Domenico Purificato Tra realtà e magia…..

Saturday, 10 April 2010 11:12 daniele iadicicco

Dalla Scuola Romana alle radici ciociare.

Domenico Purificato, nato a Fondi il 14 marzo 1915, è un pittore realista che rimane sempre coerente alla sua personale visione dell’arte e alla figura, senza mai cedere alle lusinghe delle mode pur adeguando il suo linguaggio alle nuove ricerche dell’arte contemporanea e attingendo dall’infinito della tradizione. La sua casa natale affaccia su piazza S. Pietro con a destra la cattedrale duecentesca e il palazzo Caetani sede dell’elezione dell’antipapa nel 1378, che causò lo scisma d’occidente e poi brillante corte rinascimentale della contessa Giulia Gonzaga. Il Palazzo del principe alimentava la fertile fantasia dell’artista adolescente, scrive Purificato: “La mia esperienza l’ho vissuta prima lungamente dietro ai vetri della mia finestra a leggere, a decifrare le strane figurazioni che le crepe della calcina antica disegnavano sulla facciata del palazzo del Principe…Preso dall’intrigo di quei segni entravo con la fantasia in mondi bizzarri e irreali dove mi imbattevo in diavoli, rocce e cavalieri, contadini dall’aria estatica, in monaci paurosi simili a quelli più tardi incontrai nella pittura di Magnasco…”. La sua terra natale verso cui egli nutre un profondo amore, la Ciociaria, intrisa di storia e da lui elevata a mito, ritratta in una visione arcadica senza tempo, col suo bagaglio affettivo ad essa legato, è la principale fonte ispiratrice della sua arte. I ricordi d’infanzia fantasiosamente trasfigurati, i volti paesani e i luoghi della sua memoria, ritornano costantemente nella sua pittura, di cui costituiscono la materia viva. I paesaggi ciociari tra realtà e fantasia, che dominano la sua produzione, ci rimandano ai paesaggi immaginari di Poussin, ricollegandosi alla tradizione ottocentesca della pittura di paesaggio dietro cui c’è la lezione di Giorgine e Tiziano, in cui le figure si fondono liricamente con lo sfondo naturalistico che le avvolge in una sorta di panismo: natura e uomo fanno parte di un tutto cosmico. Nei dipinti di Purificato però, la figura umana, descritta con tratti nitidi e colori delicati è posta sempre in primo piano e ciò esprime la sensibilità del nostro pittore per la condizione umana e i valori dell’uomo, il realismo umano della sua pittura. I fidanzati più volte raffigurati da Purificato in una cornice naturalistica, motivo ripreso da Chagall, ma di matrice etrusca, primeggiano sulla scena come i personaggi dall’aria languida degli “incontri amorosi” tipici del gusto rococò di Fragonard. I contadini e i pescatori ciociari e le donne, delicate creature che popolano l’universo purificatiano, sono colti in una naturalezza di atteggiamenti  e con la loro tipica espressione dolcemente malinconica  che ricorda le modelle di Renoir dallo sguardo trasognato rivolto oltre, perso nell’immensità; essi sono ritratti nel loro ambiente naturale dove traspare l’abitudinarietà della loro vita dedita al lavoro campestre, propria del mondo contadino, a cui Purificato è sentimentalmente legato, da lui visto come rifugio dello spirito afflitto dagli affanni della vita;  un mondo vero, non artefatto dai falsi miti della società moderna, dove tutto viene percepito nella sua verità di natura e i valori conservano ancora la loro forza primordiale. Le immagini di Purificato sono realistiche, eppur avvolte da una luce magica, che conferisce loro un che di indefinito, come se ci fosse un oltre dietro l’esteriorità delle forme, a ricordo di quella magia che illuminava le morbide immagini intimistiche e fuoriuscite da una dimensione del quotidiano che caratterizzano il mondo poetico di Chardin;  sono scene  prese dalla vita, come le figure