, Sibilla Aleramo, Sinisgalli, Petroni, Mario Luzi e tanti altri nomi di nota. Quasimodo, dopo aver ricevuto il premio Nobel, intervistato dal “Mattino” di Napoli il 15 luglio 1971 da L. Gallo, affermava “lo hanno dato a me, ma avrebbero potuto benissimo darlo a Libero de Libero”, come leggiamo sul libro di Anna Maria Scarpati “Libero de Libero uomo, poeta, narratore”.
Libero de Libero non appartiene solo a Fondi o all’Italia ma al mondo intero.
Ha trasformato la Fondi degli anni trenta culturalmente assopita in un centro vivo di fermenti culturali che produssero quei nomi che tutti  abbiamo imparato ad amare:  Purificato, de Santis e Dan Danino di Sarra tra i più noti.
È stato, ed  ancora lo è,  una fonte d’ispirazione e guida per tutti i nostri poeti contemporanei.
Un libro di grande merito per capire questo grande uomo ci viene presentato dalla dottoressa Anna Maria Scarpati che conobbe de Libero all’età di sedici anni e gli fu amica fino alla sua morte. Pubblicato nel 2003, edizioni Kappa, “Libero de Libero, uomo, poeta, narratore”, fa seguito al primo della stessa autrice “Libero de Libero e la Scuola Romana”, pubblicato nel 2000, pure molto interessante per chi voglia conoscere gli ambienti artistici in cui de Libero si muoveva ed i suoi interessi nella pittura.
A mio parere questi libri sono di grande interesse per chiunque voglia conoscere intimamente questo poeta.
Da molti anni Anna Maria Scarpati si batte per far “ritrovare” Libero de Libero; l’autrice fa largamente uso di materiali originali come i diari in cui de Libero apre la sua anima e mostra lo sfondo interiore su cui prende forma la sua arte.
La lettura di questi libri mi ha svelato il poeta, che, sebbene il suo nome mi sia stato sempre familiare, è restato, purtroppo, uno sconosciuto.
La cosa che mi consola è sentire che docenti universitari sono grati come me, ad Anna Maria Scarpati per averci dato la possibilità di rileggere e conoscere l’uomo de Libero e ricalcando le parole del prof. Giuliano Manacorda, Marcello Carlino, il Prof. Vacana e le Prof. Maria Teresa Vinci e Monica Lanzillotta è auspicabile che al più presto venga adottata come libro di testo per le scuole e l’Università questa biografia che ci presenta un personaggio che ci appartiene e da noi deve partire la sua riscoperta.
Come ci dice Anna Maria Scarpati, il comune di Fondi nella persona del sindaco Luigi Parisella e dell’assessore alle politiche culturali Egidio Turchetta, la regione Lazio col presidente del Consiglio Claudio Fazzone, la Banca Popolare di Fondi nella persona del direttore Peppino Rasile, sono stati presenti dando alla scrittrice la possibilità di pubblicare i suddetti libri e la gioia di presentarli nel suo paese nella prestigiosa sede del Castello Comunale.
Con Anna Maria Scarpati ci siamo assunti, alla “Portella” (sito culturale fondano www.laportella.net) il compito non facile di rivalutare, re-impostare, la cultura deliberiana su basi solide, su materiali originali.
Vorremmo che si pubblicassero tutte le poesie di de Libero in una opera completa  e salvarle dal “macero” del tempo e dell’incuria. Stiamo cercando di interessare il Comune e la Regione a tale proposito.

Dagli atti del Convegno su de Libero
(cooperativa Culturale "Confronto")


