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Mondo Aurunco - Falvaterra FR

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Il Mondo Aurunco reale è composto da un’estesa area collinare e montuosa che domina la costiera Tirrenica ed il bacino del fiume Garigliano che è il punto storico di divisione tra il Nord e il Sud dell’Italia. Questo sito virtuale ne intende raccontare storia, cultura, geografia umana nella presunzione di ricomporre quell’unità etnica frammentata in molteplici unità amministrative che ne hanno stravolto confini e tradizioni. Il sito di natura virtuale, e a disposizione di quanti intendano vedere pubblicati i propri studi e ricerche. E’ appena il caso di sottolineare che alcuni articoli sono presi dalla rete Internet e di cui appunto ci vogliamo avvalere per proiettare il mondo aurunco dalla sua storia alla realtà concreta in cui oggi vive. Questa nostra palestra di cultura generale e particolare aurunca intende essere un appendice del sito www.lacittadifondi.it in continuo arricchimento con gli interventi anche di quanti vorranno trarre dal cassetto i propri studi, ricerche, suggerimenti, proposte: noi li pubblicheremo. Invitiamo, perciò, quanti lo vorranno a collaborare con noi a questo progetto di salvataggio della memoria storica aurunca allo scopo di conoscere il passato quale presupposto del presente e fondamento del futuro. Auguriamoci Buon Lavoro

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Parrocchiale di Santa Maria
Falvaterra

Sito ufficiale Click sullo - stemma
Lo stemma del comune Click per il sito ufficiale
Giace Falvaterra, su di uno sperone dei monti Ausoni, a 279 metri sul livello del mare, in bella posizione dominante la vallata del Sacco, l’antico Tolero: Visto dall’alto il centro storico si presenta con i tetti in coppi che lo avvicinano ad un borgo toscano, su di essi svetta la torre campanaria con l’orologio. Mentre il visitatore che proviene da Ceprano il paese appare, attraverso una fitta vegetazione, su un colle circondato da mura.

L’ingresso del paese è annunziato dal suo nome artisticamente composto con pietra calcare che si staglia sul lastricato nero che elegantemente prosegue fino alla piazza centrale del paese Piazza Umberto I, chiamata in passato e tuttora conosciuta come Piazza Valle, e nelle strade principali, alternato dalla raffigurazione di una stella bianca. E’ una piazza abbastanza vasta, con decorosi edifici ed una fontana dove una volta le donne andavano ad attingere l’acqua con le caratteristiche “cannate”. Al centro della fontana una struttura simboleggia la solidarietà e l’amore.

A sinistra un elegante porticato usato per i momenti di incontro o di riparo dalle intemperie. Ricavata nel muro bastione del castello medioevale La descrizione continua... una bella grotta artistica costruita con pietre provenienti dalle numerose grotte carsiche, rievoca l’apparizione della Madonna di Lourdes. Al di sotto una fontana sgorgante acqua dalla bocca di un leone, con vasca di raccolta modellata a forma di conchiglia. A destra osservando il bastione del Castello e, rasentandolo, si giunge a piazza Giulio Piccirilli, semicircolare, sorta su di un torrione della Rocca, al cui centro sorge il monumento ai caduti di tutte le guerre.

Da questo lato si apre una vista stupenda: in fondo la catena degli Appennini per molti mesi dell’anno con le cime coperte di neve, in basso la fertile pianura: Molti paesi si scorgono da questo belvedere: Rocca d’Arce, una delle città saturnie; Monte San Giovanni Campano; e più in là Veroli, l’antica Verulae, Isoletta con il ponte sul Liri, il Castello di Arpino, dall’altra sponda del Liri appare l’abitato di Ceprano e, più giù, Roccasecca con l’avito dei conti di Equino Dal belvedere proseguendo la salita che svolta verso sinistra ci troviamo nella piazza della chiesa parrocchiale di S. Maria maggiore.

L’interno, in stile barocco, presenta una serie di cappelle dedicate ai Santi venerati nel paese. La piazzetta signorile e silenziosa prospiciente la chiesa, con i due bei palazzi Amati e Piccirilli che si distinguono per due importanti portali del XVII sec. e con il vicolo medioevale che si apre davanti, adorno di archi e di logge, offre un quadro davvero suggestivo.