e i rivoluzionari  ritratti impressionisti, fissate sulla tela come in un’istantanea fotografica nell’attimo stesso del loro svolgersi in cui le coglie l’occhio del pittore. “La realtà non è vista da Purificato nella distanza di una rappresentazione oggettiva, ma è colta in un atto di partecipazione vissuta, in un abbandono gioviale che scende oltre, in profondità, fino a coglierne l’intima essenza” (V. Frugone). Le diverse Colazioni in campagna o in riva al lago degli anni ’70 in cui gruppi di contadini seduti sull’erba sono colti in un momento di riposo dalla fatica quotidiana, di sospensione temporale immersi nella quiete della natura, richiamano alla mente le colazioni in campagna e le feste all’aperto tipicamente impressioniste di Seurat, di Manet, di Renoir, specchio dei modi e delle abitudini di vita di una società piccolo borghese. Ma questo tipo di raffigurazione si ricollega ad una tradizione della pittura che discende dall’atmosfera fiabesca dei giardini incantati del gotico internazionale, in cui la nobiltà amava trascorrere i suoi momenti di svago, la cui eco è presente nelle “feste galanti” di Watteau, dove i nobili con i vestiti dell’epoca, spesso in compagnia delle maschere fuoriuscite dalla commedia dell’arte, si sollazzavano immersi nello scenario naturale dei sontuosi giardini settecenteschi, in cui sulle note della musica e tra statue classiche si celebrava la ricerca del piacere e dell’amore. L’atmosfera di sogno e la coralità dell’impianto delle colazioni di Purificato e delle tante scene di contadini in compagnia di cavalli, cani, galli, gabbiani, facenti parte del suo mondo poetico, inserite nel paesaggio agreste, evocano facilmente un confronto con il mondo sognante ma effimero dei dipinti di Watteau, a cui si contrappone però il mondo genuino del nostro pittore, quello dei contadini ciociari, appena attraversato da una delicata sensualità ancorata alla pudicizia. La Donna con gallo, un’immagine ricorrente nella pittura di Purificato, esprime una dolce sensualità nel modo in cui stringe teneramente a sé la bestia che acquista quasi una qualità umana, ad indicare la comune appartenenza alla natura madre, ma nello stesso tempo è avvolta da un velo di mistero. Nel 1933 dopo gli studi liceali, Purificato lascia la provincia e si trasferisce nella capitale dove ritrova i suoi amici intellettuali fondani, tra cui il poeta Libero de Libero e il regista Giuseppe De Santis con i quali nasce un rapporto mai interrotto di collaborazione, un vero e proprio sodalizio artistico ispirato dal comune legame affettivo con la propria terra. Purificato scrive: “Libero fu per noi un fratello maggiore, quello che era alla base del nostro lavoro era la gente della nostra terra che Libero chiamava Ciociaria”. Libero de Libero aveva  un ruolo dominante nella vita artistica romana del periodo tra le due guerre, quando sul terreno preesistente del Novecento, nato tra atmosfere metafisiche e influssi del Realismo magico, nel clima del  “ritorno all’ordine” appellandosi alla tradizione per riportare l’arte alla bellezza delle forme, si sviluppa un nuovo indirizzo pittorico denominato impropriamente dal Longhi “Scuola Romana”, anche se non aveva intenzioni programmatiche né dichiaratamente polemiche nei confronti della pittura ufficiale o della realtà politica. Essa nasce semplicemente dal bisogno di un’arte più vera, maggiormente aderente al reale, fatta di immagini vive che esprimono sentimenti contrapposte alle vuote gigantografie novecentiste, corpi senza l’anima ritratti in un mondo finto senza tempo, dove non traspaiono i problemi reali dell’uomo e a prevalere è unicamente l’interesse per la forma. Dunque la Scuola Romana opponeva all’irrealismo e al vuoto di contenuti del