L'opera di de Libero merita tutta la nostra attenzione
di Natalino Sapegno
Ringrazio il sig. Sindaco per le parole particolarmente cortesi che ha avuto nei miei riguardi e per ciò che ha detto per l'iniziativa che oggi si svolge. Ringrazio ancora anche gli organizzatori di questa giornata di studio, perché hanno voluto invitarmi, non dico a presiedere, ma a presenziare a questo convegno.
Viviamo in una età che è poco propensa a tenere vivo il ricordo e il culto dei suoi poeti. Perciò riesce particolarmente consolante, bello, che si torni a parlare di de Libero a cinque anni dalla sua morte e che si torni a parlarne qui, fra la sua gente, sullo sfondo di questo ambiente, di questo paesaggio, che costituisce un riferimento così importante e costante in tutto il ciclo della sua poesia.
Oggi i poeti, dicevo, non sono facilmente ricordati. Una civiltà particolarmente frettolosa ed immemore, tutta intesa semmai a porre la sua attenzione sullo specchio mutevole di una attualità sempre più effimera. Una civiltà che ha perduto il senso della storia, della sacralità della memoria, si affretta di solito a stendere un velo di oblio sull'opera dei suoi protagonisti non appena essi sono usciti dalla scena. Perciò è particolarmente consolante che una volta tanto, questo processo di obliterazione non si verifichi, è particolarmente consolante, perché quelli che come me sono giunti ad una tale età, sono portati sempre più spesso a disperare della buona volontà dei contemporanei.
In realtà l'opera di de Libero merita tutta la nostra attenzione, merita che si ritorni su di essa per meditarla, per riconoscerne tutti gli aspetti, per misurarla in tutte le sue qualità. È un'opera particolarmente significativa, è un'opera ricca, complessa, multiforme, che deve essere vista - sia pure tenendo al centro la vocazione poetica, la sua personalità - senza dimenticare tutti gli altri aspetti che concorrono a far di de Libero una personalità che ha avuto un posto singolarmente importante nello svolgimento della cultura letteraria della prima metà del Novecento. Si dovrà tentare di ricostruire, appunto, le molteplici facce di questa figura. Si dovrà cercare di ricostruire il quadro dell'ambiente in cui egli si è formato, di quella cultura romana che fu particolarmente ricca e interessante negli anni in cui de Libero si formava, al cui svolgimento egli ha dato un apporto significativo come tutti sanno. Si dovrà soprattutto cercare di sottrarre la figura di de Libero a quello che è lo schema di un'etichetta, di una di quelle etichette che servono, di solito, ad eludere la ricerca più precisa sopra un tema, sopra un testo e a eludere la necessità di arrivare ad una definizione che sia veramente caratterizzante, individuante. L'etichetta in questo caso è - come tutti sanno - è quella dell'ermetismo, è che de Libero si sia formato nell'ambiente delle poetiche alla vigilia della grande guerra, che appunto vanno comunemente raccolte sotto questo nome di ermetismo, è un fatto che tutti possono constatare, ma è anche vero che la personalità di de Libero occupa in questo quadro un suo posto ben distinto e determinato, per cui sarebbe impossibile confonderla con altre figure di quel momento, anche con le figure che gli furono più vicine. Pensiamo, per esempio, a quella che è la musicalità di un poeta come Gatto, questa esistenza di una musica quasi settecentesca, metastasiana, completamente astratta dal senso preciso del discorso. Pensiamo a quello che è il tono di raffinatezza e di squisitezza di un Luzi, per esempio. Persino alla grazia, all'eleganza di un Sinisgalli, che tra tutti questi, è senz'altro il più vicino a de Libero.
L'accento del discorso di de Libero è tutt'altro. C'è in lui una asprezza di tono, c'è soprattutto una veemenza di metafore che danno al suo discorso poetico il tono di uno stile aspro, se vogliamo usare una formula consacrata per altri tempi, per altre stagioni. E questo stile aspro, direi che caratterizza in qualche modo la poesia di de Libero. Certo non so se sia il ricordo di una lunga amicizia, di una lunga frequentazione, a farmi sentire in qualche modo nell'accento del discorso poetico di de Libero, un riferimento, un riscontro, con quella che fu la fierezza, l'alterigia, diremmo quasi la scontrosità del carattere di de Libero, come molti tra noi l'hanno conosciuto.
Ma non voglio inoltrarmi in un terreno che qui adesso non mi compete. Sono presenti qui molte personalità di studiosi, ciascuno espertissimo nel suo campo, ciascuno di essi riferirà su un aspetto, su un tratto della fisionomia di de Libero. Non è certo da pensare che questa giornata di studio, così breve, possa esaurire l'ambito di ricerche che dovranno essere certamente continuate e riprese, ma è certo che le persone insigni che oggi debbono parlare, sapranno dirci molte cose interessanti e utili sull'argomento e perciò ad esse io cedo senz'altro la parola.
Il poeta puro e la realtà
di Guglielmo Petroni
Non ho voluto sottrarmi alla partecipazione a questo convegno, perché ritengo doveroso un ricordo di Libero de Libero, per una rivisitazione della sua opera che, tra la poesia della sua generazione, è tra quelle che sono state meno precisate malgrado i suoi valori intensissimi.
Istintivamente avrei voluto sottrarmi per due ragioni, prima, perché Libero de Libero, per cinquanta anni, è stata per me una delle più assidue presenze sia nell'amicizia che nel lavoro; secondo perché, appunto, questa consuetudine, mi spinge più al ricordo personale che alla distaccata lettura della sua poesia. Lettura, del resto, difficile, che fortunatamente non si presta ad essere sistemata secondo le categorie correnti.
Se dico lettura difficile, oltre alle ragioni personali, intendo riferirmi a quelle oggettive che, anche i suoi migliori critici hanno generalmente accusato: sono le difficoltà che s'incontrano nei poeti di alta e intensa carica intellettuale, la quale sfugge a tutti gli schemi con cui oggi si affrontano i giudizi sulla poesia, specialmente quella della sua generazione. Fu infatti assegnato da alcuni alla poesia ermetica e si parlò molto di surrealismo: non amo gli schemi, ma per de Libero mi pare che i suoi momenti significativi vanno individuati nel linguaggio e nei temi. La sua parola sfugge alle definizioni, raffinatissima quando è d'ispirazione popolare, quasi corrente quando cerca motivi esclusivi e raffinati. Occorre affrontare de Libero nel suo linguaggio, recepirlo come una comunicazione personale grandemente creativa.