Medaglia d'argento al merito civile

Fontana

«Piccolo centro, occupato dall'esercito tedesco impegnato a bloccare l'avanzata alleata, subì rastrellamenti da parte delle truppe naziste e numerosi bombardamenti che provocarono vittime civili e danni all'abitato. La popolazione seppe reagire, con dignità e coraggio, agli orrori e alle violenze della guerra, affrontando, col ritorno alla pace, la difficile opera di rinascita morale e materiale del paese.» — Falvaterra (FR), 1943-1944

Nel palazzo Piccirilli vi era la Corte dei Colonna e vi risiedeva l’erario; oggi il palazzo accuratamente restaurato, presenta un vecchio frantoio per le olive (montano) ben conservato e al piano superore, si conserva un ambiente che nel periodo del brigantaggio è stato un carcere a disposizione dello Stato Pontificio.

Seguendo il vicolo che si apre davanti alla Chiesa, in sensibile e spesso ripido pendio, si percorre a destra la via del Forno Vecchio, così chiamata dal forno dei Colonna ove tutti cittadini erano obbligati a far cuocer il loro pane previo pagamento di una tassa, si rasenta la casa dei Benedetti (1631). Una rampa con parapetto conduce sulla Piazza della Porta che alberata, in primavera assume un aspetto riposante.

Di fronte il portale meridionale dell’antica città che conserva i cardini con i battenti che a sera impedivano ai malintenzionati e ai briganti di entrare nel sicuro maniero. Sorpassato l’arco siamo subito al Ponte; qui con ogni probabilità, doveva esserci il ponte levatoio che immetteva al castello, il fossato però è del tutto scomparso. Dal bastione dinanzi alla Porta si ammira un bel panorama sulla vallata del Sacco. All’interno del castello sottopassaggi e gallerie interrotti costituivano ancora un ulteriore sistema di difesa e di contrattacco.

Si torna sulla piazza centrale, dove a sinistra vi è la cappella di S. Rocco, edificata nel 1728. Oggi della grande chiesa che occupava, prima della seconda guerra mondiale tutto il piazzale, resta solo uno spazio arredato e circondato da arcate

Proseguendo si rasenta una parte una parte delle mura castellane e si continua per la via del Muro Rotto (oggi via Roma) donde si stacca una via che attraversando altre due piccole ma graziose piazzette conduce a Montelungo dove una piccola ma bellissima chiesina di campagna ospita l’immagine venerata della Madonnina appunto di Montelungo. Verso il termine di via Roma troviamo da un lato casa Amati con ripida scala esterna in pietra e a sinistra un torrione del castello già sede dell’ex Comune. Sulla strada che porta fuori dal centro verso la provinciale per Pastena si trova la sede dell’attuale Comune, che elegante nella struttura e negli interni, si affaccia sulla vallata sottostante e gode della panoramica dei monti Ausoni.

Storia Sorgeva Fabrateria nell’estremo lembo della terra ciociara, là dove gli Ausoni digradano verso la vasta e ubertosa vallata del Liri, poco prima della confluenza di questo col Tolero (oggi Sacco) nella località chiamata 'Pescara' o 'Monumento'. I ruderi che affiorano dal terreno, qualche colonna infranta, qualche capitello ed altri frammenti d’antichità , testimoniano l’ampiezza dei suoi confini e dimostrano come Fabrateria fosse una delle più importanti città della Federazione Volsca. Strabone, illustre geografo dell’antichità, che visse al tempo di Augusto, la nomina con l’appellativo di 'nobile'.

L’antica città, era abitata dagli Osci; successivamente chiese ai Romani di far parte della Federazione Volsca. I Romani accolsero la richiesta e mandarono ambasciatori ai Sanniti affinché in avvenire si astenessero dal molestare Fabraterni e Liriani i quali, in volontaria sottomissione, vennero a Roma e quindi si dovevano considerare alleati. Sappiamo da Tito Livio Tito Livio che Annibale, venendo da Capua verso Roma, dopo aver devastato i campi di Cassino, Interamna Lirenas ed Aquinum giunse presso Fregellae, ma trovò tagliati i ponti sul Liri; non potendo quindi assalire le città di Fregellae e di Fabrateria, devastò con rabbia e furore il popolatissimo territorio circostante (Livio).

