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Le origini di Itri sono antichissime. Il sito fu, infatti, abitato fin dalla preistoria e, successivamente, fece parte del territorio degli Ausoni.
Ma è in epoca romana che il centro acquistò qualche importanza. Collocato lungo il percorso della Via Appia (strada romana del IV secolo a.C. che univa Roma a Capua e, in un secondo momento, a Brindisi), costituiva, fino a pochi decenni fa, passaggio obbligato per chi da Roma si recasse verso Sud.
Via Appia antica

Ancora in epoca romana, però, doveva essere scarsamente popolato, costituendo semplicemente una stazione di posta presso cui i viaggiatori potevano trovare qualche ristoro e soprattutto cavalli riposati per proseguire il loro viaggio.
Solo nel Medioevo si ebbe un notevole incremento della popolazione con conseguente sviluppo urbanistico. Il centro abitato si arroccò intorno al castello, a sua volta sorto intorno ad una torre preesistente. L’intero borgo medievale venne quindi circondato da ben tre cinta murarie interrotte da torri e porte, ancor oggi parzialmente visibili.
Fece parte dapprima del ducato di Gaeta, quindi dei Dell’Aquila, signori di Fondi.
A partire dal XVI secolo, quando venne meno il pericolo di attacchi esterni, il paese cominciò ad espandersi anche fuori le mura.
Prima dell’unificazione d’Italia era nel Regno delle Due Sicilie, provincia di Terra di Lavoro.
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Vi nacque nel 1771 Fra Diavolo (Michele Pezza),

che fu prima fuorilegge e quindi colonnello dell'esercito borbonico di Ferdinando IV, in lotta contro l'occupazione dei Francesi, che lo presero e impiccarono a Napoli nel 1806.
Storicamente parte dell'antica provincia di Terra di Lavoro in Campania, nel Regno d'Italia fece inizialmente parte della provincia di Caserta, passò nel 1927 alla provincia di Roma, e successivamente alla nuova provincia di Latina (Littoria), nel Lazio, nel 1934.
Briganti di Itri

Il Castello si articola intorno ad una torre quadrata con piccola cinta merlata (attribuita al duca di Gaeta Docibile I nell'882). Il nipote di Docibile, Marino I, collegò quindi ad una seconda torre poligonale. Una terza torre cilindrica, collegata da un muro con cammino di ronda, sorge più in basso, direttamente sopra la via Appia. Quest'ultima torre è detta "del coccodrillo", in quanto secondo la leggenda nel fossato si trovava uno di questi animali, al quale venivano dati in pasto i condannati a morte. Una terza cinta di mura completò il complesso intorno alla metà del XIII secolo.
Danneggiato dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, acquistato dalla provincia di Latina nel 1979, ceduto al comune e restaurato a partire dal 1992, il Castello di Itri avrebbe dovuto ospitare dal 2003 il "Museo del brigantaggio", suddiviso in tre sezioni ("Ragioni della storia", "Ragioni del mito" e "Ragioni del luogo").
Durante i lavori di restauro, in seguito ad una richiesta di fondi, aventi come mittente la Comunità Europea e come destinatario il comune stesso, il sindaco e la giunta itrana hanno ritenuto opportuna la collocazione di suddetto museo in una diversa zona del paese, località Madonna delle Grazie.
Monte Civita o monte Fusco? di albino Cece
Prima dell’anno mille gli Aurunci pulsavano di vita propria.
Sin dagli antichi tempi ad Itri con Civita si associa la chiesa mariana omonima (oggi santuario) e si è perduto il significato remoto di questo nome.
Santuario della Madonna della Civita oppure Santa Maria della Civita; lo Jallonghi[1] afferma che il santuario "sorge sulla sommità del monte Civita che ha dato alla chiesetta il proprio nome".
La cartografia ufficiale corrente riporta invece un monte Fusco entro cui i trova questo santuario d'antica origine.
Il problema che si pone è quello di sapere se col nome Civita debba indicarsi un monte a se stante oppure una speciale località situata nell'area apicale del monte Fusco.
L'attribuzione del santuario è sempre stata indicata col femminile della Civita e non col maschile del Civita con monte sottinteso; una specifica per distinguere fra di loro le varie chiese dedicate a S. Maria esistenti sul territorio itrano.
Dobbiamo, quindi, ricondurre il discorso sul significato che la toponomastica attribuisce al nome Civita.
Il termine monte Fusco appare in verità come un toponimo onomastico di più recente origine e che sta forse ad indicare l'appartenenza, la proprietà del monte alla famiglia Fusco, cognome da tempo attestato con numerosi componenti nel comune di Itri, o, quanto meno, potrebbe avere origine dall'aggettivo fuscu = scuro, nero, nel senso di oscuro, ombroso per la fitta selva ivi esistente.
Il termine Civita, come è stato accertato in numerosi luoghi specialmente dell'Italia centrale, si riferisce sempre ad un luogo d'antica frequentazione umana e dove sono presenti resti di antiche fabbriche sia d'uso civile che religioso.
Secondo il Prati, riportato dal Pellegrini "gran parte delle Civite sono poste su monti e colli e spesso conservano avanzi delle mura che le circondavano".
Il nome Civita deriva dal latino civitas quale nome collettivo che indica una comunità di cives; in origine esso non ha il valore di un agglomerato urbano ma quello dell'esistenza obiettiva di una comunità rispetto al pagus; quest'ultimo è un'unità amministrativa oltre che un'entità sociale e ne aveva anche una religiosa con proprie feste pubbliche.
Essendo, quindi, Civita un nome d'antica origine dobbiamo ritenere che indicasse un luogo non necessariamente organizzato come centro abitato, ma che comunque presentasse alcune caratteristiche tali da renderlo punto di riferimento per la popolazione dispersa sul territorio.
Nel nostro caso d'Itri, ne possiamo arguire che esisteva prima la Civita e poi venne il vicino Campello che, in un primo tempo si riferiva proprio a Civita.
A proposito di questo toponimo il Giustiniani osserva che "la voce Civita si è maisempre usata per indicare gli antichi siti di città distrutte... Molti sono i luoghi nel nostro regno (di Napoli, n.d.a.), che appellansi Civita, nei quali altro non vedesi che avanzi d'antiche fabbriche, e che altro non indicano che distrutte città di antiche nostre popolazioni; e non deesi qui tralasciar ancor di notare, che tutti quei paesi in oggi abitati, ai nomi dei quali precede la detta voce Civita, sono di antica fondazione, o hanno origine da altri vetusti luoghi distrutti". Ancora, nel medioevo lo stesso termine civitas può avere talvolta il significato di "comunità etnica che ne abita il territorio".
Torre di Campoli