Poeta puro, ho scritto nel titolo di questo mio intervento, contrapponendolo alla realtà; ma la contrapposizione penso possa essere facilmente identificata nell'opera dello scrittore, che di contrasti e contraddizioni ha sempre saputo conciliarne parecchi, non certo per ambiguità, ma per ragioni di stile, per quel certo humor che ogni tanto traspare. Basta tra l'altro pensare alla complessità del suo linguaggio colto e raffinato anche quando attinge a certe rozzezze popolari ch'egli trasfigura da maestro. Comunque, io non desidero, e non potrei addentrarmi in un vero e proprio esame critico che, in questa sede, spetta a ben altri amici; mi piace soltanto mettere in evidenza una definizione bella quanto autorevole data da Alberto Savinio: Un Rimbaud nostro e che il demone ha lasciato in pace.
Per quanto mi riguarda ho contrapposto la realtà al poeta puro, per limitarmi a ricordare un momento preciso e significativo della sua poesia. L'uomo ed il poeta potevano, in certe circostanze, apparire assolutamente indifferenti alla vita civile, alle realtà umane che ci hanno circondato e sovrastato; ma in verità non è dato dirlo, non solo per certi momenti ricorrenti nella sua poesia in cui si sente l'allusione e la presenza di cose vere, di sentimenti umani che riguardano i più; ma anche perché, al momento opportuno, lo abbiamo ben visto, Libero non si è sottratto, ha voluto essere presente a ciò che coinvolgeva profondamente tutti gli uomini di buona volontà (come si suol dire). Mi riferisco con ciò è facile capirlo, a quel gruppo di poesie, anzi di poemetti, tra i quali basta citare Settembre tedesco, Il morto soldato, 0 mia patria in tutti i pensieri.
Personalmente ho sempre letto queste poesie con una certa commozione; non solo per ciò che rappresentano in sé, ma anche perché esse mi danno l'immagine più segreta, meno facile ad essere colta, dall'amico che, non di rado, sembrava apparire refrattario, insofferente a questo tipo di realtà, come alla realtà in genere. A questo punto si potrebbe osservare che proprio questo aspetto di de Libero può ricordarci che, forse, ogni lavoro creativo di alta qualità è sempre opera civile, anche quando si riferisce ad aspetti astratti della vita; ma a parte qualsiasi considerazione generale, quand'è necessario, de Libero si apre alla partecipazione. Quel bambino ucciso dai tedeschi a Forte Pietralata, è una presenza, e presenza più vera e toccante quanto più la sua vicenda suggerisce al poeta immagini che sembrano esulare ed invece, appunto per questo, più profondamente ne incidono l'immagine nel nostro cuore e nella nostra fantasia.
Tralascio di citare l'opera narrativa di Libero, anche se in essa si può vedere in trasparenza quale fu la formazione del poeta, quali furono le difficoltà che la vita riserbò al giovane di Fondi; quali preoccupazioni esistenziali, che la sua opera poetica spesso ripropone, egli seppe comporre in una vita esemplare di intellettuale. Preferisco un accenno alla sua attività di critico d'arte e di promotore culturale dell'arte, che del resto si può tutta prefigurare in pochi nomi tra i protagonisti della pittura italiana del nostro secolo. Savinio, De Chirico, il primo Carrà, Morandi, i grandi metafisici, furono al centro degli interessi del critico, che poi passò ulteriormente alla frequentazione dei pittori della Scuola Romana, dei quali basti ricordare, tra i tantissimi, Scipione e Mafai. Fu questa una esperienza che non si è mai potuta dire estranea anche al de Libero poeta e scrittore.
Pochi giorni or sono mi è capitato per caso tra le mani un suo raccontino, una breve narrazione piena di spirito e di tristezza nascosta che rispecchia ironicamente, come in una parabola, alcuni dei caratteri e dei disagi che, tuttavia, lo rendevano vivo e vivace.
Voglio concludere soffermandomi su questo piccolo testo, credo quasi sconosciuto, perché in esso mi sembra di aver colto i tratti stessi del volto del mio amico.
E' un elzeviro apparso su un numero di "Paese Sera" nel 1960. Si intitola Favola di ieri, descrive le peripezie quotidiane di un uomo di piccola statura, al quale il mondo si dimostra ostile o indifferente, mentre in realtà egli si sente al di sopra degli altri. Il protagonista, che si chiama Omega, riferisce (cito testualmente) "non era tale da sognare o per seguire ambizioni eccelse, preferendo starsene con la realtà degli avvenimenti, perfidi e sciocchi e meravigliosi, che erano la propria e l'altrui vita". Non so cosa potessero essere o sono le ambizioni eccelse, ma è certo che queste parole così facilmente riferibili a Libero, cancellano molte immagini di maniera che ancora circolano su di lui, ed ai nostri occhi mostrano l'uomo dentro le cose, il poeta che se ne impossessa e le trasfigura, ma non ne mistifica la realtà.
La poesia, quando è tale, è comunicazione profonda, basta saperla leggere.
Le braci di de Libero
di Giuliano Manacorda
Sarà bene cominciare con una doppia puntualizzazione linguistica, lessicale e grammaticale, apparentemente marginale, in realtà - crediamo - importante per intendere il senso del titolo della raccolta deliberiana dal quale prende spunto anche il titolo di questo nostro intervento. La precisazione lessicale riguarda la parola brace facilmente confondibile - e lo stesso de Libero talvolta sembra indurci nell'equivoco - con la parola "cenere", mentre essa indica uno stato di combustione in via di estinguimento ma nel quale ancora brillano qua e là i segni della fiamma che potrebbe tornare a riaccendersi; e insomma, per dirla con le esemplari parole dell'autore che così ci rimette sulla strada di una giusta lettura: "Non è più fuoco ma cenere non è" (in Circostanze). La parola brace è poi inserita in un'espressione - "di brace in brace" - che indica movimento, passaggio da una condizione ad un'altra e un'altra ancora in una serie dolorosa, una serie di "eclissi" se vogliamo restare nella terminologia deliberiana, che comunque non indica mai quiete, cessazione, rinuncia ma persistenza e resistenza. A questo si aggiunga che entrambi i termini che abbiamo ricordato non fanno parte di un vocabolario confinato in quella sua penultima raccolta, essendo possibile trovare sia la parola brace sia la locuzione di ... in in altre raccolte (e su questo dovremo tornare).
Ma un primo ordine di considerazioni potremmo già a questo punto avanzare: la condizione psicologica e biografica che fra il 1956 e il 1970 ha dettato le poesie raccolte nel volume Di brace in brace non è il punto d'arrivo di una parabola discendente che da una condizione di vitalità giovanile, di fiducia nel vivere, di felicità sia pervenuta alla sconsolata e drammatica coscienza delle illusioni, della vanità del tutto, della nullità dell'io - "un nulla che porta il mio nome"; si tratta, piuttosto, di una struttura umana totale, psichica, biologica e culturale, che caratterizza da sempre il poeta e ne determina e ne qualifica l'opera costantemente, sia pure nelle inevitabili particolari variazioni. In secondo luogo, e come già si è accennato, questa struttura ha un suo dinamismo, non è puramente contemplativa né narcisisticamente compiaciuta, è un dibattersi, quasi un lottare contro una sorte amara e tuttavia controllata e forse redenta proprio dalla "presenza melodiosa, / in filigrana d'un verso spaurito".