Quando Fregellae che pur tanto si era adoperata in favore di Roma nel passaggio di Annibale si ribellò per non aver ottenuto la cittadinanza romana e venne distrutta nel 125 a.C., si accrebbe ancor di molto il territorio di Fabrateria e vi comprese anche il luogo ove esisteva la distrutta città. Allora gran parte dei fregellani si stabilirono in Fabrateria e furono chiamati Fabraterni novi mentre coloro che già vi abitavano si chiamarono Fabraterni veteres.

La vita durante l’Impero, vi doveva trascorrere lieta e a buon mercato perché Giovenale, famoso poeta satirico tanto lodato dall’Imperatore Domiziano, scriveva ad un amico che se desiderava la quiete campestre ed aveva la forza di staccarsi dai giochi cistercensi, avrebbe trovato vita gioconda ed un ottimo alloggio a buon mercato a Sora, a Frosinone o a Fabrateria. Quando a Roma e nel Lazio cominciò a diffondersi il Cristianesimo, Fabrateria dovette essere una delle prime città ad accogliere la parola apostolica.

E’costante tradizione che Fabrateria ricevesse il lume della fede dall’Apostolo Pietro quando questi si recò ad Atina, a consacrarvi il primo Vescovo S. Marco, nonché da S.Maria Salome, madre degli Apostoli Giacomo e Giovanni , che poi morì in Veroli , dove si venerano le sue ceneri. Ogni città che aveva avuto l’onore di essere Colonia o Municipio dei Romani divenne, nell’affermarsi del cristianesimo, sede Vescovile. Tale fu senza dubbio Fabrateria, e lo rimase fino a quando non venne distrutta e la sua giurisdizione spirituale fu divisa tra i Vescovi di Fondi e di Veroli.

DISTRUZIONE DI FABRATERIA
Non sappiamo con precisione quando Fabrateria sia stata distrutta ma si suppone che sia stata distrutta dai Longobardi nel 582 nello stesso periodo in cui vennero distrutte Atina, Aquino e Montecassino. I superstiti cittadini si ritirarono sul vicino sperone dei Monti Ausoni affinché da quell’altura potessero difendersi con più sicurezza nell’avvenire. Ed in quel luogo edificarono le nuove abitazioni e sempre memori della patria che avevano dovuto abbandonare vi perpetuarono il nome Fabrateria; nome che nel medioevo, con l’affermarsi della lingua volgare, si cambiò in Salvaterra ed in epoca più recente in Falvaterra.

IL FEUDALESIMO
Nell’età del feudalesimo Falvaterra fece parte dei territori dello Stato Pontificio soggetti di volta in volta a vari vassalli che si succedettero prima per investitura papale e poi per eredità. Nei pressi di Ceprano presso il ponte del fiume Liri avvenne la battaglia fra le schiere di Carlo d’Angiò, che si apprestava alla conquista del Regno di Napoli, e quelle del figlio Federico II di Svevia, il famoso Manfredi.

Alla strage di quella battaglia sanguinosa ed al tradimento o viltà del Conte di Caserta, che, posto da Manfredi a guardia del passo di Ceprano, si diede a pavida fuga al primo apparire delle truppe Angioine provenienti da Frosinone, allude Dante: Con quella che sentio di colpe doglie, per contrastare a Roberto Guiscardo, e l’altra, il cui ossame ancor s’accoglie a Ceperan,. là dove fu bugiardo / ciascun Pugliese….(Dante inf. 28,16).

Il feudo di Falvaterra appartenne alla famiglia dei Pagani dal 1178 al 1301, anno in cui fu ceduto ai Caetani i quali lo tennero fino al 1504. dal 1504 fu dei Principi Colonna con alterne vicende ed un intermezzo sotto la corona spagnola. Nel 1549 Ascanio Colonna che era molto amato dal popolo di Falvaterra si dimostrò così favorevole a questa terra che, oltre a tanti donativi, le concesse, per privilegio, la nobilissima insegna della sua Casa. Il popolo di Falvaterra si gloriò di tanto favore e subito aggiunse all’incudine, sua antica impresa, la colonna, sia per dimostrare la saldezza dell’affetto della casa Colonnese verso di esso, sia per significare la costanza della sua servitù verso di essa.