Novecento che era il movimento ufficiale del regime, la rappresentazione di un mondo reale indagato nelle sue luci e ombre, fatto di intimismo, di piccole cose apparentemente banali ma dotate di una loro intima poesia, legate alla dimensione del quotidiano, agli affetti e alla memoria propri del microcosmo di ogni uomo. La pittura della Scuola Romana, come è noto, è legata principalmente al nome di tre artisti, Scipione (Gino Bonichi), pittore liricamente decadente nel cui animo si alternano angosciosamente vita e morte, Mario Mafai, pittore cronachista delle piccole cose e Antonietta Raphael, artista romantica e bohèmienne, che attraverso un linguaggio tendenzialmente espressionista, quasi inconsapevolmente, hanno rinnovato il tessuto artistico romano informandolo di quanto di più vivo ci fosse nel campo artistico europeo e dandogli nello stesso tempo un colorito tipicamente romano, sicchè con la loro opera Roma si appropria di una pittura tutta sua: essa traeva infatti linfa direttamente dalla vita, dalle loro passeggiate romane e si colorava dei rossi dei tramonti romani, degli ocra dei palazzi antichi, dei monumenti, delle piazze e delle chiese barocche, degli scorci pittoreschi dei quartieri antichi distrutti dalla politica fascista del piccone e ricordati con commozione da Mafai nelle sue demolizioni. Purificato fu introdotto nell’ambiente artistico romano e più da vicino in quello della Scuola Romana, in cui avvenne la sua formazione e di cui ha condiviso lo spirito, dall’amico Libero de Libero che attraverso il linguaggio surreale della sua poesia, dominata espressionisticamente dal colore e dalla luce, porta avanti un discorso di critica d’arte rivolgendosi particolarmente alla pittura degli amici artisti della Scuola Romana da cui è poeticamente suggestionato. Purificato incomincia a frequentare assiduamente insieme a Melli, Gugliermo Janni, Leoncillo, lo studio di Corrado Cagli che sul percorso tracciato da Scipione e proseguito da Mafai, dà avvio alla fase del tonalismo della Scuola Romana degli anni trenta, una pittura bidimensionale che riprende i modelli classici, rinviando  per la cromia spenta e la resa formale agli esiti pittorici dei macchiaioli, succeduta ad una prima fase della Scuola Romana detta “Scuola di via Cavour” dal luogo della casa della Raphael in via Cavour in cui avvenivano gli incontri tra gli artisti e gli intellettuali. In quegli anni Libero de Libero dirigeva la galleria della “Cometa” di cui era proprietaria la contessa-mecenate Anna Letizia Pecci Blunt, che era un po’ il centro della vita artistica della capitale e fungeva anche da casa editrice; essa era l’unica galleria in Italia che operava senza una logica mercantilista ma esclusivamente nell’interesse dell’arte, e seguiva criteri rigidamente selettivi nella scelta delle opere da esporre facendo emergere solo giovani talenti veramente meritevoli. La Cometa fece conoscere nei sui pochi anni di vita dal ’35 al ’38, quando fu costretta a chiudere perché accusata di filosemitismo, il meglio della produzione artistica italiana del tempo. Libero de Libero scrive: “Purificato io l’ho visto crescere, l’uomo insieme al pittore di pari passo. Era un ragazzino che diceva e ripeteva a tutti “Voglio fare il pittore”…Nei suoi dipinti giovanili il principiante che egli era rivelava un “ésprit de geometrie”, un calcolo delicato e un amor di conoscenza che si definì più esigente dopo, quando entrò in dimestichezza con pittori celebri e non che frequentavano la Cometa…”. Purificato afferma: “Attraverso de Libero siamo entrati nell’ordine delle conoscenze di pittori, scrittori importanti: era tutto un mondo che si apriva attraverso la “Cometa” dove confluiva la più grossa cultura italiana; De Chirico e Guttuso li ho conosciuti alla Cometa...”