Certo, non mancano, nel ricordo di tempi e di luoghi, immagini di serenità, il "veliero" della vita, per stare ad una delle tante metafore deliberiane, ha navigato anche acque apparentemente felici: l'infanzia remota, il paesaggio ciociaro, la fine della guerra, il brivido dell'amore - ma la memoria dei primi anni non è gioiosa se subito è offuscata dal senso di abbandono e di morte "per le stanze, convegno di sedie ormai"; e il legame con la geografia ciociara è dolce e struggente ma la sua storia è fatta di pastori angariati da predoni e segnata dalla fame e dal dramma dell'emigrazione: "il pianto svena ancora la tua gente dolorosa"; e la pace ritornata dopo gli orrori delle stragi non porta entusiasmo ma il rimpianto immedicabile per coloro che hanno perso la vita e, ancora peggiore, la burocratica indifferenza dei sopravvissuti: "la grassa pietà / dei vivi intreccia corone, / a voi eroi per libri di scuola / i vivi frettolosi sbagliano inni". E anche l'amore, consegnato in quel personalissimo canzoniere che è Eclisse, se procura una momentanea sublimazione, si risolve pur esso nella pena per il "regno decaduto", il "banchetto" fatto ormai "deserto".
E' sulla linea di questa dialettica tra il bene desiderato e sognato e la sua assenza o l'irrimediabile fine che si muove gran parte della poesia di de Libero, tra "il fiore e la brace", appunto; e brace torna ad essere ripetutamente il vocabolo tematico per questo mai raggiunto equilibrio tra il positivo e il negativo; "lampo di brace" fu l'amico giovinetto "morto un mattino d'aprile" - "e io forse ridevo per l'aprile"; e "brace nella notte" sono gli occhi della madre che lo inseguono nell'insonnia non per rinnovargli dolcezze ma la memoria dolente di "una famiglia che fu mia" e ora non c'è più, ma forse un tempo potrà rinascere in quella "stanza di cielo dove tu mi attendi".
In altri termini, forse quel "fuoco" che non è più tale ma non è ancora "cenere", quella fiamma che potrebbe riaccendersi dai tizzoni ardenti della brace non hanno mai divampato se non in qualche illusa memoria lontana o in qualche poco credibile speranza ultraterrena; e il movimento non è mai stato di fuoco in fuoco e nemmeno di fuoco in gelo, ma si è sempre estenuato "di brace in brace", esaurito "di crollo in crollo". E potrebbe essere anche questa la ragione di quel tanto di meccanico e persino di inerte che la critica più avversa ha denunciato nella poesia di de Libero.
Ma se tutto si risolvesse nella continuità di quella dialettica e delle parole per esprimerla, il discorso (parlo almeno del discorso che a noi interessa in questo momento) si ridurrebbe davvero ad una facile linearità e alle sue modeste deviazioni; ma pur confermando la fedeltà caratteriale a quell'intuizione del vivere, ci pare che l'articolazione della carriera poetica si arricchisca lungo gli anni e i decenni e segni un punto emergente proprio nella raccolta che qui si tenta di esaminare. Essa riunisce le poesie dell`autunno" della vita, un autunno assai precoce in verità, e che forse era stata addirittura una categoria vitale dell'intera esistenza, ma che qui comunque comincia ad essere sentito come un fatto anagrafico, un richiamo del calendario: "noi atleti decrepiti nell'arena", eroi sconsacrati lungo un'esperienza "ormai persa negli anni e nei raggiri", "noi pagine di un libro che si apre e chiude / al vento di braccia disperate". Siamo al punto in cui tra l'effimero rinnovarsi delle consuete illusioni si è fatto strada e trionfa unico il motivo dominante con l'imperioso e vano alt imposto alla vecchiaia e alle sue orrende sembianze: "e il vecchio che io sono non dire". È qui, a noi sembra, la novità, la differenza tra questa ultima stagione poetica e quelle che l'avevano preceduta; la dialettica si è ormai ridotta entro i brevi termini concessi "tra condanna e desiderio" da un'inarrestabile condizione oggettiva. Non è mutata la mappa dell'itinerario che continua e accentua il suo percorso "di brace in brace", ma si sono ristretti i punti cardinali entro cui si muove e soprattutto è mutato lo spirito di chi lo percorre. E tuttavia non ci pare che vi sia una resa incondizionata alla sorte di decadenza con il suo non scongiurabile esito, tale è la ricchezza reattiva che trapassa da una pagina all'altra, la pietà per la "ragazza virtuosa di giorno", il sarcasmo per "una signora culturale" con la fierezza per la propria dignità, gli accenti di invettiva contro il costume degradato, la tenerezza per il padre con la nostalgia per il passato, il gusto del paesaggio, che non è più solo quello della Ciociaria; ma certo su tutto si stende la patina greve di un senso tragico dell'essere e del non essere più, l'irredimibile "nostro peccato d'essere vivi".
Traiamo quest'ultima citazione dalla poesia Per un trionfo di vertebre, la quale ci dirà forse qualcosa di più specifico oltre il comune sentimento angosciante del limite esistenziale. C'è un mistero - se così possiamo esprimerci - nella vita del nostro poeta cui egli talvolta sembra volerci avvicinare con la discrezione delle sue metafore, se noi cogliamo con esattezza il significato, ad esempio, di questi due versi: "noi complici di nascite incompiute, / sboccia in lagrima il nostro seme e muore" - se vi scorgiamo, espresso con il pudore della catarsi poetica, il punto cruciale di una lacerazione tutta personale, inconfessata se non per allusioni quasi indecifrabili perché ignota forse in tutta la sua verità allo stesso soggetto. A conclusione di un suo severo giudizio - certamente troppo severo - sulla poesia di de Libero, Dario Bellezza scriveva nel '71 che in Di brace in brace "trapela, disperatamente rimossa, soffocata, angariata, la diversità del poeta, il suo oscuro rapporto con le proprie viscere". Chissà che non sia qui, e dovranno essere nuove ricerche biografiche desunte soprattutto dai diari ancora inediti e una lettura sempre più sottile e spregiudicata dei suoi versi a stabilirlo, il nodo di molte cose non ancora chiarite della personalità di de Libero, della sua personalità poetica intendiamo, la sola che veramente ci può e ci deve interessare.