Nel torbido periodo delle guerre tra il Papato, i Colonna e gli Spagnoli, i banditi infestarono questi luoghi. I Pontefici fecero di tutto per estirpare questa mala pianta ma a poco o a nulla approdarono anche per l’appoggio che molti feudatari davano ai banditi. Circa 15.000 banditi agli ordini di Alfonso Piccolomini, Lamberto Malatesta, Marco Sciarpa e del famoso prete Guercino scorrazzavano negli Stati della Chiesa ed erano divenuti così audaci da spingersi, nelle loro scorrerie, fin sotto le mura di Roma.

Papa Sisto V diede loro battaglia senza quartiere e pubblicò una bolla comminando le pene più severe a coloro che davano asilo e prestavano qualsiasi aiuto ai banditi. Con questo atto di autorità l’ordine e la sicurezza tornarono nei nostri paesi.
Nel 1798, a seguito della rivoluzione francese ed all’arresto del Pontefice Pio VI, venne costituita la Repubblica Romana e Falvaterra fece parte del dipartimento del Circeo. Qualche anno dopo le popolazioni ciociare si ribellarono e con l’aiuto delle truppe borboniche, costrinsero i francesi a ritirarsi a Civitavecchia.
Nel 1801 il Pontefice Pio VI rientrò in possesso del suo Stato e Falvaterra tornò sotto la Signoria dei Colonna. Altro intervallo si ebbe con l’Impero Napoleonico tra il 1809 ed il 1815; infine, nel 1816 i Colonna rinunciarono ai diritti feudali e Falvaterra rientrò sotto il diretto dominio dello Stato della Chiesa.

REGNO D’ITALIA Dal 1861,dopo l’annessione all’Italia del Regno delle due Sicilie, fino al 1870 vi furono movimenti a favore della restaurazione Borbonica che degenerarono presto in brigantinaggio, dovuto a bande del disciolto esercito borbonico capitanate spesso da nobili napoletani. Queste bande per sfuggire agli Italiani che davano loro la caccia erano spesso costrette a varcare il confine pontificio, inquietando non poco la popolazione.

Una di esse si ree famosa: quella comandata da Luigi Alonzi di Sora, detto Chiavone, che contava circa 300 briganti e che, venne sconfitta l’11 novembre 1861 dalle truppe italiane nel combattimento di San Giovanni Incarico. Nel settembre 1870, alla notizia che Roma era stata assicurata agli italiani, Falvaterra fece sventolare una bandiera tricolore che fin da tre anni prima era stata fatta confezionare dall’Avv. Sigismondo Amati, patriota e cospiratore per la causa dell’indipendenza italiana, già ministro della guerra a Pontecorvo nel governo provvisorio del 1861.

Dopo l’anno 1880, sia per l’aumento della popolazione, sia per il susseguirsi di annate di scarsi raccolti, molte famiglie di Falvaterra furono costrette ad abbandonare il paese nativo ed emigrare a Roma in cerca di lavoro. La Prima Guerra Mondiale vide la partecipazione di numerosi giovani di Falvaterrae molti di loro caddero sui campi di battaglia. Nella Seconda Guerra Mondiale la cittadina fu coinvolta nelle vicende militari come seconda linea di difesa delle truppe tedesche, molti furono i cittadini che subirono violenze e lutti, ma il popolo anche in quelle tragiche circostanze dimostrò coraggio e dignità.

Nel secondo dopoguerra che il paese andò mano mano spopolandosi a causa delle misere condizioni in cui viveva la popolazione. Molte famiglie si trasferirono a Roma , e ancora oggi le nuove generazioni tornano al paese di origine nelle festività e durante l’estate, così si ripopola di bambini e di giovani che durante i mesi invernali sono decisamente pochi. Notizie raccolte su testi disponibili da Adriano Piccirilli Consigliere delegato ai Servizi Sociali e allo Spettacolo del Comune di Falvaterra.

Piazza Falvaterra

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