. Purificato espone per la prima volta alla Cometa nel ‘36 insieme a Giovanni d’Aroma e Carlo Toppi, con I tre Cavalieri, un dipinto di impostazione classica con tre figure a cavallo in primo piano in cui si riconoscono Giuseppe De Santis, Leopoldo Savona e Purificato, che si rifà ai maestri del ‘400, in modo particolare a Piero della Francesca, e in cui spontaneo sorge il confronto con I guerrieri del ’33 di Cagli che trae ispirazione dalle battaglie di Paolo Uccello. Nei primi anni del periodo romano Purificato crea immagini dai tratti severi e i colori piatti con la linea di contorno in cui è evidente l’influenza del classicismo tonalista del maestro Cagli. Intorno agli anni quaranta Purificato realizza invece immagini infuocate di rosso trasfigurate espressionisticamente, nel ricordo dei “rossi” di Scipione e del suo lirismo cupo, che esprimono tutta la sua amarezza per la tragedia della guerra mai però abbandonata dalla speranza. Negli anni del realismo sociale e del neorealismo Purificato esprime in opere di impegno sociale la sua partecipazione alla sofferenza degli uomini ma non lo fa mai con i toni aggressivi che caratterizzano invece i manifesti politici di Guttuso. Nella sua pittura dell’uomo per l’uomo non ci sono mai tinte di odio e di sangue, c’è sempre un clima sereno e di solidarietà umana, i suoi personaggi non sono mai straziati dal dolore, vivono il dramma nell’intimo e hanno fede nell’esistenza; nel mondo di Purificato la realtà è sempre addolcita dalla poesia, dal sogno, dalla magia, una magia del reale che si nasconde nelle piccole grandi cose dell’esperienza quotidiana che danno valore alla vita: un realismo umano dunque il suo, tra realtà e magia, in cui la sua personale visione si concilia con la poetica della Scuola Romana da cui deriva l’etimo originario del suo realismo. Purificato che fu anche eccellente scrittore, nel libro “I Colori di Roma”, uno dei suoi non pochi scritti dedicati all’arte, ci offre una visione completa di quella che era la realtà della Scuola Romana in rapporto al clima artistico, culturale e politico del tempo, facendo luce su alcuni punti bui e restituendoci la sua entità nella giusta dimensione, spesso volutamente trascurata dalla critica degli anni interbellici, dal cui silenzio finalmente si sta riscattando negli ultimi tempi. Purificato accanto alle opere di contenuto sociale del periodo bellico realizza opere d’evasione fatte per il solo gusto della “Signora Pittura” come chiamava Mafai la nobile arte, per il bisogno di rifugiarsi un po’ nella fantasia lontano dagli orrori della guerra; tra queste ricordiamo L’altalena del ’42 una scena in moto fissata istantaneamente alla maniera impressionista sulla tela, in cui sono raffigurati un gruppo di bambini che giocano in giardino che esprimono tutta la freschezza della vita e accanto a loro delle nobildonne sedute su una panchina dalle forme allungate ed eleganti tipicamente fiamminghe, le stesse di un altro suo dipinto Conversazione in giardino del ’40; l’iconografia della composizione e la pennellata pastosa a tocchi morbidi sono tipici della pittura impressionista, anche se il motivo dell’altalena ha il suo archetipo nel dipinto L’altalena di Fragonard, ma l’innaturalismo dei colori e l’oscurità del cielo squarciato da getti luminosi denotano un’indagine spirituale della realtà che iniziata con la crisi dell’Impressionismo caratterizzerà l’Espressionismo. Il 25 giugno 1944 Purificato partecipa alla mostra “L’Arte contro la Barbarie” la prima rassegna d’arte allestita a Roma dopo la liberazione, con l’opera La Barricata presso la “Galleria di Roma” insieme a molti artisti quali Mafai, Guttuso, Ziveri, Treccani. Nel 1951 il Nostro vince il “Premio per la Pace” organizzato dal settimanale “Vie Nuove” e “Rinascita” con I ragazzi di Tormarancio, un’ opera di rigore compositivo, in cui i ragazzi di borgata razzolavano con i cani tra mucchi di rifiuti in cerca di avanzi, la cui impostazione teatrale ha fatto nascere delle polemiche sulla non chiarezza della scena in cui non era ben espressa la miseria, mancava la lotta. Libero de libero chiarisce il Neorealismo di Purificato: “Sbaglierebbe a mio parere, chi volesse far rientrare nella sigla neorealista la pittura di Purificato. La sua realtà è la realtà di tutti coloro che non dimenticano la natura, l’uomo, e il suo passaggio sulla terra più durevole della natura stessa, quando l’arte se ne impadronisce per tramandarne la memoria. È la realtà che è amor di natura e insieme amor di pittura, come in pochi della sua generazione così problematica e vanitosa del nuovo”. Nel ’54 Purificato collabora insieme a De Libero alla realizzazione del film “Giorni d’amore” di Giuseppe De Santis, curando il colore che all’epoca era una novità in campo cinematografico; per la prima volta nella storia del cinema italiano è stato affidato ad una sola persona, cioè a Purificato il compito di curare la scenografia, il colore e i costumi di un film. Il film concepito dai tre artisti fondani come una specie di favola che narra la vicenda di due giovani innamorati che risolvono con la fuga il problema del matrimonio troppo dispendioso per la loro condizione economica, venne girato per la maggior parte nelle campagne di Fondi e molti attori vennero presi dalla vita, tra la gente del paese. “Giorni d’amore” ebbe il premio per la migliore fotografia a colori al festival di S. Sebastiano grazie all’opera di Purificato; il tocco di Purificato nel film è infatti visibile nei colori che creano un’atmosfera irreale, di sogno, la stessa dei suoi dipinti, egli afferma: “Si è indotti ad augurarsi fiabe meravigliose interpretate da persone vere nell’atmosfera favolosa e quasi sognata che sanno creare talvolta  i colori del cinema. La nostra idea è che il colore  del cinema, così come è oggi, sia pure antipittorico e crudo può ben valere quando si vogliono con esso creare atmosfere di favola. Tanto più la favola potrà apparire sognata e nella sua luce d’irrealtà, quanto più i colori saranno vivi, puri, semplici, infantili”. La  carriera artistica di Purificato può per alcune similitudini essere accostata a quella di pittori come Ceracchini e Orazio Amato, la cui pittura trae linfa dal mondo tranquillo degli affetti e dagli incanti della natura della propria terra natale a cui rimarranno profondamente legati, ma assorbe nello stesso tempo l’humus della Scuola Romana e i nuovi fermenti artistici di un ambiente nel quale si sono formati e di cui hanno condiviso gli  interessi, i sentimenti e le scelte formali. Purificato con l’affacciarsi sulla scena artistica degli anni ’50-’60 delle Neoavanguardie, contro cui combatterà un’aspra polemica attraverso i suoi scritti, smorza la pastosità dei suoi colori rendendoli più delicati e conferendo alle figure un maggior linearismo e rigore geometrico, ma non rinuncerà mai al figurativismo e ad un’arte pura che nella sua maturità artistica ritroverà la sua dimensione poetica rispecchiata nella genuinità del mondo contadino delle proprie radici: egli ritornerà a cantare nella pittura la sua Ciociaria. Non di rado però il nostro pittore riprende modi pittorici e motivi legati alla Scuola Romana: ritorna di tanto in tanto nella sua pittura il nudo, un motivo iconografico molto diffuso nella pittura della Scuola Romana, derivato dall’espressionismo, che assume il significato metaforico del bisogno dell’uomo di verità, di  volersi spogliare di tutte le maschere e di voler