Il senso del nostro discorso ci porta a concludere, sul momento, per una fedeltà che si avvolge in spirali insistenti che rischierebbero di bloccarlo ma da cui si viene tormentosamente liberando non solo nell'iter sentimentale, ma nell'ispessimento dei modi che già contrassegnavano il suo linguaggio. I riferimenti che la critica ha più frequentemente utilizzato per indicarne le caratteristiche (a parte quello all'ermetismo che è il più antico ma ormai anche il più rifiutato) sono stati al barocco e all'espressionismo. Ma si tratterebbe di un barocco - parlando di Di brace in brace - "funerario", secondo l'indicazione di Adriano Seroni, un barocco che a nostro modo di vedere non assurge mai a proporzioni grandiose, non costruisce cattedrali ma altari di cappelle private - se è lecito anche a noi metaforizzare - dove le volute e i chiaroscuri significano piuttosto dubbi che glorie, piuttosto malinconie che estasi, e che si vanno facendo sempre più folte sino a costruire sistemi
compatti dai quali sprizzano gli accenti espressionistici.
Si prenda il primo Madrigale, la poesia che, certamente non a caso, apre il volume; e intanto si noti come essa si apra con un verso compreso entro la doppia pronuncia della notte: "La notte dei tuoi passi, la tua notte", preciso segnale per una via che il poeta si accinge a battere e sulla quale il lettore dovrà seguirlo. Ma poi subito dopo un trionfo di ossimori, il più fedele riflesso retorico, ci pare, della dialettica deliberiana, doppiato per di più in questo caso dalla specularità positiva e negativa dei termini sostantivali: gli incontri sono "ciechi" e gli scontri sono "vellutati"; e ancora: gli "abbracci" sono "spenti", "la fretta" è "galante" e "il bacio" "non lega". È lo stesso de Libero a riconoscere implicitamente nella costruzione ossimorica l'essenza della sua poesia, anzi di ogni poesia; in un tardo intervento teorico intitolato Della poesia, che essendo del 1971 può quasi considerarsi il suo punto d'approdo, la coscienza che rispecchia un'intera carriera, de Libero scriveva che il poeta deve "continuare a scrivere i silenzi della propria solitudine": è questo silenzio che si fa parola, sia pure scritta, "fionda del silenzio che rompe ogni recinto" - come aveva detto in Di brace in brace - che esprime nel modo più esatto il senso della personalità deliberiana nei complementari versanti della psicologia e della sua traduzione poetica; da una parte l'uomo schivo, che crede troppo poco in se stesso, che dice di sé con la dolente tristezza che è di tante pagine di Di brace in brace - "Ho ascoltato soltanto dietro le porte / della vita, il mio posto è di non averne / alcuno", l'uomo, dunque, che per motivi sociali se non per vocazione non sceglie la folla ma la fuga e che amerebbe la compagnia ma sembra non sapervi trovare la giusta collocazione e si rifugia nella solitudine; dall'altra il poeta il quale scopre che proprio dalla tacita realtà dell'io interiore può nascere il verbo della poesia che rovescia il silenzio in comunicazione.
Ma la retorica deliberiana non si esaurisce negli ossimori; al contrario, fa sua la ricca gamma delle figure stilistiche e linguistiche, a cominciare dalla metafora che è la vera regina di questa poesia insieme con la sua sorella analogia; croce e delizia per i lettori, essa ci esimerebbe persino da citazioni tanto è diffusa in ogni pagina; ma per stare ad un solo esempio, quei versi che abbiamo appena citato continuano con il "marengo" a significare l'eredità spirituale lasciatagli dal padre, e con "trina", anzi la "falsa trina", a indicare la nuova innocenza. E ancora: frequente è l'iterazione e l'anafora a martellare i momenti più veementi o più esulcerati - "Amore ...amore ...amore ...amore ...amore ...amore", così per sei versi in un'invocazione che ci riporta ai segreti più intimi; il chiasmo, che ci ricorda il moto interiore dell'ossimoro; scompare invece praticamente la rima né viene ricercata l'assonanza, mentre sembrano volute le spezzature del ritmo, l'alternanza di accenti teneri e di "versi vorticosi", di un andamento quasi narrativo e di qualche sentenziosità.
Di particolare rilevanza è la scelta di tutta una zona del lessico che indica decadenza, tristezza, oscurità; a cominciare naturalmente da "brace" spesso ritornante nella raccolta, e "cenere" che vi torna ancora più frequentemente, e poi "notte", che abbiamo già visto, fumo, ombra, deserto, relitti, crollo, tarli, bugia, e una lunga serie di aggettivi come cupo, logoro, arido, funesto, tetro, rabbioso, livido; e, ancora più caratteristica, una fascia di sostantivi che connotano il testo di quel sapore espressionistico e funerario di cui abbiamo detto: dentiera, teschi, tibie, vertebra, scheletri, che hanno fatto parlare di una macabra pantomima - così Marcello Carlino - popolata di fantasmi e di incubi, che "non concede nessuna evasione consolatoria" nel tribolato percorso di "una via labirintica verso un ipotetico oltre" (così ancora Carlino). Molto ipotetico, diremmo, se nella Elegia per un presepe si legge: "Ogni notte di Natale noi dormiamo / ad occhi aperti e di Colui che viene / non scopriamo che il buio dell'assenza"; una negazione appena corretta dall'interrogativo della speranza: "o forse è la remota lontananza / che a noi nasconde la
sua presenza?"
E così, ci ritroveremmo ancora nell'irrisolta dialettica - assenza-presenza - simboleggiante tutti i certami interiori che muovono da sempre la poesia di de Libero, e la sostanziano di un'inconfondibile drammaticità tanto più sofferta quanto più avanzano "i giorni stracci del tempo". Una dialettica significata da alcune parole protagoniste tra le quali "brace" e "cenere" occupano lo spazio maggiore tramandosi via via di sensi sempre più densi e che vanno misurati nel loro confronto. In una poesia ancora giovanile, Amore, albero grande nella raccolta Testa, de Libero scriveva: "Amore,.../.../ ascolta il consiglio d'essere / cenere dopo la brace", il cui senso ci sembra vada inteso come invito a godere quel poco di felicità, di calore ("brace") che la vita può concedere, e subito finire ("cenere") prima che le delusioni e il dolore sopraggiungano a cancellare la bellezza di quei pochi istanti; e insomma - al limite - la morte come unico sigillo dell'amore. Ma in una poesia assai più tarda, nella raccolta Di brace in brace (Biografia postuma), tornando con il pensiero all'infanzia e alle sue "innocenze defunte", de Libero scrive: "Ancora d'una lagrima suda / sul guanciale la cicatrice, perfido / un pigolìo batte alla sua nuca / con una brace che mai cenere fa"; qui, se la nostra lettura è esatta, crediamo che il testo vada inteso come denuncia di una condizione ancora più tragica perché irredimibile, perché la vita non è passaggio di brace in cenere, perché il dolore è proprio in questa inamovibile condanna di vivere nei barlumi crepuscolari che illudono sul possibile ridivampare della fiamma, e invece né si accenderanno mai le luci della felicità né verrà il conforto della fine delle illusioni: la nostra vita è lo stato purgatoriale "di brace in brace". E nessuno meglio di de Libero stesso ce l'ha saputo dire in questa ricapitolazione di una biografia fatta di vane speranze, di fughe impossibili, di solitudine e di crolli:

sprecò attese e intese in premi di speranza,
per avere un compagno scelse se stesso
e andarono in paesi di un altrove
tornando per strade che crollarono,
soltanto uno specchio gli aprì la porta
per condurlo all'inferno del suo sguardo.
Libero, gemello Lepino
di Elio Filippo Accrocca
Mi è piaciuta la sottolineatura di Trombadori, quando ha affermato che de Libero non ha avuto rapporti marginali con l'arte e lo ha dimostrato. Basterebbe anche ricordare i rapporti con Scipione - ci sono lettere di Scipione e de Libero - i rapporti con Purificato, Gentilini, cioè con tutta quella Scuola Romana che è stata ben valorizzata attraverso le relazioni di questo convegno. Nulla in de Libero poteva essere marginale, affrontava la realtà con molto impegno, la realtà della poesia, dell'arte, della narrativa, ma anche i rapporti con il cinema, il teatro. Quando accade poi che l'antologista Mongardo si comporta in tal modo, è evidente che si emargina una figura e una storia della cultura del '900 come de Libero, per far posto magari a ragazzetti che affiorano adesso e per Libero de Libero avviene una emarginazione. Lui però non ha mai affrontato in maniera marginale nulla. Ha sempre partecipato alla vita in tante maniere. Posso dire che magari debba venire fuori una edizione nuova di tutta la poesia di de Libero. Credo che ci siano dei motivi tra la casa editrice e gli eredi. Qualcosa che va affrontato e va risolto, perché noi vogliamo l'opera intera di de Libero, si mettano d'accordo gli eredi e la casa editrice, non appartengono solo a questi due enti la poesia e l'opera di de Libero, ma a tutti noi.
Anche i rapporti con la Scuola Romana e con tutto quello che ha significato l'ambiente culturale, artistico, letterario e poetico, Ungaretti, Scipione, Mafai, ma anche Falqui, Angioletti, Savinio e Antongiulio Bragaglia e Bontempelli e Moravia, è tutto un fiorire di attività culturale, artistica, non era solo il poeta della Ciociaria, Libero de Libero non si può accantonare - sia pure in una nobile provincia - nasce qui, ma poi prende le ali per uscire da queste sorgenti della provincia, sorgenti della Ciociaria, per arrivare alle sorgenti della poesia. Dovrei ricordare due rimproveri che de Libero mi ha rivolto. Il primo risale agli anni '46-'47, stava mettendo su una prima antologia intitolata, se ricordo bene, "I poeti del Cartiglio". Quando venne fuori questa antologia mi rimproverò: "Ma come, tu sei ciociaro come me e non ti sei mai fatto vivo". Era una bella lezione, un rimprovero che ben accettai.
Il secondo rimprovero lo ricorderò dopo.
Era un poeta che sapeva scegliere, selezionare, non soltanto gli autori, gli amici, le parole; sapeva anche selezionare all'interno della cultura del '900, artistica e letteraria, così come ha saputo selezionare il sentimento della parola, il sentimento del tempo ungarettiano. In de Libero c'era il sentimento del paesaggio che affiorava in maniera più evidente, oltre al rispetto per la parola.
È stato detto quanto lavoro di promozione culturale ha svolto la galleria "La Cometa", quanta opera di Libero de Libero va studiata e approfondita. Libero de Libero non era soltanto il poeta della geografia, quindi della Ciociaria, era un poeta del paesaggio italiano ed europeo, i critici faranno in modo che emerga questo filo dell'Europa all'interno della poesia di de Libero. Ma de Libero non è solo il poeta della geografia, ma anche il poeta della storia. Alcuni elementi sono già affiorati, ma per esempio poesie come "Alle Fosse Ardeatine", "Settembre tedesco", con la figura di un ragazzo, Claudio Bin, ucciso a Pietralata dai tedeschi con questa "ragione": perché rideva! Voglio dire che c'è anche una componente politica nella poesia, nell'opera di de Libero, poeta civile.
Mi limito a dare una testimonianza come amico, l'argomento storia dell'arte, l'argomento poesia o narrativa sono già state oggetto di commento e altre cose si diranno. Mi ha dato testimonianze molteplici, ha ascoltato come poeta - e questo è stato un insegnamento - il mistero del tempo, cioè non tanto la cronaca, quanto il tempo come segreto, come mistero e la realtà misteriosa del tempo. Questa la lezione che da de Libero ho imparato. Quel sentimento del paesaggio, l'aspetto del profondo, delle radici, degli affetti, delle voci, tutti elementi che andrebbero analizzati in sede critica. In lui la parola si è sempre fatta àncora, non era mai superficiale la sua parola, il suo paesaggio. Poeta non del grido, raramente ha avuto delle impennate, Gatto era molto più inquieto e sanguigno. De Libero non amava il grido, amava il raccoglimento e questo lo dimostra anche nella sua poesia. Qualche volta ha saputo gridare però. La sua poesia è da considerare poesia di moneta preziosa, proprio come la sua amicizia. Carlo Bo parla di "intrepida fede", di "ostinato rigore" per la poesia di de Libero, possiamo essere d'accordo. Ha mostrato fede intrepida e rigore ostinato fino alla fine, la lezione di un parente illustre come Valery, la purezza della parola poetica (Baudelaire), sono tutti elementi che - anche nella storia dell'arte - si possono affrontare. Ha scritto, de Libero, che vita e poesia debbono concordare strettamente, mancando l'una, perirebbe anche l'altra, ha dunque sempre mantenuto questo rapporto con la vita, con la realtà.
Esistono delle costanti nella poesia di de Libero, le costanti che non vengono mai meno e che si ritrovano poi nella narrativa, nei racconti, nei romanzi, nei suoi lavori di teatro. La sua prosa - altro argomento che andrebbe trattato - nasce dalla costola della poesia.
Uno degli ultimi volumetti di Libero de Libero, Amore di Roma, Roma fatta a scale, è un quaderno di piazza Navona con questa dedica per me molto cara: "Elio amico mio, abbiamo bevuto lo stesso sangue. Siamo gemelli lepini, evviva noi, Elio e Libero". Piazza Navona, 13 novembre 1978. È una dedica per me molto cara. Mi ha promosso gemello lepino, ma dovrei dirvi il secondo rimprovero di de Libero mei miei riguardi. Fu dopo il 1973, quando mi disse: "Non mi cerchi? oggi hai più bisogno di un amico come me, quello che ti è successo, ti obbliga a telefonarmi perché voglio starti vicino". Ha voluto stare vicino a me e a mia moglie negli ultimi anni, perché Libero de Libero sapeva affrontare la realtà della vita, della poesia, dei sentimenti, della amicizia, della storia e della geografia; non è mai venuto meno a questo rigore che Libero ha insegnato a tutti noi. Consentitemi, non sono un critico d'arte, uno storico della letteratura, un critico letterario, ma un amico di Libero de Libero. Lasciate che oggi questo "gemello lepino" lasci cadere qui un fiore sul suo nome, anzi due fiori, visto che il gemello, recentemente, ha toccato ancora più a fondo la doppia brace della solitudine. Questi due fiori lasciate che li consegni idealmente, sul nome di Libero de Libero.