Dobbiamo allora immaginare lo scenario insediativo esistente prima dell'anno mille sull'altopiano itrano. Da Gaeta ad Esperia-Pontecorvo esisteva un unico compendio fondiario chiamato la Foresta entro cui esisteva già un centro antico (Civita) ed un luogo con evidenze di un culto dedicato a Ercole (Ercli, Erchia o Ierchia) diverse cinte fortificate (Ulfarino, Campello, Castellone, ecc.), alcuni insediamenti rurali degli addetti alla coltivazione di campi e boschi (come, per esempio, Campolancia).
Per giungere ad uno studio compiuto del territorio la ricerca di dati non può limitarsi ad un parziale interesse del territorio che è oggi suddiviso fra i diversi comuni, ma si deve fare riferimento ad una più estesa area compresa fra Gaeta, Itri, Campodimele, Pico, Esperia, Ausonia, Spigno Saturnia, Castelnuovo Parano, Formia con le sue frazioni montane; Maranola fu già comune autonomo fino all'avvento del fascismo).
Sugli altipiani di questi comuni si gioca l'interpretazione dell'assetto territoriale della Foresta entro cui, prima dell'anno mille, era stanziata buona parte della gente aurunca.
Sulle aree più propriamente costiere la vita aveva un diverso svolgimento ma complementare certamente a quella che si menava nell'area della Foresta.
L'area della Foresta pulsava di una vita propria; era dotata di una propria rete viaria (sentieri, mulattiere, ecc.) di cui in parte s'è perduta la memoria ed in parte è stata stravolta dagli assestamenti moderni per renderla rotabile, ma non in misura tale da renderne impossibile la rilevazione topografica del reticolo.
Questo sistema viario, non del tutto effimero, collegava la costa al retroterra fino a Pico-Pontecorvo ed alla piana della Badia di Esperia; attraversava tutto l'altopiano aurunco collegando fra di loro caposaldi fortificati, cappelle, monasteri, insediamenti rurali di gente dedita all'agricoltura, selvicoltura, pastorizia e zootecnia.
Un'area territoriale tuttora inesplorata ed in parte dimenticata da oltre mezzo millennio di totale abbandono da parte di quelle genti che si sono successivamente trasferite nei centri urbani attualmente abitati.
[1] Mons. Dott. E. JALLONGHI, La Madonna della Civita e il suo santuario, Città di Castello, 1916, rist. anast. a cura di A. Saccoccio, Latina, 1986, p. 11.
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Un villaggio rurale medievale individuato a Campello d’itridi Albino Cece
Avvalendomi della guida di due esperti della montagna di Campello di Itri, i signori Francesco Ciccarelli ed Armidio Di Mascolo, mi sono portato sul posto per osservare da vicino quanto viene raccontato su questa parte dei Monti Aurunci.[2]
Nell'epoca che intercorre tra il 7-800 d.C. ed il 1490, l'area montana di Campello era organizzato in centro rurale di montagna difeso da un castello e da un "Castelluccio".
Questo insediamento si verificò in conseguenza del perduto valore strategico e militare della Via Appia in seguito alla caduta dell'impero romano. Le incursioni barbariche e saracene ebbero a mortificare anche il territorio itrano; perciò la gente si rifugiò nell'area montana di Campello dando vita ad un centro rurale quasi inaccessibile dal fondo valle.
Castello

Dal sopralluogo effettuato ho potuto accertare che resti di assetto urbanistico rurale dell'alto medioevo e mura anche di tipo poligonale sono tuttora evidenti nella località Campolancia e che sarebbero recuperabili tuttora insieme anche alle strutture dirute del castello di Campello.
Abbiamo potuto individuare con una certa approssimazione anche l'esistenza di una rete di nascosti sentieri interni e alternativi che mettevano in comunicazione la costa del Golfo con Pico-Pontecorvo e lungo il cui tracciato furono fondati diversi monasteri basiliani e poi a regola mista basiliana e benedettina di cui si trovano ancora i ruderi.
Metto in evidenza, quindi, la necessità di un lavoro di individuazione sul territorio di tali emergenze allo scopo di valorizzare con un turismo culturale di qualità il nascente Parco naturale degli Aurunci che non è solo natura ma anche archeologia e luogo di culto antico.
Infatti nuovi tasselli si aggiungono alla storia aurunca con la recente scoperta di un sarcofago cristiano del III secolo a Le Querce di Fondi, località situata, si può dire, ai piedi del monte su cui sorge il santuario della Civita d'Itri che, a sua volta, trae origine dal vicino monastero basiliano di Figline, il tutto nelle prossimità di Campello.
[2] Questo articolo è stato pubblicato sia sulla stampa locale che sul mio libro “Toponomastica itrana e foresta Aurunca” molto tempo prima della recente scoperta (2006) dei resti di una civiltà talaiotica sull’altopiano di Campello
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