denudare la società di tutte le falsità e le ipocrisie che la caratterizzano e che limitano la libertà interiore dell’uomo. Il Nudo di ragazza del ’73 di Purificato è caratterizzato da una materia pastosa e dai colori morbidi e caldi tipici della Scuola Romana, che danno il senso della corporeità, rendendo l’immagine viva e animandola  di una delicata sensualità, spontaneo il confronto con i nudi femminili di Mafai e della Raphael ritratti in un atteggiamento naturale, in un momento d’intimità del loro quotidiano. Un motivo caro a Purificato e molto diffuso nella pittura tra le due guerre e specificatamente in quella della Scuola Romana, è la maschera che spesso si riveste di significati metaforici che ben si confanno alla poetica della Scuola Romana, al suo bisogno di realtà e di verità contro un mondo finto fatto di falsi valori. Nella produzione di Purificato domina la figura di Pulcinella, che pur essendo come tutte le maschere nell’arte contemporanea l’espressione di una solitudine esistenziale, è un’immagine viva dal cui volto traspare un sentimento vero, il sentimento di malinconia tipico delle creature purificatiane, è un Pulcinella che riacquista la sua umanità e le caratteristiche che il personaggio aveva nella commedia dell’arte, ritrovando una concomitanza con le maschere di Watteau: egli è una creatura misera, logorata dalla fame, una figura caricaturale ed enigmatica eretta a simbolo della misera condizione della plebe napoletana. I Pulcinella di Purificato spesso ci guardano con tenerezza come se volessero la nostra comprensione e solidarietà, lasciandoci con un alone di mistero…Ne La Morte di Pulcinella all’assedio di Gaeta del 1975 Purificato con la vena narrativa che lo contraddistingue e riallacciandosi alla grande pittura di racconto, in tempi dominati dal surreale e dalle neoavanguardie in cui la pittura è ben lontana dai contenuti storici, ispirato dalla lettura del libro “La conquista del Sud” di Alianello, racconta in una enorme tela dai colori pastosi e dal sapore teatrale, la presa della città borbonica da parte delle truppe piemontesi nel 1861 che segna il tramonto di una grande dinastia e la fine di un’epoca. Essendo in corso i festeggiamenti del carnevale, la tragedia viene affrontata in maschera, nel rispetto della tradizione napoletana, come quasi a volersi tappare gli occhi di fronte alla realtà ed esorcizzare il tragico destino incombente. La tragedia si risolve tutta nella pietà per chi muore e per il mondo che rappresenta, raggiungendo l’apice nella scena centrale della morte di Pulcinella-uomo tra le braccia di Pulcinella. Questo quadro allegorico che sollecita un confronto con La morte di Arlecchino di Picasso, è un lungo e affascinante racconto dove avviene la fusione tra storia e leggenda, tra festa e destino. Nel suo libro autobiografico “La Ballena”  Purificato ripercorre come in un racconto di sogno la parabola evolutiva della sua vita artistica: egli si paragona ad un isolotto fluttuante, ad una ballena che si allontana dalla sponda del lago spinta dal vento ma sempre si riavvicina ad essa e dopo aver compiuto immensi giri andando a largo, ritorna definitivamente nel luogo di partenza, alle radici, a Fondi. E’ qui che Purificato ritrova sé stesso e il vero humus poetico della sua arte, tra la sua gente, i luoghi natii, tra la natura rigogliosa dei paesaggi assolati della Ciociaria con i suoi cavalli, galli, e le arance di Fondi… E a Fondi, la sua Musa, il suo paese dell’anima che ha ispirato tutta la sua opera pittorica, Purificato dedica una “Filastrocca d’amore” in vernacolo:

“Quante you sole sponta ‘ncoppe’ a Funne

Te pù scurdà lu reste de yu munne

yu sole ‘ncoppe a Funne è n’ata cosa

Pure de’mmerne fa cresce le rose….

Zaira Daniele