Libero de Libero e la fede

In occasione del centenario della nascita di Libero de Libero mi è caro presentare un aspetto sconosciuto del poeta.
Il suo spirito religioso era contrario ad ogni liturgia, egli era religiosamente cristiano e cristianamente laico. Era un mistico senza aspirazioni celesti, e talvolta vanitoso dinanzi al pensiero di Dio. Umile come un frate cercatore e superbo come un predicatore. Egli aveva facile l'ironia, facile la bontà, facile il dispetto. Per Libero la religione era un "sentimento" e non un "credo". Egli stabilisce un rapporto con Dio, quel Dio che come si legge nel suo diario «è dentro di me ed è me stesso, spesso dico a Dio scendi e combatti con me». E la sua preghiera disperata: «Mio Dio, fammi uomo concluso mio Dio, fa che io scriva finalmente il mio libro».
In "Camera Oscura" Libero de Libero scrive: «Allora la religione era per me una vaghezza sentimentale, e con la sua dolce mitologia essa  veniva a mitigare gli urti troppo bruschi che noi tutti in famiglia avevamo spesso con una realtà assai dura».
E chiarisce il suo rapporto con Dio «Non il coraggio mi manca, ma la grazia; non la fede, ma la serenità. Sarebbe facile se io non fossi quello che sono: irrequieto, spaventato e dirotto come una pioggia d' inverno dentro la mente mia. Ove i miei colloqui con Dio sono pieni di domande e poveri di speranze. Sono io che domando a Lui, perché alle domande rispondo alla maniera dei bambini angustiati: non so». Traduttore dei "Diari" di Julian Green che lo hanno influenzato, de Libero stabilisce un rapporto con Dio, quel Dio «che è dentro di me ed è me stesso» e Lo prega di far sempre più difficile il suo parlare, più difficile il suo cuore in cambio di una fede più semplice «Senza parole, quelle che possono nascondere le nequizie sotto un nobile apparato». Parla davvero, de Libero, come fosse un penitente, ma non cerca l'assoluzione.
E il suo Dio, egli lo vede nel cielo in un'ora qualunque, nel profilo d'un fiore, nella luce in un colore, nell'albero stinto dalla pioggia. Ogni sua pena è sofferta da Lui, e soffrendo insieme il dolore finisce d'essere dolore ed egli trova il coraggio di non odiare, di perdonare e al capezzale del fratello morente annota: «Iddio taglia alla radice il male, quando è utile tagliare il male,' Iddio riallaccia i fili d'una vita lì lì per spezzarsi al fine di ricondurre il bene alla sua necessità [...]Iddio non vuole il male e la gente non capisce che Dio annulla il male per portare il bene in ogni cosa».
E andando nel 1968 a S. Giovanni Rotondo, de Libero è colpito dal volto trasformato «da una fede palesata di un fervore intimo». Santo o non santo che sia il Cappuccino è un esempio di santità, un' idea di Dio e de Libero prega in cuor suo di venirgli in spirito al suo capezzale di morente «e aiutarlo di accettare dolcemente la morte».
Ha bisogno di compagnia de Libero nell'ora suprema e chiede, e questo ce lo rende vulnerabile e caro a  Don Paolo Mancinetti di accorrere al suo capezzale e prepararlo all'Incontro con il Signore «metto la salvezza della mia anima nelle tue mani».
Il 25 settembre 1977 Monsignor Virgilio Levi chiede a de Libero una poesia per onorare gli 80 anni di Paolo VI. Al piacere dell'invito segue un'ansia da non dire; de Libero, anche se ha libertà totale nel contenuto, è spaventato dell'incapacità di trovare il tema e poi «la ruggine che fa crosta nella mente» gli fa rimandare l'approccio con le sue carte, a cominciare dal primo verso «e chi me l'offrirà è soltanto Dio che di questi tempi è occupato in ben altre imprese».
È tentato di rinunciare, ma il pensiero che vi figureranno personalità internazionali di ogni campo lo lusinga. Poi l'illuminazione che gli viene dalla lettura di "Ragionamento tra Giusto e l'Anima sua" e la sua affermazione "Presto sarò fuori d'un gran forse".
A poco a poco tira fuori le sue carte; ha il desiderio di mettersi alla scrivania domani, ma è un domani che dura da parecchi giorni e monsignor Vitali non può aspettare e de Libero scrive "Il gran forse" in onore del papa, ma è più un segnale della mente, piuttosto che del cuore. La fede è Dio, mi spiegava Libero de Libero, una presenza totale nell'universo più intimo che Egli ha creato in noi, a ciascuno il proprio. E il 20 maggio 1946 sul suo diario annotava:
Rendimi [Dio] degno della bellezza del giorno,
aiutami a comprendere e a celebrare la gloria delle Tue stagioni sulla terra.
Perdonami se talvolta manco di carità e di giustizia.
Proteggimi dall 'ira, dalla servitù del rancore, dal meschino desiderio.
A.M .Scarpati

Libero de Libero e la sua terra
(di Anna Maria Scarpati)


«Se dovessi confessare a chi andrà il mio ultimo palpito, io direi che a
Fondi, alla mia terra ciociara esso andrà e non per dirle addio. Io resto là».

Libero de Libero

La Ciociaria conserva forse più di ogni altra regione italiana profonde tracce della civiltà romana.
I suoi costumi, le sue tradizioni, i suoi riti ci suggestionano come una testimonianza di una civiltà scomparsa..
Le ciocie, ad esempio, derivano dalle calzature militari romane; l'usanza di "portà gliu recunsolu", cioè portare il pranzo ai parenti del defunto, è una sopravvivenza dell'uso funebre tipico del mondo classico. Lo stesso dialetto, non essendo stato contaminato da altre parlate, proprio per la posizione geografica montuosa ed impervia, rivela la discendenza dalla lingua latina; basti ricordare la desinenza !'u" al posto della "o" dei nomi e degli aggettivi maschili ed alcuni vocaboli latini rimasti inalterati.
A Lenola, per esempio, qualche strada del paese viene chiamata ancora "rua di", dove rua non è altro che "ruga" del lessico latino. «E nella stessa Lenola», annota Mario Musillo, «fino a qualche tempo fa, sulla bocca di qualche vecchio abitante, si coglieva l'espressione "vacu cuvelle" che era la risposta che nell'antica Roma dava colui che passeggiava, senza alcuna meta precisa, a chi gli chiedeva dove andasse. È questo, un fossile linguistico della latinità, derivante da "quo velis", come risposta alla domanda "quo vadis"».
Ma la Ciociaria di de Libero, non è solo una regione che affonda le sue radici nel passato, né solo una terra di gente robusta atta al lavoro dei campi e i suoi abitanti non sono soltanto «leali, laboriosi e incolti» anche se la letteratura ha continuato a vedere il ciociaro forte ed analfabeta. Basti pensare a come Moravia descrive la vallecorsana: «Tuda aveva un difetto: non sapeva né leggere né scrivere [...]. Al primo sguardo, che era di buona razza ciociara, proprio di quelle che sono capaci di zappare per una giornata filata senza rifiatare, o pure di portare sulla testa, per i sentieri di montagna, un cesto del peso di mezzo quintale». E Gianni Rodari, nella sua novella Il discorso inaugurale non si discosta dal solito clichè del ciociaro: «Stamane, signori, levatomi per tempo ed ascoltata la messa, ho chiamato la mia fedele domestica, ciociara e analfabeta, e l'ho pregata di scegliere i diciotto elementi necessari alla comprensione del discorso odierno».

Sembra quasi logico, che la cultura ufficiale, senza operare sforzi di ricerca su un popolo tra i più intellettualmente vivi d'Italia, seguiti a dare notizie cosi superficiali. Il canto di de Libero riscatta la Ciociaria, riscatta noi ciociari.

E adesso domandiamoci quali siano stati i rapporti di de Libero con Fondi e con i suoi concittadini, in proposito occorre premettere due considerazioni: una di ordine generale "nemo propheta est in patria sua"; l'altra riguarda il carattere di Libero: generoso, comprensivo, sincero, scontroso, suscettibile "qualità" proprie di noi fondani.

Sicché i rapporti tra Libero ed i suoi concittadini non furono sempre facili. Scrive Mario Mosillo su Confronto del 23/6/1983: «Quando su un quotidiano romano de Libero pubblicò un articolo intitolato Ritratto del mio paese non piacque ai benpensanti di Fondi e un rappresentante della piccola borghesia fondana gli rispose con un volantino o un manifesto -non ricordo -per contestare quanto scritto da de Libero. Da questo episodio, secondo me, nacque una certa diffidenza del grosso pubblico fondano verso de Libero, il quale sensibile com'era, la recepì perfettamente».

L'incomprensione dei concittadini non valse tuttavia a distaccare de Libero dalla sua terra, nei confronti della quale egli dimostrò sempre un amore consapevole, fatto di passione civile e di impegno nel custodire gelosamente il patrimonio storico e le caratteristiche umane della sua gente. E ne è esempio il "Premio Val di Comino" che il poeta volle proprio per salvaguardare, nella sua interezza, la tradizione fondana.

(da “Libero de Libero e la Scuola Romana”)

Libero de Libero, uomo, poeta

De Libero fu un'immagine che mi sorprese da ragazza, subito, quando me lo presentò mio fratello Franco. Ricordo l'incontro, un pomeriggio di maltempo, con lampi e tuoni quasi una messinscena che gli ci voleva, per farsi riconoscere da me.
Poi ogni volta che lo vedevo, per me si ripeteva un avvenimento. Dovessi raccontare tutte le volte che l'ho visto e ascoltato, potrei raccontare i suoi detti: parlava come scriveva, non c'era differenza tra il suo parlare e lo scrivere.
Con l'eterna sigaretta in bocca, salutandomi, si toglieva il cappello; ne ero lusingata, avevo sedici anni.
Basso e magro, nella sua persona nemmeno l'età poteva avere un senso, le rughe gli graffiavano' il volto, ma senza togliervi quella specie di ardore che era una qualità perenne di giovinezza, e giovane era il suo dire: "lo appanengo al secolo decimonano-. La sua fronte era alta tanto da essere soprannominato "il frontone di casa Pecci"; e Libero sorrideva quando Accrocca anagrammando il suo nome diceva: Libero de Libero = Ode, brio, ribelle.
Non ricordo in quale occasione mi regalò "Camera Oscura" con una bella dedica e mi confidò con freddezza, il volto naturalmente cupo nella sua abituale espressione, che il libro sarebbe andato al macero: "Ancora oggi che buona parte della mia vita è sprofondata dietro alle mie spalle. E continuo a scrivere, e continua il macero di ciò che scrivo. Ma se non scrivessi finirei di pensare, di credere, di amare e soprattutto non sarei capace di vivere. E lo scrivere è amore di vita più forte e più struggente di ogni altro amore.. Credo che sia da quel giorno lontano che io mi proposi (ahi! la vanagloria dei giovani) di lottare contro le peggiori difficoltà, non per vincerne l'ostacolo, ma per nutrirmene in energia e sentimento. Né sarebbe poca la consolazione di poter rileggere i suoi libri ormai introvabili.
Con me aveva le premure di un amico e l'asprezza d'un giudice, si chinava umano sulla mia spalla e si allontanava altezzoso come un re stufo di dare udienza. A lui confidavo il piacere sempre nuovo ed esaltante della voce del prof. Averini "Scarpati, legga il tema" ed egli calmo mi ripeteva le parole di Faulkner "Per riuscire a essere letti ci vogliono il 99% di impegno, il 99% di disciplina, il 99% di lavoro. Non stancarsi di sognare, mirare in alto e cercare di essere migliore di se stessi". Era per me una fortuna incontrarlo, parlargli, farlo parlare. Mi pareva di leggere nei suoi occhi azzurrissimi una leggenda disperata quanto la sua stessa vita. Egli era tra quei pochi che fanno credere al miracolo della poesia. Odio e amore facevano in lui lo stesso grido, una sola parola contro tutti e contro nessuno, e quando sparlava, il suo giudizio era pungentissimo, improrogabile.
Della sua intimità familiare non si sa molto proprio come voleva lui che non si sapesse, spargendo le sue ceneri già durante il suo stesso vivere. Libero de Libero era uno spirito sottile e segreto di idee vissute e non ricevute.
E proprio per essere più vicina al suo sentire ho scritto questo libro che attraverso la mia testimonianza, se il mondo non brucerà, innamorerà sempre qualcuno con quel furore scottante di immagini che c'è nelle sue opere.
Letterato fino in fondo con l'animosità, l'egolatria e il vittimismo dei poeti; rifiutava compianti, definizioni e vezzi critici, tutte le postille che io sono andata raccogliendo in tutti questi anni, sapendo che a lui non interessavano, ma erano necessarie a me per capire l'universo delibero. I suoi scritti sono per lo più sconosciuti o inediti ed io vorrei richiamare l'attenzione sulla necessità di una edizione completa di tutte le sue opere. Eppure nel 1958 una bella antologia edita a Zagabria, a cura di Joje Ricov, cantava i poeti italiani: Saba, Ungaretti, Quasimodo, Montale, de Libero e quello che particolarmente colpiva, oltre la profonda conoscenza e l'amore dello scrittore croato per l'Italia era la scelta delle poesie dei nostri poeti. lo non voglio essere la sola a conoscere Libero de Libero. Può sembrare presunzione ma non mi assiste la modestia per ammetterlo. Tutti dovrebbero godere del privilegio e l'emozione di possedere le carte di Libero de Libero e la lettura dei suoi scritti che sono un veicolo prodigioso per arrivare a quell'io così nascosto e sbarrato. La sua personalità è così fuggevole e dispersa in tanti sottili argomenti che leggerlo è una emozione indicibile. E questa emozione io l'ho avuta da Franca de Libero, erede di tutte le carte deliberiane.
Ci siamo incontrate un giorno. Poco importa il fatto che la nostra amicizia sia stata nel buio di una lunga assenza. Ma devo a lei la magnifica occasione di scrivere su de Libero. Dirle grazie per la fiducia che ha riposto in me è poca cosa, il nostro rapporto è pieno di provocazioni, di reazioni godute e sofferte, ma io ho la certezza che Libero in quel lontano 1982 abbia voluto farci incontrare guidando dal remoto suo mondo di ombre una sua realtà finalmente scoperta.
A me sembra di entrare nell'ordine di una vocazione da lui stabilita; la ricevo senza chiedere perché. È quasi la sua mano che guida la mia mano nel cercare gli argomenti che trascrivo. E la risposta di Franca de Libero è sempre la stessa. "lo so che zio Libero vuole questo da te".

Anna Maria Scarpati